Chiedersi cos’è la cultura e a cosa serva sarebbe come rivolgere la domanda a un pesce riguardo l’acqua nella quale vive. Essa sfugge a qualsiasi tentativo di misurazione e di valutazione di utilità strumentale rispetto a uno scopo. Sia esso pratico o ancor meno economico.
Il manager è un professionista che gestisce risorse – materiali, umane e finanziarie – in vista del raggiungimento di un obiettivo in genere misurabile in termini economici.
La “misura” è uno strumento indispensabile nella cassetta degli attrezzi di un manager insieme alla “utilità” intesa come strumentalità di una risorsa ai fini del raggiungimento dell’obiettivo: la “misura” attiene all’efficienza dei processi, l’“utilità” alla loro efficacia.
La prima osservazione che possiamo fare, se volessimo parlare di “cultura” in senso lato e non della cultura professionale finalizzata allo svolgimento del ruolo manageriale, è che parliamo di qualcosa rispetto alla quale le categorie della misura e della utilità non sono applicabili.
La cultura nei suoi diversi aspetti – estetici, filosofici, etici, ricreativi solo per citarne alcuni – sfugge a qualsiasi tentativo di misurazione e di valutazione di utilità strumentale rispetto a uno scopo pratico e meno che mai economico.
Non a caso nella gerarchia dei bisogni (Maslow), i bisogni culturali si presentano solo dopo che siano stati soddisfatti i bisogni pratici relativi alla sussistenza, alla sicurezza personale e alla socialità.
In questo senso potremmo allora affermare che la cultura è un “lusso”, se intendiamo per lusso tutto ciò che eccede le necessità pratiche finalizzate allo svolgimento di una normale esistenza?
Evidentemente no, proprio perché la cultura non può essere considerata strumentale rispetto a uno scopo in quanto per sua natura “non utile”, almeno nel significato che abbiamo attribuito prima a questo termine; ma soprattutto perché la cultura si anticipa all’agire sociale, lo permea e lo condiziona indipendentemente dalla consapevolezza che gli attori possono avere della sua influenza.
L’identità, le nostre convinzioni persino i nostri pregiudizi sono il risultato della cultura nella quale siamo immersi sin dalla nascita: letterati, pittori, filosofi del passato e del presente hanno creato l’universo di significati e simboli nel quale ci siamo formati e che abitiamo.
Quello che fa la differenza fra una persona “colta” e una meno è il grado di consapevolezza e di conoscenza di questi fattori e, in prospettiva, del loro superamento e/o inclusione di culture diverse.
Allora chiedersi cos’è la cultura e a cosa serva sarebbe come rivolgere la domanda a un pesce riguardo l’acqua nella quale vive.
Nell’epoca della IA – che svolge meglio dell’uomo i compiti di misurazione, selezione e organizzazione delle risorse – la cultura segna la differenza fra la macchina e il manager; non a caso la cultura umanistica sta ritornando prepotentemente fra le skill richieste ai manager del 21° secolo.
L’attenzione alla cultura in senso lato, intesa come presa di consapevolezza del mondo di segni e significati che ci circonda trova quindi pieno titolo per emergere in una organizzazione orientata alla promozione della managerialità.




