Dalla breccia di Porta Pia, di cui ricorrono i 150 anni, al Recovery Fund e al presente, con l’amara constatazione di una Capitale che insegue i problemi invece di tentare di anticiparli, senza programmare il futuro

Il 20 settembre 2020 (sembra un gioco della cabala) ricorrevano i 150 anni dalla breccia di Porta Pia con l’ingresso dei bersaglieri e la fine del potere temporale del Papa. La ricorrenza in realtà non ha avuto molta attenzione mediatica, offuscata dalla risonanza degli eventi relativi alla evoluzione della pandemia.

In realtà anche all’epoca l’opinione pubblica nazionale non si sentì particolarmente coinvolta stante anche la scarsità dei mezzi di comunicazione.

La risonanza che ebbe “l’impresa militare” fu alimentata con immagini e scatti fotografici ricostruiti a posteriori per l’abile regia di Giacomo Altobelli, un fotografo professionista dell’epoca, con il consenso dei vertici militari.

In realtà la fine dello Stato Pontificio, più che una operazione militare fu l’epilogo di manovre diplomatiche internazionali che videro la Francia interessata a cessare la sua azione protettiva.Ma come era la realtà di Roma in quel momento storico che le riconosceva ed assegnava un ruolo di simbolo della nazione in virtù della sua storia?

È interessante leggere i reportage degli inviati e le osservazioni della gente comune (i militari) che si trovano a contatto con la realtà di una città con un vissuto particolare, con una organizzazione sociale di tipo feudale.

Degna di nota la presenza di Edmondo De Amicis tra gli inviati. Da una sintesi dei rapporti si rileva: una città maleodorante di grasso e broccoli piena di mendicanti, urbanisticamente assurda e priva di ordine, attraversata da greggi di pecore e mandrie di bufali che risalgono il Tevere, ma non ostante tutto una città che emana fascino con il continuo alternarsi di ruderi ed orti. Una immagine tra il bucolico ed il poetico.

Ma quello che è più grave è la descrizione della struttura sociale e produttiva. Un’organizzazione sociale ispirata a valori feudali con il potere accentrato in poche famiglie nobiliari, legittimate fondamentalmente dal potere ecclesiastico. Al contempo una massa popolare costituita da piccola borghesia di commercianti ed un proletariato impiegatizio abituato a vivere con poche responsabilità, basso impegno e produttività.

Il salto al ruolo di capitale fu certamente uno shock. Nel 1870 Roma contava 200.000 abitanti, dopo 30 anni, nel 1900, era arrivata a 500.000. L’esplosione demografica è continuata fino agli anni ‘90 per poi placarsi e stabilizzarsi sui valori attuali, anzi mostrando qualche declino.

La velocità dell’esplosione demografica e la mancanza di programmazione ha determinato l’attuale scollamento tra domanda e disponibilità di servizi.

A pochi mesi dal rinnovo del Consiglio Comunale e l’elezione del primo cittadino, la Capitale si trova in uno stato di profondo degrado da tutti i punti di vista sia delle strutture sia morali. Ci vorrà una forte presa di coscienza nazionale e quindi una forte determinazione politica per varare un programma pluriennale per tentare di ridare un’immagine adeguata al suo rango di Capitale.

Nel recente studio di Federmanager Roma Le prospettive di Roma Capitale alla luce delle tendenze in atto, presentato a febbraio 2020, si è tentato di individuare le linee di tendenza delle principali componenti sociali ed economiche, raccogliendo un ampio consenso da parte del mondo accademico e degli operatori, senza alcun riscontro da parte del mondo politico e di chi ha la governance del territorio.Può sembrare fuori tempo e fuori tema sollecitare di nuovo, proprio in questo momento, il dibattito intorno alla inadeguatezza di Roma e alla sua caduta di immagine, in un momento in cui tutte le energie sono concentrate nel contrastare l’espansione del virus, mettendo al primo posto la tutela della salute.

Ma non sono d’accordo. La crisi in cui si dibatte l’Italia e con lei gran parte del mondo, è anche la conseguenza di una cultura che rimanda sempre il momento dell’intervento preventivo, della programmazione preventiva a favore del contingente. Ricordiamo tutti le critiche a Bertolaso per aver realizzato un ospedale in un momento in cui il peggio sembrava passato.

Siamo portati per cultura ad impegnarci sul contingente ignorando che il domani arriva prima di quanto immaginiamo e quindi siamo sempre in ritardo, inseguiamo i problemi invece di tentare di anticiparli.

La crisi dell’epidemia da Covid è soprattutto la crisi del sistema sanitario figlia di quando abbiamo plaudito alla chiusura degli ospedali, alla riduzione dei posti letto, alla limitazione all’afflusso alle discipline sanitarie (medici ed infermieri).

 Non dobbiamo perpetuare nell’errore, non dobbiamo rinunciare a pensare al futuro, perché impegnati a tamponare il presente.

Tornando a parlare di Roma, un tema evidenziato con forza dal virus è, in primo luogo, l’assoluta inadeguatezza dell’assetto istituzionale in termini di attribuzioni di poteri e responsabilità, in cui è sempre più evidente la confusione e l’inadeguatezza dell’assetto attuale, con un intreccio e rimbalzo di responsabilità tra comune (Capitale), regione e Stato centrale.

Un esempio per tutti: appare ormai evidente l’inadeguatezza della rete dei medici di base, come numero, come dimensione degli studi, come attribuzioni di responsabilità. Una ristrutturazione di questa realtà, con implicazioni e risvolti non solo economici in una città come Roma, a chi compete? Dobbiamo aspettare la fine della pandemia perché qualcuno cominci a dipanare la matassa dell’intreccio di interessi e visioni diverse per avviare un programma?

E come per la sanità riflessioni analoghe potrebbero farsi per tutti gli altri principali settori.

Non vale l’alibi che dobbiamo aspettare italianamente che passi la nottata, nella vita c’è sempre una nottata che passa, dobbiamo attivarci e programmare cosa faremo non solo all’alba di domani ma anche a quelle dei giorni seguenti.