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La Questione Romana al tempo del Covid

La Questione Romana al tempo del Covid

Dalla breccia di Porta Pia, di cui ricorrono i 150 anni, al Recovery Fund e al presente, con l’amara constatazione di una Capitale che insegue i problemi invece di tentare di anticiparli, senza programmare il futuro

Il 20 settembre 2020 (sembra un gioco della cabala) ricorrevano i 150 anni dalla breccia di Porta Pia con l’ingresso dei bersaglieri e la fine del potere temporale del Papa. La ricorrenza in realtà non ha avuto molta attenzione mediatica, offuscata dalla risonanza degli eventi relativi alla evoluzione della pandemia.

In realtà anche all’epoca l’opinione pubblica nazionale non si sentì particolarmente coinvolta stante anche la scarsità dei mezzi di comunicazione.

La risonanza che ebbe “l’impresa militare” fu alimentata con immagini e scatti fotografici ricostruiti a posteriori per l’abile regia di Giacomo Altobelli, un fotografo professionista dell’epoca, con il consenso dei vertici militari.

Foto Wikimedia Commons

In realtà la fine dello Stato Pontificio, più che una operazione militare fu l’epilogo di manovre diplomatiche internazionali che videro la Francia interessata a cessare la sua azione protettiva.Ma come era la realtà di Roma in quel momento storico che le riconosceva ed assegnava un ruolo di simbolo della nazione in virtù della sua storia?

È interessante leggere i reportage degli inviati e le osservazioni della gente comune (i militari) che si trovano a contatto con la realtà di una città con un vissuto particolare, con una organizzazione sociale di tipo feudale.

Degna di nota la presenza di Edmondo De Amicis tra gli inviati. Da una sintesi dei rapporti si rileva: una città maleodorante di grasso e broccoli piena di mendicanti, urbanisticamente assurda e priva di ordine, attraversata da greggi di pecore e mandrie di bufali che risalgono il Tevere, ma non ostante tutto una città che emana fascino con il continuo alternarsi di ruderi ed orti. Una immagine tra il bucolico ed il poetico.

Ma quello che è più grave è la descrizione della struttura sociale e produttiva. Un’organizzazione sociale ispirata a valori feudali con il potere accentrato in poche famiglie nobiliari, legittimate fondamentalmente dal potere ecclesiastico. Al contempo una massa popolare costituita da piccola borghesia di commercianti ed un proletariato impiegatizio abituato a vivere con poche responsabilità, basso impegno e produttività.

Il salto al ruolo di capitale fu certamente uno shock. Nel 1870 Roma contava 200.000 abitanti, dopo 30 anni, nel 1900, era arrivata a 500.000. L’esplosione demografica è continuata fino agli anni ‘90 per poi placarsi e stabilizzarsi sui valori attuali, anzi mostrando qualche declino.

La velocità dell’esplosione demografica e la mancanza di programmazione ha determinato l’attuale scollamento tra domanda e disponibilità di servizi.

A pochi mesi dal rinnovo del Consiglio Comunale e l’elezione del primo cittadino, la Capitale si trova in uno stato di profondo degrado da tutti i punti di vista sia delle strutture sia morali. Ci vorrà una forte presa di coscienza nazionale e quindi una forte determinazione politica per varare un programma pluriennale per tentare di ridare un’immagine adeguata al suo rango di Capitale.

Nel recente studio di Federmanager Roma Le prospettive di Roma Capitale alla luce delle tendenze in atto, presentato a febbraio 2020, si è tentato di individuare le linee di tendenza delle principali componenti sociali ed economiche, raccogliendo un ampio consenso da parte del mondo accademico e degli operatori, senza alcun riscontro da parte del mondo politico e di chi ha la governance del territorio.Può sembrare fuori tempo e fuori tema sollecitare di nuovo, proprio in questo momento, il dibattito intorno alla inadeguatezza di Roma e alla sua caduta di immagine, in un momento in cui tutte le energie sono concentrate nel contrastare l’espansione del virus, mettendo al primo posto la tutela della salute.

Ma non sono d’accordo. La crisi in cui si dibatte l’Italia e con lei gran parte del mondo, è anche la conseguenza di una cultura che rimanda sempre il momento dell’intervento preventivo, della programmazione preventiva a favore del contingente. Ricordiamo tutti le critiche a Bertolaso per aver realizzato un ospedale in un momento in cui il peggio sembrava passato.

Siamo portati per cultura ad impegnarci sul contingente ignorando che il domani arriva prima di quanto immaginiamo e quindi siamo sempre in ritardo, inseguiamo i problemi invece di tentare di anticiparli.

La crisi dell’epidemia da Covid è soprattutto la crisi del sistema sanitario figlia di quando abbiamo plaudito alla chiusura degli ospedali, alla riduzione dei posti letto, alla limitazione all’afflusso alle discipline sanitarie (medici ed infermieri).

 Non dobbiamo perpetuare nell’errore, non dobbiamo rinunciare a pensare al futuro, perché impegnati a tamponare il presente.

Tornando a parlare di Roma, un tema evidenziato con forza dal virus è, in primo luogo, l’assoluta inadeguatezza dell’assetto istituzionale in termini di attribuzioni di poteri e responsabilità, in cui è sempre più evidente la confusione e l’inadeguatezza dell’assetto attuale, con un intreccio e rimbalzo di responsabilità tra comune (Capitale), regione e Stato centrale.

Un esempio per tutti: appare ormai evidente l’inadeguatezza della rete dei medici di base, come numero, come dimensione degli studi, come attribuzioni di responsabilità. Una ristrutturazione di questa realtà, con implicazioni e risvolti non solo economici in una città come Roma, a chi compete? Dobbiamo aspettare la fine della pandemia perché qualcuno cominci a dipanare la matassa dell’intreccio di interessi e visioni diverse per avviare un programma?

E come per la sanità riflessioni analoghe potrebbero farsi per tutti gli altri principali settori.

Non vale l’alibi che dobbiamo aspettare italianamente che passi la nottata, nella vita c’è sempre una nottata che passa, dobbiamo attivarci e programmare cosa faremo non solo all’alba di domani ma anche a quelle dei giorni seguenti.

 

Il mondo del lavoro dopo 50 anni dal 20 maggio 1970

La legge 300 del 1970, meglio conosciuta come Statuto dei Lavoratori, ha compiuto 50 anni lo scorso 20 maggio. Per decenni ha rappresentato la pietra filosofale di ogni problematica inerente il mondo del lavoro. Con la fine della guerra fredda, in una società totalmente cambiata e in un’epoca di confusione, si deve soprattutto ai dirigenti industriali, mai ripagati per questo, l’aver salvato produzione e lavoro

Lo statuto dei lavoratori – entrato in vigore giusto cinquant’anni fa, il 20 maggio del 1970 – è stato il documento di riferimento del mondo del lavoro in questo ultimo travagliato mezzo secolo. Già la sua data di nascita ne preannunciava in qualche modo la vita tribolata, perché quel 1970  ha rappresentato un punto di svolta nella vita del Paese.

Negli anni cinquanta e sessanta si era infatti sviluppato poderosamente il “boom economico” e l’industria italiana era cresciuta tumultuosamente senza guardarsi indietro e, talvolta, senza accorgersi di coloro che stava “lasciando indietro”. I movimenti di piazza del 1968 avevano dato un primo segnale di disagio, non da tutti compreso, e – pertanto – le sinistre e i progressisti moderati avevano accelerato l’elaborazione di una normativa di garanzia per il mondo del lavoro a livello individuale e sindacale che potesse fungere da valvola di sfogo per le tensioni crescenti nel Paese. Purtroppo non si raggiunse l’unità di intenti e il partito comunista, che al tempo rappresentava la larga parte del mondo operaio, si astenne nella definitiva votazione in senato. Questo fu, a mio avviso, un presagio delle lacerazioni sociali degli anni successivi.Il mondo del lavoro dopo 50 anni dal 20 maggio 1970Lo statuto dei lavoratori non riuscì pertanto a fare il miracolo. Vennero quindi gli anni dello scontro sociale che si sviluppò dapprima nelle piazze con manifestazioni di massa ma poi – nella fase del riflusso e della delusione – ebbe una cupa escalation nel terrorismo con tutte le inevitabili ripercussioni sulla stabilità delle istituzioni.

Quando, nella seconda metà degli anni ottanta, la tempesta passò, lo statuto dei lavoratori rimase comunque il principale terreno di scontro delle parti politiche in materia di lavoro. Ma nel frattempo le cose erano cambiate e la Legge 20 maggio 1970 non era più la bandiera del progressismo moderato del mondo socialista, come al tempo della sua approvazione, bensì era diventata proprio la bandiera della sinistra più dura e pura che era uscita dal periodo del terrorismo con una forte attitudine legalitaria. L’Italia, infatti, aveva ormai superato la crisi di crescita del boom economico e si era trasformata in un Paese diverso e gli stessi italiani erano diventati tutt’altra cosa.

Facendo un passo indietro con la memoria ricordiamo – infatti – che nell’Italia del dopoguerra più del cinquanta per cento della popolazione lavorava nell’agricoltura in modo tradizionale, che l’analfabetismo era molto diffuso e che la lingua italiana era la lingua nazionale solo sulla carta. Mentre alla fine degli anni ottanta l’Italia era diventata la settima potenza industriale del mondo e la prima manifattura d’Europa, l’analfabetismo era ormai un ricordo e la televisione nazionale aveva diffuso la lingua italiana in maniera definitiva in tutto il Paese.

Il mondo del lavoro dopo 50 anni dal 20 maggio 1970

L’elaborazione dello Statuto dei Lavoratori si deve in larga parte al lavoro del giuslavorista Gino Giugni

Negli anni ottanta anche gli italiani meno abbienti non si trovavano certo nelle condizioni di miseria del dopoguerra e, quindi, anche il mondo del lavoro era radicalmente cambiato sotto l’aspetto sociale. Tuttavia – ancora negli anni novanta e duemila e addirittura fino ai nostri giorni – lo statuto dei lavoratori ha continuato ad essere la pietra filosofale di ogni problematica inerente il mondo del lavoro, fino ad assurgere ad una specie di “totem” delle schermaglie politiche tra le varie maggioranze ed opposizioni che si sono succedute nel tempo. Questa battaglia sullo statuto dei lavoratori è stata, a mio avviso, un po’ la versione “in salsa sindacale” della grande infinita polemica politica sulla “destra” e sulla “sinistra”, in cui ognuna delle due parti continua ancora oggi ad accusare l’altra di essere ancorata agli schemi ideologici nati sugli idealismi della prima metà del Novecento. Da alcuni decenni ormai tutta questa polemica mi sembra molto datata e spesso paradossale e, a volte, perfino grottesca.

Il mondo è sempre stato percorso da idealismi politici e religiosi molto dinamici e ognuno di essi per affermarsi non ha mai avuto remore nel seppellire le epoche precedenti, allo stesso modo in cui le chiese cristiane sono state costruite sovente sulle fondamenta dei templi pagani. Ma dopo la seconda guerra mondiale è stato come se tutto si fosse congelato in una immagine fissa, “frizzata” come si direbbe con un neologismo informatico.

Dopo il rifiuto delle ideologie della società uscita scottata da due conflitti mondiali, quello che ha caratterizzato il mondo post ideologico è stata la staticità politica. E nei settant’anni successivi abbiamo continuato a discutere con le stesse categorie che erano uscite dalla seconda metà del Novecento. Ma in realtà quel mondo è finito al più tardi con la fine della guerra fredda e la caduta del muro di Berlino nel 1989. Da quel momento in poi tutto è cambiato ma è stato un po’ come se volessimo rifiutare di prenderne atto. E abbiamo continuato a discutere dello statuto dei lavoratori senza renderci conto che ormai i problemi erano diversi.Il mondo del lavoro dopo 50 anni dal 20 maggio 1970Le classi sociali si stavano frantumando. Una parte del proletariato diventava piccola borghesia, mentre una fetta della borghesia diventava un nuovo proletariato (ad esempio le giovani partite IVA esercenti professioni intellettuali, come architetti o avvocati). Una enorme massa di immigrazione (di cui nessuno conosce i numeri reali) andava a creare nuove categorie di proletari che non solo erano irregolari ma che alimentavano fenomeni di ghettizzazione all’interno di enclavi. L’equilibrio tra anziani e giovani veniva infranto in maniera drammatica, sia sul piano demografico, con l’aumento dell’aspettativa di vita e la crescita della natalità sottozero per decenni, e sia – soprattutto – sul piano socioeconomico con i giovani fermi al palo a causa di lauree non abilitanti alle professioni e di un blocco sociale di accesso al lavoro, determinatosi anche a causa dell’aumento indiscriminato dell’età pensionabile. La proliferazione incontrollata di attività di formazione post-laurea, unita all’incontenibile burocratizzazione sfociata nell’imposizione di licenze e di abilitazioni per qualsiasi attività (fosse pure soffiarsi il naso) hanno incanalato centinaia di migliaia di giovani in loop formativi che li portano ad ultimare gli studi in età più vicina ai quarant’anni che ai vent’anni. Potrei continuare a fare esempi per molte pagine.

Quasi ogni cosa è diversa da prima e forse sarebbe ora di rendersene conto e trovare il coraggio di uscire da questa stasi in cui ci troviamo da settant’anni. I dirigenti industriali costituiscono un esempio virtuoso in tal senso, perché le necessità fattuali della produzione li hanno costretti a restare agganciati al treno delle modifiche sociali e del progresso tecnologico, aggiornando continuamente le proprie convinzioni e le proprie conoscenze. Il fatto di individuare un chiaro obiettivo nella prosperità delle aziende ha consentito ai dirigenti di avere comunque una chiara bussola nella vita personale e professionale nonostante abbiano vissuto e vivano in un’epoca post ideologica, decisamente senza bussola. Grazie ai dirigenti industriali in quest’epoca di grande confusione si sono sapute comunque trovare, sia nella produzione che nei modelli del lavoro, tutte le soluzioni che hanno comunque consentito ai paesi occidentali di mantenere un ragionevole livello di prosperità pur in un periodo storico di politica molto debole e priva di una direzione certa.Il mondo del lavoro dopo 50 anni dal 20 maggio 1970Purtroppo nel concludere questo excursus storico sul mondo del lavoro degli ultimi cinquanta anni, devo constatare che manca il lieto fine. Perché i dirigenti non hanno avuto nulla a premiare la loro capacità di continuare a garantire il benessere e il lavoro del Paese, nonostante la confusione e l’estrema debolezza della politica. Quante volte ci siamo detti nelle aziende che dovevamo inventare nuovi modi per continuare a lavorare e produrre proficuamente nonostante le nuove misure sempre più burocratiche che, un anno dopo l’altro, hanno ingessato sempre di più il Paese negli ultimi trent’anni? Ma questi nostri meriti sono stati ripagati con l’incertezza del lavoro, con la diminuzione o eliminazione delle garanzie e con le accuse di essere dei privilegiati.

Alla fine il mondo del lavoro ha resistito non grazie alle leggi ma grazie alle persone e, soprattutto, grazie a un nucleo di manager industriali che, in ogni azienda, ha “remato” oltre i limiti umani per riuscire a salvare la produzione e il lavoro. Come dicevamo il mondo è molto cambiato negli ultimi cinquant’anni ed esiste una categoria che lo ha capito bene e di questo cambiamento ha compreso a fondo tutte le implicazioni. Sono i manager industriali italiani e sarebbe ora che la politica se ne rendesse conto e capisse che deve chiedere consiglio a questi uomini.

Un valore per il Paese: gli anziani

Un valore per il Paese: GLI ANZIANI

Di fronte alla tragedia che stiamo vivendo, il problema delle pensioni passa in seconda linea. L’epidemia colpisce soprattutto gli anziani, una generazione che rappresenta la memoria storica del Paese. E’ importante proteggerli e fargli sentire affetto e vicinanza, anche economica

Quando la direzione di questa rivista mi ha chiesto un articolo per il numero di aprile/maggio ho avuto un momento di perplessità. Cosa scrivere in materia di pensioni, mi sono chiesto, proprio nel mezzo di un periodo di crisi così profonda determinata, come tutti sappiamo, dalla terribile pandemia del coronavirus?

Ci eravamo lasciati, cari lettori, con i primi esiti dei ricorsi sul blocco della perequazione, presentati nei diversi tribunali del Paese.

Incassato l’esito positivo del primo giudizio, emesso a Trieste dalla Sezione della Corte dei Conti del Friuli Venezia Giulia, eravamo in attesa di quello del tribunale di Milano e degli altri tribunali chiamati in causa dai nostri ricorsi.

Un valore per il Paese: GLI ANZIANILe note vicende dell’epidemia e le vere e proprie stragi registrate soprattutto in Lombardia, ma anche nel resto d’Italia, hanno provocato provvedimenti governativi che, oltre a limitare le nostre libertà personali, hanno determinato, tra le altre cose, la chiusura dei tribunali.

Ecco allora bloccate le aspettative di vedere riconosciute da un organo giudicante di primo grado, e poi dalla Corte Costituzionale, le nostre sacrosante ragioni in merito al blocco della perequazione e al taglio delle pensioni cosiddette medio alte.

Ma di fronte a quello che sta succedendo – credo ne convengano i lettori – questi problemi passano sicuramente in seconda linea.

Oggi rimane di assoluta ed esclusiva importanza la salvaguardia della vita di fronte alla devastazione che sta causando questo stramaledetto virus.

Come difenderci da questa piaga? Come difendere noi stessi e i nostri vecchi? 
E già, perché a leggere quelle terrificanti tabelle che la Protezione Civile ci propina ogni pomeriggio, ci atterrisce la consapevolezza che la gran quantità dei decessi colpisce prevalentemente gli anziani, soprattutto gli over 80, maschi, residenti nel nord Italia.

Pare quasi che questo insieme, così tristemente definito, rappresenti il perfetto identikit del pensionato medio, di quel pensionato nel quale anche molti di noi si possono riconoscere, ancora capace di svolgere una attività sociale nel Paese, fosse soltanto, o soprattutto, quella di aiutare e sostenere con la propria pensione e la propria presenza quotidiana, l’esistenza di figli e nipoti, sostituendosi fin troppo spesso alle carenze di uno Stato per lo più assente nella produzione di posti di lavoro e di strutture per l’assistenza all’infanzia.

Ebbene, soltanto l’idea che questa epidemia, decimando i più anziani, stia sottraendo alla nostra comunità persone che costituiscono per i più giovani un importante punto di riferimento, non solo negli affetti ma anche nella vita quotidiana, ebbene questo mi sconvolge, mi atterrisce, mi lascia frastornato.

Un valore per il Paese: GLI ANZIANIPer capire il mio stato d’animo, prego il lettore di pensare agli over 80 non soltanto come vecchi nonni o genitori, magari fragili e male sulle gambe, ma anche come membri di una generazione vigorosa, forte, portatrice di esperienze e valori unici nel Paese.

Gli ottantenni di oggi hanno vissuto, seppure bambini o poco più, gli anni della Seconda Guerra Mondiale e sono stati i veri protagonisti della fase successiva, quella della ricostruzione e del boom economico, che ha portato l’Italia fuori dal baratro del conflitto mondiale e l’ha proiettata nel periodo d’oro di quel miracolo che stupì, e quanto, tutto il mondo che contava.

Questi anziani rappresentano l’unica generazione vivente ad avere sperimentato direttamente, sulla propria pelle, cosa vuol dire subire un così violento trauma collettivo, in quel caso la guerra, e poi mettere le basi per un nuovo inizio, la ricostruzione. Quei giovani di allora, e oggi anziani, sono particolarmente preziosi per aiutare a capire cosa bisogna fare per far ripartire un Paese messo a terra da un evento pernicioso e funesto come quello che stiamo vivendo.
La generazione degli ottantenni, tanti anni fa, si è assunta il compito di chiudere un’epoca e di aprirne un’altra, indicando a tutti un percorso di democrazia e di benessere.

Quella generazione si è fatta carico della ricostruzione di un Paese distrutto, facendo leva sui valori solidi dell’impegno, del lavoro, della responsabilità individuale e del bene comune. Valori oggi non così diffusi e intesi, ma ancor più utili alle nuove generazioni di fronte allo scempio pandemico e alle sue implicazioni attuali e future.

Questa maledetta epidemia si sta dunque portando via una parte considerevole di una generazione che ha rappresentato l’insieme dei valori e la memoria storica di una fase cruciale del Paese, quella della ricostruzione postbellica, che ha consentito all’Italia, proprio grazie a quegli uomini e a quelle donne oggi over 80, di diventare una delle maggiori potenze industriali del pianeta.

Quanto farebbero comodo, oggi, quegli anziani! E quanto servirebbero, domani, quando in Italia, in Europa e nel mondo ci si dovrà rimboccare le maniche e mettere mano ad una nuova, seppur diversa, ricostruzione.

I nostri anziani non sono dunque solo ultraottantenni fragili e male sulle gambe: la repentina e inopportuna scomparsa di molti di loro dovuta al Covid.19 rappresenta un grave e forte impoverimento sociale e culturale. Dobbiamo rendercene conto.

Proteggiamoli, questi nostri anziani, facciamogli sentire la nostra vicinanza, la nostra considerazione, il nostro affetto. E a chi resisterà, dopo il conflitto mondiale anche a questa non meno difficile prova, facciamo sentire che l’Italia ha bisogno, veramente tanto bisogno, della loro preziosa esistenza.

Ma attenzione: parlare come si sente in giro, pare per iniziativa di una non secondaria forza di governo, di istituire un nuovo contributo di solidarietà da applicare a redditi pari o superiori a 80 mila euro per promuovere un avvio di ricostruzione ad emergenza Covid-19 terminata, sembra, a noi pensionati, l’ennesimo sopruso verso una categoria, quella appunto dei pensionati, che già sta subendo sottrazioni per altri contributi di solidarietà accumulati nel tempo, per tagli importanti sugli importi delle pensioni medio alte e per l’ennesimo blocco della perequazione.

Attenzione, ripeto. Non si possono togliere ai nostri anziani, ai nostri pensionati, le certezze, almeno, di una certa stabilità economica. E con ulteriori prelievi, blocchi, contributi di solidarietà varia, queste certezze stanno via via scomparendo.

Pietrarsa da Officina a Museo Nazionale Ferroviario

Orgoglio tutto italiano: il Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa oggi rappresenta uno dei poli culturali e turistici più importanti del Mezzogiorno

Il Museo Ferroviario Nazionale di Pietrarsa è situato in un luogo importante per la storia delle ferrovie italiane. Qui, lungo questa direttrice della linea Napoli-Salerno che costeggia l’area del Museo, il 3 ottobre 1839 veniva inaugurata la prima strada ferrata d’Italia. Era lunga 7.411 metri e congiungeva Napoli a Portici. Il tragitto fu percorso in 11 minuti, da due convogli progettati dall’ingegnere Armand Bayard de la Vingtrie, su prototipo dell’inglese George Stephenson. Lo sviluppo di questi primi collegamenti ferroviari diede avvio ad un periodo di particolare fervore industriale che vide la siderurgia e la metalmeccanica assumere il ruolo di industrie leader nel Regno delle Due Sicilie.

Una tappa fondamentale di questo processo fu senza dubbio la fondazione nel 1840, per volere di Ferdinando II di Borbone, del complesso industriale di Pietrarsa, realizzato non a caso sui terreni adiacenti la nuova ferrovia presso la “batteria francese” e nel 1844 esteso ad un’area compresa tra la spiaggia e la stessa linea ferroviaria. La nuova officina indirizzata per volere del sovrano alla costruzione e riparazione delle locomotive era un altro importante passo della politica borbonica tesa a svincolare il Regno dalla dipendenza industriale dall’estero. Il complesso comprendeva un grande capannone per il montaggio delle locomotive ed un vasto edificio chiamato “La Torniera”, a due navate, nel quale trovavano posto 200 operai. Nell’opificio si riparavano e costruivano locomotive con materiale fornito dall’Inghilterra. Nel 1847 lo stabilimento era in pieno sviluppo, vi lavoravano 500 operai che raggiunsero col tempo le 1250 unità.

La struttura delle officine

La struttura delle officine venne completata nel 1853. Si trattava del primo complesso industriale italiano, precedente di 44 anni la fondazione della Breda e di 57 quella della Fiat. Con l’Unità d’Italia, Pietrarsa passò in gestione al governo italiano. La produzione dello stabilimento era molto ampia: rotaie, locomotive, macchine a vapore, proiettili. Si effettuavano, inoltre, riparazioni ferroviarie e navali e si costruivano macchine e attrezzature per altri opifici. Dopo alterne vicende l’officina fu affidata in concessione alla Società Nazionale di Industrie Meccaniche e poi, con la stipula delle Convenzioni ferroviarie, nell’aprile del 1885, la gestione di Pietrarsa fu affidata alla Società Italiana per le Strade Ferrate del Mediterraneo. Nel luglio del 1905, con la nazionalizzazione della rete ferroviaria italiana, Pietrarsa divenne un’Officina delle Ferrovie dello Stato specializzata nella riparazione delle locomotive a vapore. Le FS modernizzarono l’impianto potenziando le apparecchiature e introducendo una nuova organizzazione scientifica del lavoro. Dopo la Seconda guerra mondiale, la definitiva affermazione della trazione diesel ed elettrica relegò l’uso delle vaporiere al solo traffico merci ed ai servizi sussidiari. Il declino del vapore segnava anche quello delle officine di Pietrarsa. La riconversione dell’impianto alle nuove tecnologie sarebbe stata troppo costosa per cui le attrezzature non vennero più rinnovate e lo stabilimento rimase esclusivamente adibito alla grande riparazione dei pochi rotabili a vapore rimasti in circolazione. Nel novembre 1975, le officine furono ufficialmente chiuse e, un mese dopo, l’ultima locomotiva di cui era stata effettuata la grande riparazione a Pietrarsa, lasciava lo stabilimento.

La nascita del Museo: tradizione e innovazione

Nel 1977, la proposta di trasformare le vecchie officine di Pietrarsa in Museo ferroviario veniva sottoposta al Consiglio d’Amministrazione delle FS, che esprimeva parere positivo. I lavori per l’adeguamento della struttura alla nuova destinazione venivano iniziati nel 1980 e, il 7 ottobre, 1989, in occasione del 150° anniversario della Napoli-Portici, il Museo veniva aperto al pubblico.

Nel 2013 il Museo è stato inserito tra gli asset storici della Fondazione FS Italiane che ha avviato un’azione di rilancio e valorizzazione dell’attività museale e di riqualificazione degli spazi. Il nuovo corso intrapreso ha reso Pietrarsa un moderno polo culturale e congressuale. Il grande progetto di restauro che la Fondazione ha potuto avviare grazie al sostegno del Gruppo FS ha comportato interventi di grande rilievo tecnico e strutturale estesi all’intero sito: dalle imponenti architetture dei padiglioni agli spazi all’aperto, al restauro estetico di tutti i rotabili storici che compongono la collezione. Pietrarsa è oggi una sede espositiva unica nel panorama nazionale per la suggestione degli ambienti e la ricchezza dei materiali conservati e rappresenta uno dei più importanti musei ferroviari d’Europa. Si sviluppa su un’area di 36mila metri q quadrati, di cui 14mila coperti. Le collezioni sono esposte negli antichi padiglioni dell’opificio borbonico che ospitavano i reparti specializzati nelle varie lavorazioni del ciclo produttivo connesso con il montaggio, lo smontaggio e la riparazione di locomotive a vapore e veicoli ferroviari. Tutti i padiglioni sono stati riqualificati con importanti lavori di consolidamento, restauro e ripulitura. Grande attenzione è stata indirizzata ai servizi e alle tecnologie con la realizzazione di una capiente sala cinema dotata di aggiornati sistemi per la proiezione video e di una sala congressi attrezzata con le più moderne tecnologie comunicative.

Gli interventi hanno interessato anche gli esterni del Museo con l’impegnativo restauro della statua in ghisa del 1843 dedicata al fondatore dell’opificio, Ferdinando II di Borbone e della pensilina liberty della stazione di Fiorenzuola d’Arda che abbellisce il piazzale sul mare di fronte alla palazzina d’onore. Ma a Pietrarsa il passato vive accanto al futuro e la fruizione del patrimonio storico conservata nel Museo sarà sempre più affidata alle nuove tecnologie: un primo esperimento di fruizione museale interattiva si è realizzato attorno al modello originale della Bayard con l’installazione di un evoluto sistema multimediale di “realtà aumentata” che consente al visitatore, mentre si trova davanti a questa antica locomotiva, di vivere sensorialmente, grazie all’uso di proiezioni tridimensionali, un vero e proprio viaggio nel tempo, nella storia ferroviaria d’Italia.

Un progetto che sarà esteso, a breve, anche ad altre zone del Museo trasformando il percorso dei visitatori in una esperienza multimediale di grande suggestione. Grazie a questi interventi il Museo di Pietrarsa rappresenta oggi uno dei poli culturali e turistici più importanti della Campania ed una delle più rilevanti realtà convegnistiche del Mezzogiorno d’Italia.