CIDA

Tempi difficili

Tempi difficili

Tempi difficili: di fronte alle difficoltà che il Paese sta affrontando, i colleghi pensionati vivono momenti di incertezza e di viva preoccupazione. Intanto Cida e Federmanger sono presenti nelle stanze del governo e portano sui tavoli che contano le esigenze e le aspettative dei loro rappresentati ed il loro sacrosanto diritto ad una giusta pensione

Tenere una continuità di colloquio con i nostri associati in questo periodo non è proprio facile. Non è facile per il condizionamento fisico che ci viene dalle disposizioni governative in atto per contenere la nota pandemia, non è facile per gli argomenti dolorosi che abbiamo dovuto affrontare nei mesi passati che hanno riguardato alcuni colleghi più anziani e fragili, stroncati dal morbo, non è facile perché la situazione economica in cui è crollato il Paese potrebbe far sembrare perfino fuori luogo riprendere e discutere le questioni dei nostri diritti ed interessi. E poi non è facile per la scarsità delle novità che riguardano il mondo delle pensioni.

L’unica notizia certa che abbiamo in questo settore riguarda l’esame del ricorso presentato contro il cosiddetto contributo di solidarietà (più esattamente “riduzione della base lorda della pensione”) e la modifica, in peggio, del sistema di perequazione che la Corte Costituzionale ha messo in calendario per il prossimo 20 ottobre. Previsioni sull’esito non se ne possono fare, possiamo solo attendere, anche se il momento non ci induce a grande fiducia. C’è pessimismo in giro. Dai contatti quasi quotidiani che ho con i colleghi in pensione emerge in tutti una preoccupazione costante: cosa succederà alle nostre pensioni nel prossimo autunno, quando il governo dovrà affrontare i nodi della prossima finanziaria, magari non avendo completamente ottenuto gli aiuti e i prestiti tanto attesi dall’Unione Europea? E qualora l’emergenza coronavirus dovesse ripresentarsi con la virulenza che ben conosciamo, cosa succederà al nostro già fragile sistema economico, già ampiamente fiaccato da tanti mesi di lockdown? Dove finiremo se il Paese si troverà di nuovo a dover fare i conti con la chiusura di fabbriche e di ogni attività commerciale e sociale? Dove potranno essere presi i soldi per continuare ad elargire cassa integrazione, redditi di cittadinanza, redditi di emergenza e sussidi vari per le categorie più penalizzate?

Queste sono le preoccupazioni più “sentite” dai nostri colleghi che chiedono, allarmati, cosa stanno facendo Cida e Federmanager per evitare che, in piena emergenza, siano come al solito i pensionati, con i contributi di solidarietà, i reiterati blocchi della perequazione, i tagli indiscriminati e balzelli vari a pagare il conto più salato, a fungere come sempre da bancomat del governo, a risolvere, seppure soltanto in parte, i problemi finanziari di uno Stato apparso finora forse fin troppo assistenziale.

D’altra parte le grandi elargizioni finora distribuite a pioggia non pare abbiano raggiunto le finalità desiderate. L’operazione reddito di cittadinanza, ad esempio, doveva portare, in cambio dei miliardi stanziati e distribuiti, la creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Risultato: appena qualche migliaio di occupati e tanti, tantissimi “no” ai lavori proposti. In compenso assunti qualche migliaio di “navigator”. Domanda: per fare cosa?Stesso discorso per i cosiddetti redditi di emergenza. Le aziende agricole, tanto per fare un altro esempio, sono in crisi profonda. E questo, in parte, perché chi percepisce il reddito d’emergenza dallo Stato non vuole rinunciarci e preferisce tenersi quello e non andare a sudare nei campi. Mah, fosse che nei provvedimenti assistenziali dello Stato ci sia qualcosa da rivedere?

Ma torniamo a noi. Cosa stanno facendo Cida e Federmanager, chiedevano i nostri iscritti. La risposta è abbastanza semplice anche se forse poco esaustiva. Fanno quello che in questi casi e in questi difficili momenti è possibile fare: sono presenti nelle stanze del governo e portano sui tavoli che contano le esigenze e le aspettative dei loro rappresentati.

I presidenti Cida e Federmanager sono stati sentiti nei giorni scorsi a Villa Pamphili, in occasione degli Stati Generali promossi dal Presidente del Consiglio, Conte, e hanno lasciato, per un attento esame, un documento esplicativo del pensiero dei dirigenti nell’attuale contingenza. Cosa succederà nei prossimi mesi è difficile poterlo prevedere. Troppe le variabili che potranno condizionare il futuro. Resta il fatto che i nostri colleghi in pensione, pur con le loro preoccupazioni per il futuro, rappresentano oggi un elemento di grande stabilità per la società italiana.

Si pensi a quanti di loro sostengono con le loro pensioni i familiari, molti dei quali versano in particolari difficoltà economiche, spesso proprio per le conseguenze sociali del coronavirus, si pensi a quei nonni che si sostituiscono ai figli nell’accudire i nipotini soprattutto ora con le scuole chiuse, si pensi dunque a quanti di loro assicurano non solo affetto ma anche sicurezza economica a tutta la famiglia, svolgendo alla fine un vero e proprio servizio sociale.

Mi riallaccio a questo proposito a quanto ho avuto modo di scrivere in un articolo pubblicato qualche mese fa su questa stessa rivista: i pensionati, gli anziani in generale, vanno tutelati, vanno protettiÈ ora di smetterla con i prelievi ingiustificati sulle loro pensioni, con le angherie e i soprusi mascherati da forzosi contributi di solidarietà. Uno Stato che si rispetti, un governo come quello attuale che dice di preoccuparsi tanto del bene dei suoi cittadini, tanto da destinare miliardi e miliardi alle cosiddette fasce deboli con i molteplici provvedimenti a pioggia che abbiamo visto, non può non preoccuparsi della sicurezza e della stabilità degli anziani, di questo delicato e fragile segmento della popolazione del Paese.

I nostri pensionati, pur se anche loro naturalmente anziani, non cercano tutele o protezioni particolari e men che mai privilegi. I nostri pensionati, oltre al rispetto dei loro diritti, vogliono che venga riconosciuta loro esclusivamente la certezza ad avere la giusta pensione, la pensione per la quale hanno lavorato per anni, in modo onesto e serio, pagando tasse e contributi fino all’ultimo centesimo, rispettando regole e convenzioni. La loro maggiore preoccupazione è che ancora una volta questi loro diritti non verranno rispettati. E come diceva un politico d’altri tempi, “a pensar male si fa peccato ma purtroppo molto spesso ci si azzecca!”.

Quello che più appare perverso nei provvedimenti presi dai diversi governi contro le nostre pensioni non è tanto l’occasione della riduzione della pensione, dunque il fatto occasionale, quanto piuttosto la continuità di questi provvedimenti che si sono concatenati l’uno all’altro, anno su anno, da ormai oltre un decennio. Ravvisiamo in questo una profonda illegittimità. Ed è per questo che temiamo per il prossimo futuro. Sembra quasi che i governi si siano passati il “testimone”, come in una ipotetica corsa a “staffetta”. Ogni governo ha fatto il suo, cercando, coscientemente, di togliere un po’ di soldi ai pensionati pur dichiarando, con parecchia faccia tosta, che mai quel governo avrebbe messo le mani nelle tasche dei cittadini.

Ma evidentemente in quelle dei pensionati sì.

È la solita musica: pagano i pensionati

Mentre la politica, a parole, sventola la bandiera della lotta all’evasione fiscale, l’83% delle imposte grava su lavoratori e pensionati, con questi ultimi che oltre alle tasse sul reddito, sono chiamati a pagare anche quote aggiuntive d’imposte

Si diceva a mezza voce, alcuni lo facevano capire, ma non lo dicevano apertamente. Ora si sa chiaramente chi sono i cosiddetti “Poteri forti”, quelli che condizionano in ogni momento la politica italiana, le scelte dei Governi. Sono bastati gli annunci del nuovo Governo sui contenuti della Nota di aggiornamento che definisce gli obiettivi programmatici della legge di bilancio 2020, è bastato che negli annunci si facesse cenno di calcare un po’ la mano sulle misure dissuasive relative alla più grossa frode a carico dei cittadini, ed ecco evidenziarsi tutta una serie di distinguo, di prese di distanza, di segnali protettivi. Sì, ora ne abbiamo la certezza: esiste una “casta”, una casta potentissima, quella degli evasori fiscali. Quelli che del non pagare le tasse ne fanno un modello presente – ed estremamente efficace – nelle loro attività produttive, commerciali, professionali. Sono evasori, questi signori, ma sono anche elettori, e hanno fatto ben intendere a chi di dovere che se il Governo insiste nel voler ridurre i margini che oggi consentono di farla franca quando non pagano le tasse, se la dovranno vedere con loro. Con gli evasori, appunto.

E le forze politiche sanno che la minaccia non è vaga: si concretizza poi nelle urne. In Italia ormai, da qualche parte, si vota sempre. Si vota (o si dovrebbe votare, visti gli ultimi accadimenti) nel Paese, si vota nelle Regioni, si vota nei Comuni e anche nei quartieri e nelle circoscrizioni. E ogni volta i cittadini/evasori si fanno sentire pesantemente. Nelle urne elettorali, naturalmente.

Un’élite nascosta (ma poi neanche tanto) che ostenta sicurezza e che continua a fregarsene del principio costituzionale che dice che tutti devono pagare le tasse in ragione della loro capacità contributiva. Per loro questo principio non vale. E le fazioni politiche, di qualunque colore e ideologia, non sembrano pronte a rintuzzare la sfida. Anzi, ciascuna fa una strizzatina d’occhio alla parte di evasori di proprio riferimento: per te non vale, ci penso io.

E così l’ISTAT in “Economia non osservata nei conti nazionali”, (15 ottobre 2019), ci fa
sapere che l’economia sommersa, cioè le attività sulle quali le tasse non sono state pagate, vale, nel 2017, circa 192 miliardi di euro e se poi si aggiungono le attività illegali, si arriva addirittura a 211 miliardi. Con riferimento all’economia sommersa, l’ISTAT ci spiega che il 41,7% del sommerso economico si concentra nel settore del commercio all’ingrosso e al dettaglio, dei trasporti e magazzinaggio, delle attività di alloggio e ristorazione. Ci dice anche che nel 2017 sono state 3 milioni e 700 mila le unità di lavoro a tempo pieno in condizione di non regolarità, occupate in prevalenza come dipendenti (2 milioni e 696 mila unità).

Questo, tanto per far capire bene a chi legge di cosa stiamo parlando. Ma la politica, che con la grancassa dichiara di volere sconfiggere la piaga dell’evasione e ne fa, in modo fasullo, un cavallo di battaglia, poi mette in piazza qua e là dichiarazioni rassicuranti. Come dire: non ne faremo niente, perché a sostenere le spese dello Stato c’è l’altra parte della popolazione che le tasse le ha pagate sempre e continua a pagarle! Ci sono i lavoratori dipendenti e i pensionati che tanto versano la maggior parte dell’Irpef! Tranquilli, su di loro grava oltre l’83% della principale imposta e i conti sono salvi!

C’è una classe di persone, insomma, che prima come lavoratori, poi come pensionati, paga fino all’ultimo centesimo. Con una aggiunta, poi! Perché i pensionati, oltre alle tasse sul reddito, sono chiamati a pagare anche quote aggiuntive d’imposte. È vero che tecnicamente si chiamano in altro modo – adeguamento al costo della vita, perequazione, contributo di solidarietà, ecc. – ma i soldi comunque sono presi sempre dalle stesse tasche, quale che sia il nome tecnico che viene usato. Anzi, sono soldi prelevati prima che i pensionati riscuotano la pensione, perché la trattenuta avviene alla fonte, cioè d’ufficio, all’atto in cui viene disposto l’importo messo a pagamento. E queste operazioni penalizzanti ormai durano da oltre 50 anni.

Insomma un fisco sempre più “concentrato” sui percettori di reddito fisso, sui lavoratori dipendenti e soprattutto sui pensionati. Per questi ultimi in particolare, solo a fermarci agli interventi che tuttora incidono sulla loro pelle e senza evocare le tante misure precedenti che li hanno penalizzati nel corso degli ultimi anni, ricordiamo:
1) che i provvedimenti restrittivi della perequazione hanno avuto inizio nel 2012 e finiranno nel 2021. Dieci anni!
2) che di provvedimenti che vengono definiti “contributi di solidarietà” ne sono stati applicati
7 (sette!) a partire dal 2000, con motivazioni e obiettivi diversi. L’ultimo, per cinque anni,
dal 2019 al 2023. Con assoluta spregiudicatezza, in questo caso, il Governo che ha varato i provvedimenti non si richiama neppure al sentimento solidale. Dice, molto più brutalmente, che dal primo gennaio 2019 i trattamenti pensionistici superiori a 100mila euro lordi sono “ridotti” di un’aliquota percentuale, per scaglioni progressivi crescenti, dal 15% al 40%. Non si tratta dunque di emergenza per le casse previdenziali né di quelle dello Stato. Si tratta di un atteggiamento che si riscontra da decenni in tutte le successioni di governo. Quasi una progressiva tendenza a ridurre tutte le pensioni ad un livello medio-basso, di pura sopravvivenza.

Stato assistenziale per tutti, dunque! Un’assistenza, peraltro, che sarebbe assai conforme ad uno Stato in cui, come pure qualcuno provocatoriamente ha ipotizzato, ai vecchi, ormai in pensione, verrebbe sottratta anche una quota di cittadinanza: il diritto di voto (sic!).Che questo disegno, sia pure non esplicitato, non sia compatibile con i principi della nostra Costituzione lo si rileva dalla migliore dottrina giuridica e dalla giurisprudenza costituzionale.

A questa si richiamano, fortunatamente, gli organi della magistratura ordinaria e contabile, quando rilevano contraddizione fra i principi della nostra Carta fondamentale e i provvedimenti di legge. Come è avvento recentemente. Federmanager e CIDA ci hanno nei giorni scorsi informati che la Corte dei Conti, Sezione giurisdizionale per il Friuli Venezia Giulia, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dei provvedimenti legislativi che hanno determinato l’ennesimo blocco della perequazione e il prelievo straordinario sulle pensioni d’ importo medio-alto di cui abbiamo appena detto. Nel Comunicato CIDA del 18 ottobre si legge che la predetta Corte ha rilevato che i provvedimenti legislativi in questione non rispettano i tre fondamentali principi posti dalla Corte Costituzionale in tema di previdenza: ragionevolezza, adeguatezza, affidamento. Anche noi, pur con minore dottrina, abbiamo sempre contestato i provvedimenti sottrattivi delle pensioni, richiamandoci a tali principi. Ci conforta ora il fatto che un organo di giustizia ne valuti la violazione e domandi al Giudice delle leggi di pronunciarsi in merito. Federmanager e CIDA auspicano che anche gli altri giudici ordinari e contabili, chiamati a decidere su ricorsi avviati dai dirigenti pubblici e da quelli delle aziende private, sollevino la questione di legittimità costituzionale dei provvedimenti legislativi che tuttora penalizzano noi pensionati. Sarebbe un buon segnale per sperare in una Pronuncia d’illegittimità costituzionale delle norme suddette. Attendiamo con fiducia.

La parola ai giudici

La parola ai giudici

Cosa è necessario fare e quali azioni intraprendere per fare giustizia rispetto a provvedimenti governativi frutto di una propaganda politica di uno squallore senza precedenti

La notizia è ora ufficiale. Le trattenute sulle pensioni medio alte saranno applicate dall’INPS dal mese di giugno, subito dopo le elezioni europee. Non che ci fossimo mai illusi che il passare del tempo avrebbe operato a favore dei nostri pensionati ma, chissà, una certa speranza sotto sotto la stavamo covando. Ora dobbiamo soltanto reagire.

Nei giorni scorsi si è riunito a Roma il Consiglio di Presidenza della CIDA che, di fronte alla situazione ormai definita e sotto la forte pressione della nostra Federazione, ha deliberato di attivare delle azioni giudiziarie sia attraverso la riduzione del trattamento pensionistico prevista dal provvedimento di legge sopra citato, sia – e questo è assai importante perché inizialmente oggetto di parecchie perplessità e incertezze – contro il riconoscimento parziale della perequazione automatica delle pensioni.

Quindi, a breve, partiranno le azioni giudiziarie tanto attese dai nostri colleghi pensionati. Riusciranno a fare giustizia rispetto a provvedimenti governativi frutto di una propaganda politica di uno squallore senza precedenti? Difficile dirlo.La parola ai giudiciCerto, siamo ancora sotto attacco, stiamo ancora subendo gli effetti di una campagna di denigrazione al centro della quale c’è sempre la dirigenza, pubblica e privata. Si attacca senza vergogna chi ha pagato tutte le tasse dovute, chi ha versato tutti i contributi previdenziali previsti, chi ha affrontato e risolto, a totale beneficio della collettività nazionale, le tante crisi economiche e politiche che negli anni hanno colpito il nostro paese. E dopo tutto questo, quella dirigenza è ancora impallinata da accuse infamanti, è ancora considerata una casta privilegiata, una cosca di nemici da punire e da abbattere.

L’obiettivo di almeno una parte del governo non è quello di togliere ai dirigenti per risparmiare, l’obiettivo è quello di dimostrare che si è voluto fare giustizia sociale colpendo la classe dirigente del passato, additandola come responsabile delle ingiustizie e delle disuguaglianze che si trascinano al presente. A niente è valso spiegare che sono l’evasione fiscale e la frode previdenziale la cancrena che erode il nostro sistema sociale. Ma tant’è.

Occorreva dare addosso a un capro espiatorio. Peggio, ad un nemico. E niente ha più successo politicamente che costruire in modo fittizio un nemico, colpirlo e dire poi che si è fatta giustizia. Il nemico lo hanno individuato in una minoranza sociale di circa 25mila pensionati, selezionati uno ad uno dalle liste INPS, che riscuotono prestazioni superiori a 100mila euro lordi. Una ideologia infame, perché sa di colpire persone anziane, in maggioranza ultra 80enni, senza nessun potere contrattuale, persone che per difendersi devono affidarsi solo alla benevolenza dei giudici, sperando che vogliano tenere conto, qualche volta, non solo delle ragioni esposte dai governi, ma anche delle ragioni dei ricorrenti.