Il periodico di Federmanager Roma

È la solita musica: pagano i pensionati

Mentre la politica, a parole, sventola la bandiera della lotta all’evasione fiscale, l’83% delle imposte grava su lavoratori e pensionati, con questi ultimi che oltre alle tasse sul reddito, sono chiamati a pagare anche quote aggiuntive d’imposte

Si diceva a mezza voce, alcuni lo facevano capire, ma non lo dicevano apertamente. Ora si sa chiaramente chi sono i cosiddetti “Poteri forti”, quelli che condizionano in ogni momento la politica italiana, le scelte dei Governi. Sono bastati gli annunci del nuovo Governo sui contenuti della Nota di aggiornamento che definisce gli obiettivi programmatici della legge di bilancio 2020, è bastato che negli annunci si facesse cenno di calcare un po’ la mano sulle misure dissuasive relative alla più grossa frode a carico dei cittadini, ed ecco evidenziarsi tutta una serie di distinguo, di prese di distanza, di segnali protettivi. Sì, ora ne abbiamo la certezza: esiste una “casta”, una casta potentissima, quella degli evasori fiscali. Quelli che del non pagare le tasse ne fanno un modello presente – ed estremamente efficace – nelle loro attività produttive, commerciali, professionali. Sono evasori, questi signori, ma sono anche elettori, e hanno fatto ben intendere a chi di dovere che se il Governo insiste nel voler ridurre i margini che oggi consentono di farla franca quando non pagano le tasse, se la dovranno vedere con loro. Con gli evasori, appunto.

E le forze politiche sanno che la minaccia non è vaga: si concretizza poi nelle urne. In Italia ormai, da qualche parte, si vota sempre. Si vota (o si dovrebbe votare, visti gli ultimi accadimenti) nel Paese, si vota nelle Regioni, si vota nei Comuni e anche nei quartieri e nelle circoscrizioni. E ogni volta i cittadini/evasori si fanno sentire pesantemente. Nelle urne elettorali, naturalmente.

Un’élite nascosta (ma poi neanche tanto) che ostenta sicurezza e che continua a fregarsene del principio costituzionale che dice che tutti devono pagare le tasse in ragione della loro capacità contributiva. Per loro questo principio non vale. E le fazioni politiche, di qualunque colore e ideologia, non sembrano pronte a rintuzzare la sfida. Anzi, ciascuna fa una strizzatina d’occhio alla parte di evasori di proprio riferimento: per te non vale, ci penso io.

E così l’ISTAT in “Economia non osservata nei conti nazionali”, (15 ottobre 2019), ci fa
sapere che l’economia sommersa, cioè le attività sulle quali le tasse non sono state pagate, vale, nel 2017, circa 192 miliardi di euro e se poi si aggiungono le attività illegali, si arriva addirittura a 211 miliardi. Con riferimento all’economia sommersa, l’ISTAT ci spiega che il 41,7% del sommerso economico si concentra nel settore del commercio all’ingrosso e al dettaglio, dei trasporti e magazzinaggio, delle attività di alloggio e ristorazione. Ci dice anche che nel 2017 sono state 3 milioni e 700 mila le unità di lavoro a tempo pieno in condizione di non regolarità, occupate in prevalenza come dipendenti (2 milioni e 696 mila unità).

Questo, tanto per far capire bene a chi legge di cosa stiamo parlando. Ma la politica, che con la grancassa dichiara di volere sconfiggere la piaga dell’evasione e ne fa, in modo fasullo, un cavallo di battaglia, poi mette in piazza qua e là dichiarazioni rassicuranti. Come dire: non ne faremo niente, perché a sostenere le spese dello Stato c’è l’altra parte della popolazione che le tasse le ha pagate sempre e continua a pagarle! Ci sono i lavoratori dipendenti e i pensionati che tanto versano la maggior parte dell’Irpef! Tranquilli, su di loro grava oltre l’83% della principale imposta e i conti sono salvi!

C’è una classe di persone, insomma, che prima come lavoratori, poi come pensionati, paga fino all’ultimo centesimo. Con una aggiunta, poi! Perché i pensionati, oltre alle tasse sul reddito, sono chiamati a pagare anche quote aggiuntive d’imposte. È vero che tecnicamente si chiamano in altro modo – adeguamento al costo della vita, perequazione, contributo di solidarietà, ecc. – ma i soldi comunque sono presi sempre dalle stesse tasche, quale che sia il nome tecnico che viene usato. Anzi, sono soldi prelevati prima che i pensionati riscuotano la pensione, perché la trattenuta avviene alla fonte, cioè d’ufficio, all’atto in cui viene disposto l’importo messo a pagamento. E queste operazioni penalizzanti ormai durano da oltre 50 anni.

Insomma un fisco sempre più “concentrato” sui percettori di reddito fisso, sui lavoratori dipendenti e soprattutto sui pensionati. Per questi ultimi in particolare, solo a fermarci agli interventi che tuttora incidono sulla loro pelle e senza evocare le tante misure precedenti che li hanno penalizzati nel corso degli ultimi anni, ricordiamo:
1) che i provvedimenti restrittivi della perequazione hanno avuto inizio nel 2012 e finiranno nel 2021. Dieci anni!
2) che di provvedimenti che vengono definiti “contributi di solidarietà” ne sono stati applicati
7 (sette!) a partire dal 2000, con motivazioni e obiettivi diversi. L’ultimo, per cinque anni,
dal 2019 al 2023. Con assoluta spregiudicatezza, in questo caso, il Governo che ha varato i provvedimenti non si richiama neppure al sentimento solidale. Dice, molto più brutalmente, che dal primo gennaio 2019 i trattamenti pensionistici superiori a 100mila euro lordi sono “ridotti” di un’aliquota percentuale, per scaglioni progressivi crescenti, dal 15% al 40%. Non si tratta dunque di emergenza per le casse previdenziali né di quelle dello Stato. Si tratta di un atteggiamento che si riscontra da decenni in tutte le successioni di governo. Quasi una progressiva tendenza a ridurre tutte le pensioni ad un livello medio-basso, di pura sopravvivenza.

Stato assistenziale per tutti, dunque! Un’assistenza, peraltro, che sarebbe assai conforme ad uno Stato in cui, come pure qualcuno provocatoriamente ha ipotizzato, ai vecchi, ormai in pensione, verrebbe sottratta anche una quota di cittadinanza: il diritto di voto (sic!).Che questo disegno, sia pure non esplicitato, non sia compatibile con i principi della nostra Costituzione lo si rileva dalla migliore dottrina giuridica e dalla giurisprudenza costituzionale.

A questa si richiamano, fortunatamente, gli organi della magistratura ordinaria e contabile, quando rilevano contraddizione fra i principi della nostra Carta fondamentale e i provvedimenti di legge. Come è avvento recentemente. Federmanager e CIDA ci hanno nei giorni scorsi informati che la Corte dei Conti, Sezione giurisdizionale per il Friuli Venezia Giulia, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dei provvedimenti legislativi che hanno determinato l’ennesimo blocco della perequazione e il prelievo straordinario sulle pensioni d’ importo medio-alto di cui abbiamo appena detto. Nel Comunicato CIDA del 18 ottobre si legge che la predetta Corte ha rilevato che i provvedimenti legislativi in questione non rispettano i tre fondamentali principi posti dalla Corte Costituzionale in tema di previdenza: ragionevolezza, adeguatezza, affidamento. Anche noi, pur con minore dottrina, abbiamo sempre contestato i provvedimenti sottrattivi delle pensioni, richiamandoci a tali principi. Ci conforta ora il fatto che un organo di giustizia ne valuti la violazione e domandi al Giudice delle leggi di pronunciarsi in merito. Federmanager e CIDA auspicano che anche gli altri giudici ordinari e contabili, chiamati a decidere su ricorsi avviati dai dirigenti pubblici e da quelli delle aziende private, sollevino la questione di legittimità costituzionale dei provvedimenti legislativi che tuttora penalizzano noi pensionati. Sarebbe un buon segnale per sperare in una Pronuncia d’illegittimità costituzionale delle norme suddette. Attendiamo con fiducia.

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