Il rischio che lo smart working venga relegato a strumento di emergenza per pandemie e crisi energetiche.
L’excursus, che parte da 2017, delinea perfettamente il paradosso italiano di una resistenza culturale verso lo smart working scambiando la presenza fisica del manager per produttività, anziché essere riconosciuto come l’evoluzione naturale del lavoro nel XXI secolo e nonostante l’evidenza dei dati e il progresso tecnologico.
Un’Italia a due velocità
Nonostante la spinta del 2020-2022, i dati ISTAT confermano un preoccupante “passo del gambero”.
| Indicatore | Situazione Italia | Media europea | Top performance (Finlandia/Irlanda) |
| Adozione smart working | 5,9% | 9% | > 21% |
| Produttività stimata | +20% | – | – |
Il “partito del passato” vs. i virtuosi
È emblematico il contrasto di approccio allo smart working:
- I giganti del controllo: Blackrock, Amazon, Tesla, che sembrano voler rivedere le modalità di svolgimento nel tentativo di ripristinare il passato modello metaforico del “panopticon” come sorveglianza visiva oltre che digitale, dove il valore è dato dal tempo trascorso alla scrivania dentro le mura aziendali.
- I campioni dell’innovazione: Realtà come Terna, TIM, Leonardo e le grandi società di consulenza hanno capito che il lavoro agile non è un “benefit”, ma una strategia di attrazione dei talenti (employer branding) e di efficienza operativa.
Smart working è la “normale” modernità
Perché il lavoro diventi davvero “una cosa nuova” bisogna scardinare tre pregiudizi:
- Il feticismo del cartellino: In un’economia della conoscenza, il valore si misura sull’output (risultato), non sull’input (ore di presenza). Timbrare il cartellino in un mondo digitale è un anacronismo logico.
- Il welfare come motore economico: Meno stress, meno inquinamento e più tempo per la vita privata non sono “concessioni”, ma fattori che riducono il burnout e aumentano la fedeltà aziendale.
- L’AI come catalizzatore: Con l’avvento dell’intelligenza artificiale, molte attività routinarie scompaiono. Ciò che resta è il pensiero critico e la creatività, attività che non richiedono necessariamente un ufficio fisico 5 giorni su 5.
L’appello alla responsabilità: verso una nuova cultura organizzativa
“È mai possibile che non si abbia il coraggio di affermare che le nuove modalità di lavoro rappresentano il NORMALE modo di lavorare?”
Questa domanda deve risuonare nelle aule della PA e nei board delle aziende. L’Italia non può permettersi di essere l’ultima carrozza di un treno che corre verso la digitalizzazione totale. Se lo smart working resta solo una “misura anticaldo” o un “rimedio alle piogge”, avremo fallito la transizione culturale.
Il lavoro non è più un luogo dove ci si reca, ma un’attività che si svolge.
Certamente. Lo scenario attuale vede un paradosso: mentre la tecnologia e le competenze sono mature, talune aziende stanno facendo marcia indietro verso il “presentismo”.
Lo Smart working non è un “benefit”, è un’Infrastruttura Strategica!
1. Il dato economico: produttività vs presenza
Contrariamente al pregiudizio secondo cui “se non ti vedo, non lavori”, i dati dell’Osservatorio smart working del Politecnico di Milano e di istituti internazionali come Stanford evidenziano che il lavoro agile, se ben gestito, può incrementare la produttività del 15-20%.
• Riduzione dei costi fissi: Un ufficio sottoutilizzato è un costo morto. Il passaggio a modelli ibridi permette di ottimizzare il real estate aziendale.
• Riduzione dell’assenteismo: La flessibilità riduce i permessi brevi e lo stress correlato al pendolarismo.
2. La guerra per il talento (employer branding)
Oggi il settore privato non compete solo sul salario, ma sulla qualità del tempo.
• The great resignation & quiet quitting: I dipendenti, specialmente Gen Z e Millennials, considerano lo smart working un requisito non negoziabile. Ridurlo significa condannare l’azienda a una fuga di cervelli verso competitor più flessibili.
• Attrattività globale: Il lavoro remoto permette di assumere i migliori talenti ovunque si trovino, senza vincoli geografici.
3. Sostenibilità ESG: Oltre il greenwashing
Rafforzare lo smart working è la via più rapida per migliorare il rating ESG (environmental, social, and governance) di un’impresa:
• Impatto ambientale: Meno spostamenti significano meno emissioni di CO2.
• Inclusione sociale: È il principale strumento di supporto alla genitorialità condivisa e all’inserimento lavorativo di persone con disabilità motorie.
Da controllo della presenza a smart leadership?
È fondamentale che la classe dirigente diventi convinto promotore del management per obiettivi:
• shift da controllo a risultati: Il middle management: deve saper valutare le performance della sua squadra basandosi sulla valutazione dei risultati. Bisogna passare definitivamente dalla “cultura del timbro” alla “cultura degli obiettivi chiari” (KPI).
• Cultura organizzativa e senso di appartenenza: Contrastare l’idea corrente che la distanza indebolisca la cultura aziendale. La soluzione non è il ritorno forzato, ma la creazione di momenti “fisici” di qualità (team building, workshop) anziché la routine quotidiana in scrivania.
Per rafforzare lo smart working nel privato, occorre spingere anche sulle leve della Digitalizzazione dei processi: Non si può fare smart working con burocrazia analogica.
- Formazione dei manager: Insegnare a guidare team remoti.
- Diritto alla disconnessione: Per rendere lo smart working sostenibile a lungo termine, evitando il burnout.
Conclusioni: alcuni spunti di riflessione
• Risparmio medio per il lavoratore: Circa 1.000-1.500€ annui in carburante e manutenzione.
• Risparmio di tempo: Circa 250-300 ore all’anno sottratte al traffico.
• Benessere: Il 70% degli “smart worker” dichiara un miglioramento dell’equilibrio vita-lavoro.
Il futuro del lavoro non è un luogo, ma uno stato mentale basato sulla fiducia e sulla responsabilità.




