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Non solo privacy

Non solo privacy

La digitalizzazione, l’Internet of Things e l’IA Generativa producono e produrranno enormi quantità di dati personali, generando problemi di privacy, ma anche squilibri economici e geopolitici. Al rischio di un “tecnofeudalesimo” l’Europa deve reagire con una nuova sovranità digitale.

La digitalizzazione delle attività lavorative nonché di quelle necessarie alla vita quotidiana delle persone (comprese quelle ludiche e ricreative) ha consentito la creazione di enormi giacimenti di informazioni rilasciate dagli utenti, conservate in cloud governati da entità transnazionali di proprietà privata.

Qualunque cosa facciamo con l’utilizzo della rete lasciamo una traccia che racconta chi siamo, come la pensiamo, cosa facciamo nel tempo libero o per lavoro, chi sono le persone a noi vicine, quali preferenze abbiamo per il trasporto e tanto altro.

Questo avviene già oggi ma avrà un incremento esponenziale a breve con l’avvento dell’“internet degli oggetti” (IoT) che attende l’implementazione delle reti 5G per affermarsi definitivamente nella nostra vita quotidiana e nelle nostre case; l’IoT permetterà agli oggetti di interagire fra di loro ma ogni volta che apriremo un frigorifero rilasceremo una informazione che verrà archiviata in un cloud privato situato in qualche luogo del pianeta.

La stessa IA generativa, recentemente messa a disposizione dell’utenza, ha necessità, per perfezionarsi e crescere, di sempre nuove informazioni che assume gratuitamente dagli utilizzatori.

La questione pone senza dubbio rilevanti problemi di privacy e sicurezza dei dati sensibili e in questo senso si muove anche la recente direttiva europea (prima al mondo) dellIA Act.

Ma la questione della privacy e della sicurezza dei dati, pur nella sua rilevanza indubbia, non è l’unico aspetto sul quale è opportuno soffermarsi.

I dati rilasciati in rete singolarmente presi non hanno alcun valore per l’utente che li produce, ma ne hanno tanto per le società tech che possono aggregarli e farne un commercio o un utilizzo diretto.

Questa enorme massa di dati, opportunamente ordinati, fornisce informazioni sugli utenti utili alla loro profilazione, alla creazione di cluster della popolazione utilizzabili anche a scopi politici, al miglioramento dei prodotti e dei servizi, alla customizzazione della pubblicità e dei prodotti di entertainment e a tutta una serie di utilizzi che creano valore economico per chi ne disponga.

Alcuni autori intravedono in questa dinamica l’insorgenza di un nuovo feudalesimo di tipo tecnocratico nel quale gli utenti come “servi della gleba” forniscono lavoro gratuito ai proprietari dei “feudi digitali” costituiti dai cloud, paragonabili alle “enclosures” (la privatizzazione dei terreni comuni) che alla fine del Settecento consentirono in Inghilterra l’accumulazione dei capitali che avrebbero dato corso alla prima industrializzazione[1].

Questo suggestivo paragone ha il merito di evidenziare l’asimmetria fra coloro (gli utenti) che producono senza averne alcun ritorno informazioni e coloro che, avendole acquisite senza alcun lavoro, ne traggono invece ricchezza e pone quindi una questione di equità nella ripartizione del valore fra il produttore materiale e il detentore del capitale, non molto diversa da quella affrontata dalle dottrine economiche classiche relativamente alla produzione industriale di beni materiali.

Inoltre non va trascurato il fatto che  nell’economia globalizzata la collocazione e il controllo della grandi centrali cloud  non è indifferente ai fini della geopolitica e ha significative ricadute per la sicurezza, la stabilità e l’economia degli Stati nazionali ed è diventata ormai oggetto della competizione fra sistemi politici, primi fra Cina e America,  con l’Europa in una condizione di sostanziale subalternità  che non può non destare preoccupazione con quasi il 70% dell’infrastruttura cloud  in mani estere[2].

Un primo allarme si è avuto con il caso Cambridge Analytica nel 2018 che mostrò come i dati assunti dai social di cittadini europei fossero stati usati da paesi terzi per intervenire nella politica dell’Unione e sottopose ai decisori politici l’impellenza di iniziative sulla sovranità dei dati, la cybersecurity e l’autonomia strategica.

In questa direzione muove il Buy European Tech Act che similmente all’analogo americano tende a promuovere la preferenza negli acquisti tech del settore pubblico verso prodotti e soluzioni europee anche per stimolare la crescita di un’offerta da parte delle imprese europee adeguata alle esigenze degli Stati membri acquirenti.

Questa maggiore  autonomia tecnologica, oltre che fornire maggiori garanzie in termini di cybersecurity, insieme alla riallocazione dei siti e della governance dei centri cloud all’interno delle comunità nazionali e locali,  consentirebbe che i dati e le utilità e il valore che da essi può scaturire restino nella disponibilità e a beneficio delle comunità che li hanno gratuitamente generati, per migliorare i servizi e i beni di quelle comunità e quindi migliorarne la qualità della vita e il benessere economico.

[1] Fra gli altri Yaris Varoufakis in “Tecnofeudalesimo”, ed. La nave di Teseo”, Milano 2023.

[2] Fonte Economy settembre 2025.

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