Il Lazio punta a rilanciare l’automotive, sostenendo l’indotto di Cassino, la transizione elettrica e nuovi investimenti per salvare occupazione e competenze. Per questo servono manager preparati e con visione di sistema.
Negli ultimi mesi il settore automotive del Lazio è tornato al centro del dibattito istituzionale, economico e sindacale, un comparto che rappresenta una delle filiere industriali più importanti del Centro Italia, un indotto che coinvolge 30.000 addetti e 7.700 imprese.
Secondo quanto dichiarato dalla vicepresidente Roberta Angelilli emerge la volontà della Regione di costruire un piano strategico di aiuti almeno fino al 2030, in linea con le direttive europee sulla transizione ecologica e la competitività industriale.
Al centro del confronto vi è l’indotto Stellantis di Cassino, simbolo di una sfida complessa: innovare mantenendo occupazione e competenze nel territorio.
Secondo Unindustria Lazio, l’intera filiera dell’automotive regionale deve affrontare un processo di riposizionamento competitivo, integrando ricerca, digitalizzazione e sostenibilità.
Il Consorzio Industriale del Lazio ha avviato uno studio sull’indotto indiretto — con il Comune di Piedimonte San Germano — per mappare competenze, produzioni e criticità delle PMI collegate al comparto. L’obiettivo è creare una rete di imprese capace di attrarre investimenti e fondi europei, sfruttando i canali di Invest in Lazio e la strategia S3 regionale su Automotive e Mobilità Sostenibile.
La transizione verso l’elettrico rappresenta la sfida principale. La Regione Lazio punta a favorire la riconversione green delle imprese, con incentivi per la formazione e la ricerca applicata.
A livello UE, il Lazio si candida a essere protagonista dell’Alleanza delle Regioni Europee dell’Automotive, promuovendo una politica industriale condivisa che eviti la delocalizzazione e valorizzi i poli tecnologici territoriali.
Il futuro dell’automotive nel Lazio dipenderà dalla capacità di conciliare innovazione, sostenibilità e coesione sociale. Tra PNRR, fondi europei e programmi regionali, la sfida è quella di trasformare una crisi in un’occasione di rinascita industriale per un comparto che, ancora oggi, rappresenta uno dei pilastri produttivi e tecnologici del territorio.
La produzione di auto dallo stabilimento di Cassino è calata notevolmente, un tempo uscivano 135.000 auto l’anno, nel 2025 i volumi si sono ridotti a meno di 20.000, dovuto a pochi turni di lavoro e linee ferme. Per tornare a produrre, servono decisioni chiare e coordinate. Certamente un accordo ponte potrebbe far ripartire la produzione nonché l’occupazione. Lo schema usato in Spagna per Martorell e Sagunto, dove il governo ha salvato migliaia di posti legando i fondi pubblici a nuovi modelli elettrici e alla creazione di una gigafactory.
Il futuro non è solo nell’auto elettrica, ma nei componenti, nel software e nell’energia.
La nascita di un “Cassino Automotive District” dedicato a testing e omologazione per veicoli elettrici, componentistica ad alta tensione, software e cybersecurity automotive, laboratori per riciclo batterie e materiali rari.
Questo modello funziona: lo ha dimostrato la Polonia con Nysa, che in tre anni ha creato oltre 1.000 posti nella filiera delle batterie legando ricerca, logistica e PMI locali. Per questo servono programmi di reskilling massivo per tecnici, ingegneri, e giovani diplomati.
Associazioni, Università e Istituti Tecnici, possono far nascere una Accademia Automotive 4.0, con corsi su meccatronica, software veicolare, gestione energetica e supply chain sostenibile.
Ogni addetto riqualificato è un investimento sul futuro, non un costo a bilancio.
L’Europa offre esempi concreti di rinascita industriale.
- In Zwickau (Germania), Volkswagen ha convertito l’intero impianto al full electric, salvando 8.000 posti di lavoro e mantenendo il know-how locale.
- In Sunderland (UK), Nissan ha creato un hub per la mobilità elettrica con 3.000 posti diretti e 4.000 nell’indotto.
- In Valencia, la joint venture PowerCo (VW) ha costruito una gigafactory da 40 GWh che ha generato oltre 3.000 nuovi posti.
Questi casi dimostrano che riconversione e occupazione possono coesistere, se la politica industriale è chiara e gli incentivi sono legati a risultati.
Servono manager preparati, etici, e con visione di sistema, capaci di integrare filiera, istituzioni e innovazione. Cassino può diventare un laboratorio di rinascita industriale se saprà combinare visione pubblica, capitale privato e managerialità diffusa.
La scommessa del basso Lazio può essere il simbolo di una nuova stagione industriale, in cui la parola “transizione” smette di essere un alibi e torna a significare evoluzione. Quindi una strategia che riporti lavoro, competenze e dignità a una comunità che per mezzo secolo ha dato all’Italia un orgoglio manifatturiero.
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