Il periodico di Federmanager Roma

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Chi ha paura dell’intelligenza artificiale?

Chi ha paura dell’intelligenza artificiale?

L’Intelligenza Artificiale e la distruzione creatrice. Per i manager no al pessimismo, sì al lavoro migliore.

Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro della tecnologia, che mette a repentaglio posti di lavoro. O, magari, il lavoro come lo conosciamo. Anche quello del manager. Cosa c’è, allora, in serbo per noi? Opportunità o minacce? Mentre il mondo si divide in ottimisti e pessimisti, in realtà, nulla di nuovo sotto il sole.

La tecnologia e l’innovazione sono da sempre viste come minacce al lavoro. Ma, in realtà, dissolvono vecchi equilibri per aprire nuove prospettive. Dove l’uomo può essere protagonista, se sa guidare il cambiamento.

Già Socrate e Platone diffidavano della scrittura, temendone l’effetto sulla memoria. Per Socrate, nel Fedro, solo il dialogo vivo, la maieutica, consentiva la vera comprensione. Dello stesso giudizio era Platone, che evocava il mito egizio in cui il dio Theuth proponeva la scrittura come dono all’umanità. Ma il re Thamus ribatteva: “non è un farmaco per la memoria, ma per la reminiscenza”.

Analogamente, nel XIX secolo, sull’esempio di Ned Ludd, i luddisti davano fuoco ai telai, temuti come causa di disoccupazione; una dinamica simile alle proteste contro Uber da parte dei nostri tassisti.

Il tema della tecnologia come nemica del lavoro – nonostante tutti i miglioramenti apportati nelle filiere produttive proprio della meccanizzazione – viene brillantemente inquadrato nel XX secolo dal grande economista Joseph Schumpeter, introducendo due concetti chiave: quello degli “animal spirit” del capitalismo e della “distruzione creatrice” che l’economia moderna favorirebbe. Eliminando posti di lavoro – obsoleti e superati dall’innovazione –, ma creandone di nuovi.

La sostituzione avrebbe saldo positivo: sono più i posti di lavoro che si creano di quelli che scompaiono. Con effetti positivi non solo quantitativi ma qualitativi: i lavoratori sono liberati dalle attività routinarie del fordismo, per concentrarsi su quelle più intellettuali e creative. Nasce l’economia della conoscenza.

La tecnologia valorizzerebbe il potenziale umano, impiegando i nostri talenti nell’eseguire mansioni più elevate e piacevoli. Che la macchina non può fare. Eppure, per la prima volta nella storia dell’Umanità, con l’intelligenza artificiale, oggi effettivamente l’innovazione sembra mettere sotto scacco non le attività ripetitive, ma proprio quelle creative.

Magari, anche il management. Non è il lavoro operaio a essere messo in discussione, ma quello dei colletti bianchi. Ma ne siamo sicuri? I LLM (i Large Language Models) sono sistemi di intelligenza artificiale progettati per comprendere e generare linguaggio naturale. Creano frasi che hanno coerenza semantica attraverso modelli predittivi. Ma non sono in grado di scrivere nulla di creativo.

La conoscenza umana, e soprattutto il pensiero laterale, la capacità del manager di pensare fuori dagli schemi, restano il valore. Scarsi creativi – o scarsi manager – saranno espulsi dai processi produttivi. Allora la sfida è ancora oggi il kaizen, il miglioramento continuo, con il talento umano capace di esplorare nuovi orizzonti, oltre la predittibilità statistica dei LLM.

Anche nell’era dell’Intelligenza artificiale, serve il pensiero anticonformista, non convenzionale, non statisticamente omologato. Meno homo faber e più Homo Deus. Una sfida difficile, certo. Ma possibile. Quando il lavoro non è solo procedura, ma arte.

 

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