Il periodico di Federmanager Roma

Quelle infinite liste d’attesa

Quelle infinite liste d’attesa

Prenotare una prestazione sanitaria in una struttura del Servizio sanitario nazionale senza attendere mesi, se non addirittura anni, è oggi pressoché impossibile. Secondo l’analisi condotta da Cittadinanzattiva, per fare una mammografia in media occorre aspettare 720 giorni. Per una tac 465 giorni. Per una ecografia 375 giorni. Per un intervento cardiologico 365 giorni. Per una visita dermatologica o endocrinologica 300 giorni.

È innegabile che questi tempi d’attesa facciano aumentare il rischio di un aggravamento della patologia del paziente, la cui cura risulterà quindi più lunga, più complessa e anche più cara per le casse dello Stato. Non stupisce, allora, la crescita esponenziale del ricorso alla sanità privata: secondo il Censis, ogni 100 tentativi di prenotazione nel pubblico 28 sono finiti nel privato.

Le cause del problema – ritenuto ormai cronico – sono molteplici: in generale, i tempi di attesa aumentano quando c’è uno squilibrio tra domanda e offerta. Se il numero di prestazioni richieste è maggiore delle prestazioni disponibili, si creerà inevitabilmente un imbuto.

Se i tagli subiti dal Servizio sanitario nazionale negli ultimi anni, allora, hanno ridotto il numero di strutture, di posti letto e di professionisti, le possibilità di assistere i pazienti sono diminuite. Se a questo poi si aggiunge un aumento della richiesta di prestazioni, causata sia dall’invecchiamento della popolazione che dal mancato rispetto dell’appropriatezza prescrittiva, che porta a richiedere visite ed esami inutili, l’allungamento dei tempi di attesa è una conseguenza ovvia.

Poi è arrivato il Covid, che ha bloccato per diversi mesi quasi tutte le attività sanitarie, creando un ulteriore tappo ad un imbuto già strettissimo. Rispetto al 2019, in base ai dati Agenas elaborati per Dataroom del Corriere della Sera, nel 2020 e nel 2021 sono state fatte in meno oltre 12,8 milioni di prime visite e 17,1 milioni di visite di controllo; sono stati persi 1,3 milioni di ecografie all’addome, sono saltati 3,1 milioni di elettrocardiogrammi e più di mezzo milione di mammografie.

Insomma, almeno una prestazione ambulatoriale su cinque è stata rinviata. E nel 2022 buona parte di queste prestazioni risultava non ancora recuperata: le prime visite sono ancora sotto di 3,1 milioni (- 14%), le visite di controllo meno 5,3 milioni (-16%), le mammografie meno 127 mila (- 7%), le ecografie all’addome meno 334 mila (- 9%), gli elettrocardiogrammi meno 1 milione (- 20%).

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Spesso, tra le cause dei lunghi tempi di attesa viene inclusa anche l’intramoenia. Niente di più sbagliato: le prestazioni rese in intramoenia sono infatti rese al di fuori dell’orario di lavoro, e rappresentano dunque un ampliamento dell’offerta sanitaria, che contribuisce alla riduzione delle liste d’attesa.

Inoltre non tutti sanno che quando i tempi di attesa superano le soglie massime previste dal codice di urgenza identificato dal medico prescrittore, la legge prevede di poter chiedere una visita o un esame in intramoenia senza dover pagare la prestazione come privata, ma pagando solo il ticket. Spesso tuttavia questo diritto non viene garantito, perché le aziende sanitarie e gli ospedali non lo pubblicizzano e perché, per evitare di sforare il budget annuale pagando queste prestazioni, chiudono le agende di prenotazione. Il blocco delle liste d’attesa però è illegale, perché elude il rispetto dei tempi di attesa e limita l’accesso alla sanità.

Quello delle liste d’attesa è senz’altro uno dei problemi principali del SSN, per il quale non esistono soluzioni semplici. Ci sono però alcuni interventi che potrebbero essere adottati quantomeno per limitare il fenomeno:

avviare un piano di assunzioni straordinario di personale sanitario per colmare le gravissime carenze che si registrano in tutta Italia; applicare gli incentivi alla produttività aggiuntiva previsti dal Governo, che ha aumentato la retribuzione per quei medici che volontariamente decidono di lavorare oltre le 38 ore settimanali previste dal contratto ai fini dell’abbattimento delle liste d’attesa; riorganizzare l‘assistenza territoriale e rafforzare il ruolo di Asl e specialisti ambulatoriali, riservando agli ospedali le prestazioni complesse; rendere più trasparente l’utilizzo delle risorse stanziate appositamente per ridurre le liste d’attesa, che spesso non vengono utilizzate correttamente dalle Regioni; garantire il diritto alla prestazioni in intramoenia a fronte del pagamento del solo ticket in caso di tempi di attesa eccessivi.

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