Federmanager Roma, lo scorso 30 novembre, ha organizzato il webinar dal titolo “Innovation Work. Il lavoro del Futuro. Il lavoro del Presente”, un momento di riflessione e di confronto sulle nuove modalità di lavoro e sui motivi di un rapido e per certi versi inevitabile cambiamento.

La pandemia ha imposto nuovi modelli, occorre comprendere ed incentivare una nuova ed innovativa normalità una volta terminata l’emergenza.

Ad aprire i lavori Gherardo Zei, Presidente di Federmanager Roma, che ha posto l’accento sulla utilità di conservare e perpetuare nel tempo quelle modalità di lavoro a distanza rivelatesi le più efficaci a livello assoluto, pur essendo nate come una necessità contingente a causa della pandemia. Ma – ha continuato Zei – senza mancare di riprendere, in modo ragionato, le attività in presenza laddove necessarie. Quale rappresentante a livello professionale del mondo delle telecomunicazioni, ha poi ribadito la necessità e l’urgenza che siano sviluppate infrastrutture di telecomunicazioni in grado, sempre meglio, di supportare le trasformazioni operative del mondo del lavoro e di consentire a queste nuove forme di lavoro agile di arrivare ad una fase di maturità.

A seguire Guelfo Tagliavini, Presidente TeSAv e Consigliere Federmanager Roma, ha illustrato il programma della giornata. Nella sua breve nota introduttiva ha voluto definire lo stato dell’arte dello smart working in Italia secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano. Questo non deve essere considerato solo come una soluzione ad un’emergenza. Serve un nuovo modo di lavorare che coniughi l’esigenza di produrre beni e servizi e sempre più elevati livelli di produttività, a quella di lasciare, a chi è il protagonista del lavoro, spazi più ampi di autonomia da destinare alle proprie esigenze ed ai propri obiettivi di vita. Fondamentale diventa essere dotati di adeguati strumenti e soprattutto di una necessaria formazione.

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I lavori del webinar sono proseguiti con la presentazione di sei brevi testimonianze di rappresentanti del mondo dell’industria e dell’associazionismo. Hanno offerto il proprio contributo: Michele Armenise, DG di Axians -Brandid; Nicola Caione, Presidente Commissione Smart Working-Ordine degli ingegneri di Roma; Licia Cianfriglia, Vicepresidente di CIDA; Adele Ercolano, Coordinatrice Area Culturale Istituto di Studi Superiori sulla Donna; Ruggero Lensi, DG di UNI; Marco Pasculli, CEO di NFON e infine Raffaele Veneruso, Cofondatore Majorbit. Un fil rouge che ha unito le diverse testimonianze è come il passaggio allo smart working debba significare un cambio completo di visione. Abbandonare il lavoro che si fonda sull’orario e lavorare piuttosto per obiettivi e di conseguenza passare dall’idea del controllo a quello della fiducia. Garantire a chi lavora il giusto grado di autonomia tra professione e sfera privata, con una nuova attenzione alla responsabilità sociale e alle differenze di genere. Non telelavoro, cioè semplicemente lavorare da casa, ma appunto Innovation Work, favorito dall’evoluzione tecnologica e dai progressivi aggiornamenti dei processi produttivi.

Si è aperta quindi la tavola rotonda sul tema “L’applicazione di innovative modalità di lavoro come occasione di sviluppo dell’economia del nostro Paese. Il ruolo centrale del top management”. Ad aprire gli interventi è stata Emiliana Alessandrucci, Presidente di COLAP, Coordinamento Libere Associazioni Professionali. Parlando della sua esperienza ha sottolineato la grande difficoltà a far comprendere il cambio di prospettiva con le microimprese, spesso aziende familiari resistenti ad investimenti tecnologici. C’è comunque il dovere di spingere a pensare in maniera nuova guardando al futuro. Ciò che emerge è che la microimpresa è rimasta sola, sono mancate iniziative pubbliche, senza alcuna forma di innovazione digitale, con le complessità legate all’accesso a fondi e progetti ed un top management spesso non maturo.

Gianluca Landolina, CEO Managing Director Cellnex Italia S.p.a., ha affrontato il tema delle reti primarie di telecomunicazioni, a banda larga e ultralarga. A suo dire è necessario comprendere l’ostacolo culturale e dunque superarlo. I dipendenti hanno dovuto affrontare situazioni che in azienda rappresentavano certezze, come quella della connessione. Le reti di connessione cellulare di alta qualità e capacità, 4 e 5G, rappresentano uno degli abilitatori più efficaci ed efficienti del diritto ad una connettività disponibile sempre e ovunque e l’attuale Governo nazionale, con i suoi obiettivi di digitalizzazione del Paese inseriti nella cornice del PNRR, sta dimostrando di esserne adeguatamente consapevole. Dire ai dipendenti di restare a casa ha rappresentato un dramma psicologico, ma ancor più drammatico sarebbe ora tornare all’antico. È necessario che il lavoro si bilanci con le esigenze personali e la sfera privata: l’esigenza del sano vivere. A tal fine – ha aggiunto Landolina – sulla base della sua esperienza, possono rivelarsi opportuni interventi volti alla salvaguardia della sfera privata dei singoli lavoratori, come ad esempio la “regolamentazione” dello svolgimento delle riunioni entro determinate fasce orarie, al fine di evitare il rischio che le persone offrano un’abnegazione esagerata e spesso difficile da sopportare nel medio-lungo periodo.

Andrea Penza, Amministratore Unico di Intratel ha, anch’egli, offerto i risultati della propria esperienza, ricordando le grandi resistenze da parte di amministratori delegati e presidenti di piccole e medie imprese, con difficoltà e perplessità legate ad aspetti organizzativi e strumenti adeguati. Ciò che è emerso è la necessità di soluzioni software nel proprio ambiente domestico, risolvendo anche aspetti legati alla privacy. La persona, ovunque si trovi, deve avere la possibilità di collegarsi come fosse in ufficio.

Ultimo a prendere la parola è stato Franco Vatalaro, Prof. Ordinario di Telecomunicazioni presso l’Università di Roma Tor Vergata. Nel 2011 l’Italia aveva un 2% di penetrazione del telelavoro, in coda rispetto alla maggior parte dei Paesi europei. Oggi siamo arrivati intorno al 20. Abbiamo fatto di necessità virtù, il telelavoro è subentrato nelle nostre abitudini, ancora no nella nostra cultura. Non si ritornerà all’antico, ma terminata l’emergenza covid il sistema tornerà ad un nuovo punto di equilibrio da ridefinire, sia nelle aziende che nelle pubbliche amministrazioni. Ugualmente importante è il problema legato alle telecomunicazioni. Le reti hanno retto ed in molti ambiti si è assistito ad un netto miglioramento del sistema. Anche l’università ha dato una grande prova di adattamento, pur sottolineando il disagio di vivere le lezioni a distanza, mancando quella interazione indispensabile con lo studente

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A chiudere l’interessante e costruttiva giornata sono arrivate le conclusioni di Domenico De Masi, sociologo e Prof. Emerito di Sociologia presso l’Università di Roma “La Sapienza” e l’Università degli studi di Perugia. La pandemia per lo smart working ha rappresentato un enorme acceleratore, ma c’è da chiedersi come mai, ciò che è stato fatto in pochi mesi, in modo affrettato e confusionario, non è stato fatto nei decenni precedenti. Non può negarsi che lo smart working, in questi 21 mesi, ha contribuito a salvare la salute, l’economia, la scuola e l’ambiente. Quando parliamo di smart working non dobbiamo dimenticare che la parola “smart” significa “intelligente”, ma non è sufficiente cambiare il luogo di lavoro perché diventi tale. Con il telelavoro, precisa De Masi, si può fare tutto, anche la professione più creativa al mondo. Un esempio su tutti: se guardiamo al vaccino Pfizer è stato creato da due equipe, una negli Stati Uniti ed una in Germania, che hanno lavorato alacremente ed in smart working per nove mesi.

De Masi ha poi precisato come noi italiani non siamo stati probabilmente i migliori ma siamo stati primi. Il primo convegno sull’argomento risale addirittura al 1969, organizzato dall’IFAP, e si parlava appunto di come organizzare il telelavoro in azienda. La prima organizzazione che ha introdotto un reale smart working è stato l’INPS di Gianni Biglia nel 1990. Concludendo ricorda il colpevole ritardo con il quale gli amministratori delle aziende hanno compreso i benefici per il Paese e per le aziende di queste forme di Innovation Work, troppo spesso adducendo l’alibi delle reti. Il telelavoro ben fatto consente l’aumento del 15 o 20% di produttività. Ugualmente sbagliato è ritenere lo smart working fuori controllo, vengono dati compiti da rispettare, a cambiare sono semplicemente le modalità e l’organizzazione del proprio tempo per arrivare all’obiettivo. Dire che con lo smart working si perde socializzazione è un’offesa verso la vita politica e civile.

Nella foto di apertura, partendo da sinistra: Andrea Penza, Emiliana Alessandrucci, Guelfo Tagliavini, Gherardo Zei, Franco Vatalaro e Gianluca Landolina