Capitale

La Questione Romana al tempo del Covid

La Questione Romana al tempo del Covid

Dalla breccia di Porta Pia, di cui ricorrono i 150 anni, al Recovery Fund e al presente, con l’amara constatazione di una Capitale che insegue i problemi invece di tentare di anticiparli, senza programmare il futuro

Il 20 settembre 2020 (sembra un gioco della cabala) ricorrevano i 150 anni dalla breccia di Porta Pia con l’ingresso dei bersaglieri e la fine del potere temporale del Papa. La ricorrenza in realtà non ha avuto molta attenzione mediatica, offuscata dalla risonanza degli eventi relativi alla evoluzione della pandemia.

In realtà anche all’epoca l’opinione pubblica nazionale non si sentì particolarmente coinvolta stante anche la scarsità dei mezzi di comunicazione.

La risonanza che ebbe “l’impresa militare” fu alimentata con immagini e scatti fotografici ricostruiti a posteriori per l’abile regia di Giacomo Altobelli, un fotografo professionista dell’epoca, con il consenso dei vertici militari.

Foto Wikimedia Commons

In realtà la fine dello Stato Pontificio, più che una operazione militare fu l’epilogo di manovre diplomatiche internazionali che videro la Francia interessata a cessare la sua azione protettiva.Ma come era la realtà di Roma in quel momento storico che le riconosceva ed assegnava un ruolo di simbolo della nazione in virtù della sua storia?

È interessante leggere i reportage degli inviati e le osservazioni della gente comune (i militari) che si trovano a contatto con la realtà di una città con un vissuto particolare, con una organizzazione sociale di tipo feudale.

Degna di nota la presenza di Edmondo De Amicis tra gli inviati. Da una sintesi dei rapporti si rileva: una città maleodorante di grasso e broccoli piena di mendicanti, urbanisticamente assurda e priva di ordine, attraversata da greggi di pecore e mandrie di bufali che risalgono il Tevere, ma non ostante tutto una città che emana fascino con il continuo alternarsi di ruderi ed orti. Una immagine tra il bucolico ed il poetico.

Ma quello che è più grave è la descrizione della struttura sociale e produttiva. Un’organizzazione sociale ispirata a valori feudali con il potere accentrato in poche famiglie nobiliari, legittimate fondamentalmente dal potere ecclesiastico. Al contempo una massa popolare costituita da piccola borghesia di commercianti ed un proletariato impiegatizio abituato a vivere con poche responsabilità, basso impegno e produttività.

Il salto al ruolo di capitale fu certamente uno shock. Nel 1870 Roma contava 200.000 abitanti, dopo 30 anni, nel 1900, era arrivata a 500.000. L’esplosione demografica è continuata fino agli anni ‘90 per poi placarsi e stabilizzarsi sui valori attuali, anzi mostrando qualche declino.

La velocità dell’esplosione demografica e la mancanza di programmazione ha determinato l’attuale scollamento tra domanda e disponibilità di servizi.

A pochi mesi dal rinnovo del Consiglio Comunale e l’elezione del primo cittadino, la Capitale si trova in uno stato di profondo degrado da tutti i punti di vista sia delle strutture sia morali. Ci vorrà una forte presa di coscienza nazionale e quindi una forte determinazione politica per varare un programma pluriennale per tentare di ridare un’immagine adeguata al suo rango di Capitale.

Nel recente studio di Federmanager Roma Le prospettive di Roma Capitale alla luce delle tendenze in atto, presentato a febbraio 2020, si è tentato di individuare le linee di tendenza delle principali componenti sociali ed economiche, raccogliendo un ampio consenso da parte del mondo accademico e degli operatori, senza alcun riscontro da parte del mondo politico e di chi ha la governance del territorio.Può sembrare fuori tempo e fuori tema sollecitare di nuovo, proprio in questo momento, il dibattito intorno alla inadeguatezza di Roma e alla sua caduta di immagine, in un momento in cui tutte le energie sono concentrate nel contrastare l’espansione del virus, mettendo al primo posto la tutela della salute.

Ma non sono d’accordo. La crisi in cui si dibatte l’Italia e con lei gran parte del mondo, è anche la conseguenza di una cultura che rimanda sempre il momento dell’intervento preventivo, della programmazione preventiva a favore del contingente. Ricordiamo tutti le critiche a Bertolaso per aver realizzato un ospedale in un momento in cui il peggio sembrava passato.

Siamo portati per cultura ad impegnarci sul contingente ignorando che il domani arriva prima di quanto immaginiamo e quindi siamo sempre in ritardo, inseguiamo i problemi invece di tentare di anticiparli.

La crisi dell’epidemia da Covid è soprattutto la crisi del sistema sanitario figlia di quando abbiamo plaudito alla chiusura degli ospedali, alla riduzione dei posti letto, alla limitazione all’afflusso alle discipline sanitarie (medici ed infermieri).

 Non dobbiamo perpetuare nell’errore, non dobbiamo rinunciare a pensare al futuro, perché impegnati a tamponare il presente.

Tornando a parlare di Roma, un tema evidenziato con forza dal virus è, in primo luogo, l’assoluta inadeguatezza dell’assetto istituzionale in termini di attribuzioni di poteri e responsabilità, in cui è sempre più evidente la confusione e l’inadeguatezza dell’assetto attuale, con un intreccio e rimbalzo di responsabilità tra comune (Capitale), regione e Stato centrale.

Un esempio per tutti: appare ormai evidente l’inadeguatezza della rete dei medici di base, come numero, come dimensione degli studi, come attribuzioni di responsabilità. Una ristrutturazione di questa realtà, con implicazioni e risvolti non solo economici in una città come Roma, a chi compete? Dobbiamo aspettare la fine della pandemia perché qualcuno cominci a dipanare la matassa dell’intreccio di interessi e visioni diverse per avviare un programma?

E come per la sanità riflessioni analoghe potrebbero farsi per tutti gli altri principali settori.

Non vale l’alibi che dobbiamo aspettare italianamente che passi la nottata, nella vita c’è sempre una nottata che passa, dobbiamo attivarci e programmare cosa faremo non solo all’alba di domani ma anche a quelle dei giorni seguenti.

 

Le prospettive di Roma Capitale

Le prospettive di Roma Capitale

Le Prospettive di Roma Capitale alla luce delle tendenze in atto, è lo studio presentato da Federmanager Roma in collaborazione con il Dipartimento Coris (Comunicazione e Ricerca Sociale) dell’Università La Sapienza di Roma

(L’evento raccontato è precedente al DPCM del 4 marzo 2020 e le relative misure contro l’epidemia Covid-19)

Lo studio è stato presentato a Roma lo scorso 6 febbraio, presso la Facoltà di Sociologia e Scienze della Comunicazione dell’Università La Sapienza, con l’intervento di Giacomo Gargano, Presidente di Federmanager Roma; Stefano Cuzzilla, Presidente Federmanager e Antonello Biagini, Rettore Unitelma. La relazione dello studio è stata svolta da Armando Bianchi, consigliere Federmanager Roma e coordinatore del Gruppo di lavoro composto dalle dottoresse Laura Casaldi, del Dipartimento Comunicazione e Ricerca Sociale dell’Università La Sapienza di Roma, e Francesca Greco, esperta in metodi di ricerca per analisi socio-economiche presso l’Università La Sapienza di Roma.
Il convegno si è articolato in due momenti: Presentazione dei risultati e Tavola rotonda di commento coordinata da Andrea Bassi editorialista de Il Messaggero. La tavola rotonda ha visto la partecipazione di: Paolo Conti, editorialista del Corriere della Sera; Giancarlo Loquenzi, RAI Radio 1 conduttore di Zapping; Orazio Carpenzano, Ordinario di Progettazione Architettonica e Urbana dell’Università La Sapienza di Roma; Giuseppe Ricotta, Professore Associato di Sociologia Generale, Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche dell’Università La Sapienza di Roma; Romano Benini, Docente di Politiche ed Istituzioni del mercato del lavoro dell’Università La Sapienza di Roma. A chiudere i lavori Mario Morcellini, Consigliere alla Comunicazione e Portavoce del Rettore dell’Università La Sapienza di Roma.

Le difficoltà in cui versa Roma sono una evidenza con cui si confronta quotidianamente chi vive nella città. Ma le problematiche della Capitale non vanno ricercate solo nella inefficienza dei servizi di base, ma derivano da una arretratezza culturale e strutturale che si è andata consolidando negli anni.

Un deficit culturale nella governance che si caratterizza in una mancanza di programmazione.

Giacomo Gargano, Presidente Federmanager Roma, nel suo saluto iniziale ha sottolineato come, l’organizzazione che presiede “mette competenze manageriali a disposizione di tutti coloro che vogliono finalmente offrire nuove ipotesi concettuali sui temi che affliggono da anni la nostra Capitale e il territorio circostante”.

Roma nonostante il rango di Capitale manca di Visione e Progettualità, vive di contingente e scelte di breve periodo. I problemi vengono inseguiti e non anticipati con linee di azione continue e coerenti. Il confronto con la realtà di altre grandi città nel mondo (con oltre 1.5 milioni di abitanti) è scoraggiante: Roma risulta, quasi sempre, nelle ultime posizioni delle diverse graduatorie di performance. Se guardiamo alle capitali europee rileviamo che tutte si muovono secondo indirizzi urbanisti costruiti su scenari di sviluppo demografico, sociale ed infrastrutturale. È il caso di London Infrastructure Plan 2050, Grand Paris, Amsterdam 2040 che include un piano di sviluppo dell’aeroporto Schiphol, Symbio City di Stoccolma e Berlin 2030.

La Capitale soffre da anni di uno stallo progettuale che determina una crescente difficoltà gestionale con conseguente caduta nella qualità della vita e deterioramento dell’immagine.

I contenuti dello studio

Nel recente passato il mondo imprenditoriale ed alcune istituzioni hanno realizzato studi e progetti tesi a sensibilizzare le istituzioni di governo alle problematiche della Capitale. A partire dal 2008 il progetto Millennium (coordinato dal prof. Antonio Marzano) formulò uno scenario al 2020 che aveva come primo obbiettivo quello di sostenere l’immagine di Roma nel tentativo di assegnazione dei giochi olimpici. A seguire ricordiamo gli studi di Unidustria (un business plan realizzato con la collaborazione dello studio Ambrosetti) ed il significativo sforzo della Camera di Commercio di Roma con un lavoro coordinato dal prof. Domenico De Masi.

In questo contesto si inserisce l’iniziativa di Federmanager Roma con l’Università La Sapienza di Roma. L’aggiornamento attuale rappresenta un approfondimento ed un ampliamento del lavoro del 2011 sempre di Federmanager Roma.

Armando Bianchi, consigliere Federmanager Roma e coordinatore del gruppo di lavoro composto dalle dottoresse Laura Casaldi e Francesca Greco, ha illustrato al pubblico lo studio

Lo studio attuale presenta tre punti significativamente caratterizzanti:

1) L’accento sul ruolo determinante per il futuro della Capitale del suo stesso hinterland. L’area metropolitana va vista e programmata nella sua globalità.

2) La dequalificazione progressiva del tessuto economico.

3) La necessità urgente di una riorganizzazione giuridico normativa che ridefinisca attribuzioni competenze e responsabilità, dirimendo lo stato di confusione tra competenze del Campidoglio, dell’ex provincia, della regione ed in fine dello stesso Stato.

Bianchi, in apertura della sua relazione, ha voluto sottolineare la specificità della ricerca rispetto alle precedenti iniziative di indagine sulle condizioni di Roma: “c’è sempre stata una scarsa attenzione al tema demografico. Noi, al contrario, abbiamo accentuato l’attenzione sui problemi dello sviluppo della popolazione, intesa non soltanto come sviluppo quantitativo, ma alla sua distribuzione territoriale. Uno dei problemi che ha inchiodato lo sviluppo di Roma è il guardare la città solo come Capitale. In realtà Roma vive in un contesto più ampio rappresentato dal suo hinterland. In questa prospettiva anche la normativa giuridica ha complicato la vita della realtà territoriale. E’ stata riconosciuta l’‘area metropolitana’ di Roma, con tutta una serie di pseudo attribuzioni giuridiche mai chiarite fino in fondo, accentuando un certo tipo di conflittualità con la regione ed arrivando ad un impasse giuridico e amministrativo. Le competenze si frammentano senza riuscire a definire il responsabile finale delle decisioni”.

Lo studio ha voluto porre l’accento sul fatto che una serie di problemi operativi della capitale, ancorché legati ad una cattiva giurisdizione che non fa chiarezza, sono da attribuire alla presenza di un hinterland, forte numericamente come abitanti, che è privo di sue strutture autonome e che finisce per congestionare la realtà di Roma Capitale: “Roma si compone di 120 comuni, di questi 51 hanno meno di 3.000 abitanti, 7 centri hanno più di 50.000 abitanti. Tutto questo è stato determinato da uno sviluppo poco programmato, dalla creazione di Roma Capitale in poi c’è stato uno sviluppo demografico convulso e senza nessuna regola. Insediamenti urbani privi di servizi sostanziali. Questo determina una inevitabile necessità di confluire su Roma in modo irrazionale”.

Guardando all’aspetto quantitativo della popolazione, dallo studio emerge che, al 2030, è prevista una crescita di non più di 300.000 abitanti, un aumento ascrivibile soprattutto all’avvento della popolazione straniera che passerà da 556.000 a 643.000. Il peso dell’hinterland si attesterà su una percentuale del 33% rispetto all’area metropolitana. Bianchi ha voluto poi sottolineare un aspetto grave: “La componente che da un punto di vista demografico preoccupa molto è il rapporto tra nati vivi e morti purtroppo negativo. Negli ultimi anni questa curva si è accentuata in un modo spaventoso. Noi siamo passati da un valore tra 130-140 di 15 anni fa a 77 di oggi. Abbiamo più gente che muore di quanta ne nasca, con un elevato tasso di invecchiamento della popolazione, superiore alla media italiana”.

Le prospettive di Roma Capitale

Il Presidente di Ferdermanager Roma Giacomo Gargano ed il Presidente di Federmanager Stefano Cuzzilla

Questa evoluzione demografica ha ovviamente conseguenze in più ambiti. Partendo dalla sanità, permane una disparità tra Roma capoluogo (4,9 posti letto per 1000 abitanti) e l’hinterland (2 posti letto per 1000 abitanti). Nell’intera area la media è di 3,9 posti letto per 1000 abitanti. Al 2030, per un riequilibrio, la disponibilità dovrebbe attestarsi a 3.250 posti letto per Roma e 5.000 nell’hinterland.

Parlando di mobilità, si calcola un aumento dagli attuali 7,4 milioni di spostamenti al giorno a 9 milioni nel 2030. Con un aumento degli ingressi al giorno da 700.000 a 850.000. Oggi il 75% degli spostamenti avviene tramite mezzi privati. Preoccupazione ha espresso Bianchi: “Capite bene che se già oggi siamo congestionati, non è difficile prevedere la paralisi della città

Edilizia abitativa e scolastica sono entrambi fenomeni che risentono di scarse problematiche in prospettiva. Negli anni passati le costruzioni sono cresciute ad un tasso superiore all’incremento della popolazione e, soprattutto, delle famiglie. In declino l’indice di affollamento da 0,82 nel 1981 al 0,57 nel 2011. Il patrimonio abitativo, attualmente, è costituito da abitazioni di 4 vani. Al 2030 si stima un fabbisogno aggiuntivo di 1.7 milioni di vani (435.000 abitazioni) (36.000 abitazioni/anno). La popolazione in età scolare oggi è composta da 652.600 unità. Oggi gli alunni iscritti risultano attuali 554.500 (15% i non iscritti) che, si prevede, passeranno a 630.000 nel 2030. L’indice di affollamento attuale è di 21 allievi per aula. Con lo stesso standard si presenta la necessità, al 2030, di disporre di 3.200 aule aggiuntive. L’incremento maggiore si registrerà nelle classi per l’infanzia e nel primo ciclo (elementari).

Il Vicepresidente di Federmanager Roma Gherardo Zei

Ciò che invece realmente deve preoccupare è la struttura economica della Capitale. Ci sono circa 700 grandi aziende, una metà pubbliche e le altre private, che da sole sommano il 43% dell’occupazione. Il punto è che il 96% delle imprese conta meno di 9 addetti. Il loro numero cresce (+15%) e anche gli occupati (+10%), ma la produttività continua a calare: il valore aggiunto dal 2007 al 2016 è sceso da 87.700 Euro per addetto a 74.400. Questo significa che la struttura produttiva è caratterizzata da micro-imprese che operano nei servizi ausiliari al turismo, come bed and breakfast e ristoranti, dunque un’economia povera. Secondo i dati emersi, al 2030 sarebbe necessario produrre un valore aggiunto pari a 166 milioni e spingere la produttività verso quota 80.300 Euro.

 La tavola rotonda

I dati emersi dall’illustrazione dello studio hanno animato la successiva tavola rotonda. Il dibattito è stato aperto dall’editorialista del Corriere della Sera Paolo Conti, il quale ha amaramente sottolineato come “L’ultima stagione di Roma in cui c’è stata una capacità ideativa e progettuale degna di questo nome, dopo le olimpiadi del 1960, è stato l’Anno Santo del 2000”, esattamente venti anni fa. Proseguendo ha aggiunto: “Roma, come detto dal Presidente Gargano, ha delle potenzialità, ma non si può non sottolineare che la politica cittadina in questi anni si è caratterizzata per una sostanziale posizione asfittica nei confronti del futuro. Una pecca è che oggi, presentando questo studio, non ci sia nemmeno un interlocutore politico della giunta che possa dare contezza di aver recepito quanto emerso. La cosa urgente da fare è proprio quella di sensibilizzare la classe politica in tutte le sue declinazioni: Parlamento e politica locale, per rendersi conto della massima urgenza nella quale ci troviamo. Se non usciamo da questo impasse Roma è destinata alla deriva”.

Nell’immagine, da destra, il moderatore della giornata, il giornalista Andrea Bassi de Il Messaggero; Giancarlo Loquenzi, RAI Radio 1 conduttore di Zapping; Paolo Conti, editorialista del Corriere della Sera

Secondo Giancarlo Gaudenzi, conduttore di Zapping su Radio 1 Rai, per Roma “serve un’idea di futuro, di specializzazione, un’idea che ci permetta di competere. Bisogna capire che cosa vogliamo che sia questa città, quindi darle un orizzonte di progetto, di prospettiva: un grande museo a cielo aperto oppure una città che faccia da raccordo tra il mondo della cultura e della società della conoscenza. Le grandi città del mondo non possono essere tutto, c’è un grande processo di specializzazione e chi non lo segue perde qualsiasi connessione, esce fuori dalla rete delle grandi capitali. È importante che le nostre classi dirigenti capiscano su che cosa vogliono che Roma si specializzi. Serve un’idea di futuro, di specializzazione, un’idea che ci permetta di competere.”.

Passando al mondo accademico, ha preso la parola Orazio Carpenzano, Ordinario di Progettazione Architettonica e Urbana dell’Università La Sapienza di Roma, anch’egli con un richiamo forte alla politica italiana: completamente indifferente di fronte agli studi contemporanei in Europa che guardano al fenomeno urbano e sociale ed aprono a futuri processi di cambiamento. “La politica è una dimensione alta della struttura cognitiva e dello spirito di una nazione, che si incarna in una serie di capacità: la prima è quella di leggere la realtà, la seconda è quella di darne una valutazione interpretativa, la terza è quella di dare forma al giudizio in termini di prospettive e problemi. In questo momento la politica è assente da tutti e tre questi ruoli”. Ha aggiunto Carpenzano: “Può una città come Roma astenersi dall’elaborare una propria visone futura e porre in essere gli obiettivi che oggi sono al centro dell’agenda urbana internazionale? Io credo di no. Anche perché, e lo dico fuori da ogni retorica, Roma ha tutte le componenti: ambientali, strutturali e geografiche, penso al mare, al bosco, le aree verdi e il fiume, senza dimenticare il patrimonio culturale che è l’universale concreto di tutta la cultura occidentale. Roma è la città delle città, è la città in cui è scritto il dna di tutte le città”.

Nell’immagine, da destra: Orazio Carpenzano, Ordinario di Progettazione Architettonica e Urbana dell’Università La Sapienza di Roma; Romano Benini, Docente di Politiche ed Istituzioni del mercato del lavoro dell’Università La Sapienza di Roma; Giuseppe Ricotta, Professore Associato di Sociologia Generale, Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche dell’Università La Sapienza di Roma

Giuseppe Ricotta, Professore Associato di Sociologia Generale, Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche dell’Università La Sapienza di Roma, ha voluto portare all’attenzione del pubblico il concetto di “diritto alla città”: “Il problema di Roma riguarda in realtà molte grandi città, anche quelle che sono meglio gestite. Ha a che fare con il fallimento di una promessa che è inscritta nelle città occidentali, nella modernizzazione occidentale. Il sogno europeo della modernità che ci appartiene, come civiltà e anche come fede nel progresso, è quello di tenere insieme sviluppo, modernizzazione, velocizzazione della modernizzazione, ma anche inclusione. La mobilità allora diventa importante perché fa inclusione: se io riesco a muovermi facilmente dall’hinterland, dalle periferie fuori del raccordo anulare, questo crea connettività ed anche possibilità di inclusività. La stessa inclusività che si creerebbe qualora fosse possibile avere una città di persone se non uguali almeno simili. So bene che c’è una differenza tra vivere ai Parioli o a Vigne Nuove, però l’aspettativa di una città e il sogno della modernizzazione porta a dire: posso abitare a Vigne Nuove, avere una capacità di spesa minore, ma questo non deve impedirmi di avere accesso a dei servizi. Ancor più se vivo fuori Roma. Quando dico servizi mi riferisco ad accesso allo sport, alla salute, agli spazi verdi, alla cultura e a tanto altro. È una scommessa che riguarda tutte le grandi città che sono la sintesi della nostra società globale, che invece di far diminuire la centralità urbana l’ha fatta esplodere”.

A chiudere gli interventi della tavola rotonda è stato Romano Benini, Docente di Politiche ed Istituzioni del mercato del lavoro dell’Università La Sapienza di Roma. Partendo dal dato della ricerca che segna un aumento dell’occupazione e del numero delle imprese, con una drastica diminuzione della capacità di determinare valore aggiunto, secondo Benini ciò si deve ad una mancanza di “cultura manageriale, che significa lavorare per obiettivi ed organizzarsi per realizzarli. Il tema dell’efficienza, della valutazione e della verifica dei risultati è una delle componenti di qualsiasi tipo di managerialità, sia nel sistema pubblico che in quello privato. Roma vive delle sue condizioni di rendita in quanto capitale”. prosegue Benini: “il sistema delle rendite ha intorpidito Roma, oggi non è più in grado di garantire una vita dignitosa a 4 milioni e 600 mila abitanti. La capacità di creare valore aggiunto non è adeguata ai bisogni e alle volontà di raggiungere una condizione di benessere che queste persone hanno. Si arriva alla conclusione che è la capacità di governo che latita. Roma è una città piena di politici ma che non fa politica. Il punto è che si torni a governare i fenomeni, le dinamiche ed i processi economico e sociali, perché questo, in una città come Roma, può liberare energie”.

Tirando le conclusioni della ricca e stimolante giornata di studio, Mario Morcellini, Consigliere alla Comunicazione e Portavoce del Rettore dell’Università La Sapienza di Roma, ha ribadito la necessità di un progetto di cambiamento per la città, che non sia soltanto legato alle elezioni, ma che coinvolga anche da un punto di vista intellettuale ed emozionale: “la crisi di Roma è anche una crisi di motivazione delle classi dirigenti che non hanno saputo amarla fino in fondo”. Occorre però dare seguito alle proposte e La Sapienza si farà portatrice dell’esigenza di un tavolo di continuità: “i convegni muoiono se non gli date continuità, diventano una mattinata stimolante e nulla più. So di avere con me Federmanager. Il marchio di qualità è di guardare Roma con sapienza, facendo in modo che giornate come questa rappresentino uno stimolo a far sì che Roma diventi una Capitale migliore”.