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Un valore per il Paese: gli anziani

Un valore per il Paese: GLI ANZIANI

Di fronte alla tragedia che stiamo vivendo, il problema delle pensioni passa in seconda linea. L’epidemia colpisce soprattutto gli anziani, una generazione che rappresenta la memoria storica del Paese. E’ importante proteggerli e fargli sentire affetto e vicinanza, anche economica

Quando la direzione di questa rivista mi ha chiesto un articolo per il numero di aprile/maggio ho avuto un momento di perplessità. Cosa scrivere in materia di pensioni, mi sono chiesto, proprio nel mezzo di un periodo di crisi così profonda determinata, come tutti sappiamo, dalla terribile pandemia del coronavirus?

Ci eravamo lasciati, cari lettori, con i primi esiti dei ricorsi sul blocco della perequazione, presentati nei diversi tribunali del Paese.

Incassato l’esito positivo del primo giudizio, emesso a Trieste dalla Sezione della Corte dei Conti del Friuli Venezia Giulia, eravamo in attesa di quello del tribunale di Milano e degli altri tribunali chiamati in causa dai nostri ricorsi.

Un valore per il Paese: GLI ANZIANILe note vicende dell’epidemia e le vere e proprie stragi registrate soprattutto in Lombardia, ma anche nel resto d’Italia, hanno provocato provvedimenti governativi che, oltre a limitare le nostre libertà personali, hanno determinato, tra le altre cose, la chiusura dei tribunali.

Ecco allora bloccate le aspettative di vedere riconosciute da un organo giudicante di primo grado, e poi dalla Corte Costituzionale, le nostre sacrosante ragioni in merito al blocco della perequazione e al taglio delle pensioni cosiddette medio alte.

Ma di fronte a quello che sta succedendo – credo ne convengano i lettori – questi problemi passano sicuramente in seconda linea.

Oggi rimane di assoluta ed esclusiva importanza la salvaguardia della vita di fronte alla devastazione che sta causando questo stramaledetto virus.

Come difenderci da questa piaga? Come difendere noi stessi e i nostri vecchi? 
E già, perché a leggere quelle terrificanti tabelle che la Protezione Civile ci propina ogni pomeriggio, ci atterrisce la consapevolezza che la gran quantità dei decessi colpisce prevalentemente gli anziani, soprattutto gli over 80, maschi, residenti nel nord Italia.

Pare quasi che questo insieme, così tristemente definito, rappresenti il perfetto identikit del pensionato medio, di quel pensionato nel quale anche molti di noi si possono riconoscere, ancora capace di svolgere una attività sociale nel Paese, fosse soltanto, o soprattutto, quella di aiutare e sostenere con la propria pensione e la propria presenza quotidiana, l’esistenza di figli e nipoti, sostituendosi fin troppo spesso alle carenze di uno Stato per lo più assente nella produzione di posti di lavoro e di strutture per l’assistenza all’infanzia.

Ebbene, soltanto l’idea che questa epidemia, decimando i più anziani, stia sottraendo alla nostra comunità persone che costituiscono per i più giovani un importante punto di riferimento, non solo negli affetti ma anche nella vita quotidiana, ebbene questo mi sconvolge, mi atterrisce, mi lascia frastornato.

Un valore per il Paese: GLI ANZIANIPer capire il mio stato d’animo, prego il lettore di pensare agli over 80 non soltanto come vecchi nonni o genitori, magari fragili e male sulle gambe, ma anche come membri di una generazione vigorosa, forte, portatrice di esperienze e valori unici nel Paese.

Gli ottantenni di oggi hanno vissuto, seppure bambini o poco più, gli anni della Seconda Guerra Mondiale e sono stati i veri protagonisti della fase successiva, quella della ricostruzione e del boom economico, che ha portato l’Italia fuori dal baratro del conflitto mondiale e l’ha proiettata nel periodo d’oro di quel miracolo che stupì, e quanto, tutto il mondo che contava.

Questi anziani rappresentano l’unica generazione vivente ad avere sperimentato direttamente, sulla propria pelle, cosa vuol dire subire un così violento trauma collettivo, in quel caso la guerra, e poi mettere le basi per un nuovo inizio, la ricostruzione. Quei giovani di allora, e oggi anziani, sono particolarmente preziosi per aiutare a capire cosa bisogna fare per far ripartire un Paese messo a terra da un evento pernicioso e funesto come quello che stiamo vivendo.
La generazione degli ottantenni, tanti anni fa, si è assunta il compito di chiudere un’epoca e di aprirne un’altra, indicando a tutti un percorso di democrazia e di benessere.

Quella generazione si è fatta carico della ricostruzione di un Paese distrutto, facendo leva sui valori solidi dell’impegno, del lavoro, della responsabilità individuale e del bene comune. Valori oggi non così diffusi e intesi, ma ancor più utili alle nuove generazioni di fronte allo scempio pandemico e alle sue implicazioni attuali e future.

Questa maledetta epidemia si sta dunque portando via una parte considerevole di una generazione che ha rappresentato l’insieme dei valori e la memoria storica di una fase cruciale del Paese, quella della ricostruzione postbellica, che ha consentito all’Italia, proprio grazie a quegli uomini e a quelle donne oggi over 80, di diventare una delle maggiori potenze industriali del pianeta.

Quanto farebbero comodo, oggi, quegli anziani! E quanto servirebbero, domani, quando in Italia, in Europa e nel mondo ci si dovrà rimboccare le maniche e mettere mano ad una nuova, seppur diversa, ricostruzione.

I nostri anziani non sono dunque solo ultraottantenni fragili e male sulle gambe: la repentina e inopportuna scomparsa di molti di loro dovuta al Covid.19 rappresenta un grave e forte impoverimento sociale e culturale. Dobbiamo rendercene conto.

Proteggiamoli, questi nostri anziani, facciamogli sentire la nostra vicinanza, la nostra considerazione, il nostro affetto. E a chi resisterà, dopo il conflitto mondiale anche a questa non meno difficile prova, facciamo sentire che l’Italia ha bisogno, veramente tanto bisogno, della loro preziosa esistenza.

Ma attenzione: parlare come si sente in giro, pare per iniziativa di una non secondaria forza di governo, di istituire un nuovo contributo di solidarietà da applicare a redditi pari o superiori a 80 mila euro per promuovere un avvio di ricostruzione ad emergenza Covid-19 terminata, sembra, a noi pensionati, l’ennesimo sopruso verso una categoria, quella appunto dei pensionati, che già sta subendo sottrazioni per altri contributi di solidarietà accumulati nel tempo, per tagli importanti sugli importi delle pensioni medio alte e per l’ennesimo blocco della perequazione.

Attenzione, ripeto. Non si possono togliere ai nostri anziani, ai nostri pensionati, le certezze, almeno, di una certa stabilità economica. E con ulteriori prelievi, blocchi, contributi di solidarietà varia, queste certezze stanno via via scomparendo.

La responsabilità senza colpe dei manager

La “responsabilità oggettiva” di tipo penale dei manager è una mostruosità giuridica che nasce da un’errata interpretazione dell’articolo 42 del codice penale. Obbligo di Federmanager è non lasciare soli i colleghi ingiustamente accusati ed offrire loro conforto e protezione

La “responsabilità giuridica” è un mostro giuridico e morale che si aggira per le aule dei tribunali del mondo intero, mietendo vittime innocenti, talvolta più di quante non ne mietano gli eventi tragici che hanno dato luogo ai processi. Eppure i principi di base della civiltà giuridica europea fondano le loro antiche e solide radici nel diritto romano. “Nullum crimen, nulla poena sine culpa” (nessun reato e nessuna pena senza colpa) sancisce un famoso broccardo e non credo che ci sia una persona dotata di senso morale che possa essere in disaccordo con questo principio, perché il diritto penale deve sanzionare i comportamenti colpevoli e non essere uno strumento per individuare dei “capri espiatori” incolpevoli (nel senso specifico e tecnico/legale del termine visto che parliamo di responsabilità oggettiva e quindi per definizione senza colpa) da sacrificare sull’altare di una vera o presunta pace sociale, additando un colpevole purchessia al fine di garantire un ristoro in sede penale e civile/risarcitoria.

La funzione del diritto e del processo deve necessariamente essere quella di fare “giustizia” e non di commettere un’altra ingiustizia con la quale tentare di mascherare goffamente le carenze di tutto un sistema. Del resto l’art. 27 della costituzione dice molto chiaramente che la responsabilità penale è personale (escludendo la responsabilità oggettiva) e stabilisce il principio per il quale la pena “deve tendere alla rieducazione del condannato” e davvero non è chiaro a quale rieducazione potrebbe essere sottoposto un individuo rispetto al quale non è stata accertata nessuna colpa.

Nel nostro ordinamento le fattispecie di responsabilità oggettiva sono ancorate in modo poco solido alla parola “altrimenti” contenuta nell’articolo 42 del codice penale il quale, dopo avere parlato del dolo e della colpa, recita: “la legge determina i casi nei quali l’evento è posto altrimenti a carico dell’agente come conseguenza della sua azione ed omissione”. Una certa parte della dottrina e della giurisprudenza ha interpretato la parola “altrimenti” nel senso che possano esistere dei delitti senza colpa e quindi incolpevoli. Non ho timore ad affermare che, per il mio senso morale, questa è una vera mostruosità. Penso che questa interpretazione sia la “madre” di tutti i teoremi che, in certe particolari circostanze, possono portare ad accusare persone innocenti di fatti che non solo non hanno provocato ma dei quali non hanno mai nemmeno saputo niente.

Per cercare di dare una giustificazione a ciò che (a mio personale avviso) non è giustificabile, si è tentato di considerare la responsabilità oggettiva come un tertium genus (dopo dolo e colpa), ritenendo giusto che un fatto illecito venga imputato a qualcuno che non lo ha voluto commettere e che non ha avuto colpa nel suo inverarsi, solo per l’esistenza di un nesso di causalità unito ad un concetto molto generico di prevedibilità. La qual cosa, stressando il concetto con un chiaro argomento “per absurdum”, sarebbe come dire che se io gestisco una pista ciclabile e quindi la apro alla circolazione delle biciclette (nesso di causalità) e posso immaginare (prevedibilità) che le persone possono cadere dalle biciclette, a questo punto posso essere imputato per tutti gli incidenti che avvengono su quella pista in quanto se io l’avessi chiusa (nesso causale) gli incidenti non sarebbero successi.

A mio avviso questa è una vera aberrazione che, al giorno d’oggi, viene sempre più incentivata dalla proliferazione di normative che stabiliscono obblighi di vigilanza per le aziende e i loro manager in forma esponenzialmente sempre più astratta, configurando vere e proprie fattispecie di responsabilità oggettiva per le quali la responsabilità del manager viene ritenuta esistente sulla base di un generico obbligo di vigilanza, unito ad un nesso causale tanto vago da essere inaccettabile ed associato a un concetto di prevedibilità talmente generale da essere addirittura filosofico. Questo è il modo “politicamente corretto” e alquanto ipocrita di legiferare della vecchia Europa esangue. Per come la vedo io questo modo di fare le leggi sta ostacolando e, talvolta, impedendo l’attuazione del principio di legalità sancito dall’art. 27 della costituzione che, a mio avviso, impone senza ombra di dubbio di non sanzionare i comportamenti incolpevoli.

A questo punto delle due una, o il terzo comma dell’art. 42 del codice penale è incostituzionale, oppure la parola “altrimenti” deve essere interpretata diversamente, dovendosi ritenere che l’articolo faccia riferimento a delle fattispecie di colpa diverse da quelle del comma due e, pertanto, impegnando sia il legislatore che il giudice ad indirizzare il proprio lavoro nel definire, con senso di giustizia ed equità, quali possano essere queste fattispecie di colpa, in modo tale da evitare di generare quelle storture nell’esercizio del diritto di cui abbiamo parlato. Proprio quel genere di storture che hanno portato Cicerone a coniare il broccardo “summum ius summa iniuria”.

Se non si agirà a livello politico, legislativo e giudiziario per rimettere insieme i concetti di “pena” e di “colpa”, molti nostri colleghi potrebbero trovarsi nella condizione di Josef K., il personaggio del “Verdetto” di Franz Kafka che la mattina del suo compleanno viene improvvisamente tratto in arresto perché un processo è stato istruito contro di lui senza che lui sia in grado di comprendere quale sia l’accusa. Dapprima Josef K., sapendo di non avere alcuna colpa, esprime fiducia ma poi si trova schiacciato in un meccanismo processuale, inestricabilmente burocratico, bizantino e labirintico e, rapidamente, avverte il peso sempre più opprimente di non poter sfuggire ad una condanna di cui prova un’angosciosa vergogna senza nemmeno sapere quale sarebbe la sua colpa. Credo che sia un dovere di noi colleghi impegnati in Federmanager non lasciare mai soli i nostri colleghi risucchiati in circostanze del genere e agire in tutte le sedi per proteggerli e confortarli.