Roma 2030

Roma e il Lazio verso il 2030 dopo il Covid-19

Roma e il Lazio verso il 2030 dopo il Covid-19

Roma e il Lazio: l’ultimo treno per una politica manageriale per la  città e la regione. Federmanager ha una grande responsabilità al riguardo, come vettore per reindirizzare le decisioni della politica nazionale e locale verso il buon senso

Dopo che la situazione economica e produttiva del Paese è degenerata a causa dell’epidemia di Covid-19 mi è sembrato quasi che la ricerca promossa da Federmanager Roma sulle prospettive di Roma Capitale per i prossimi dieci anni – effettuata in collaborazione con l’Università La Sapienza – abbia avuto qualcosa di profetico, quasi come fosse stata una sorta di ultimo avvertimento, fatto sull’orlo del precipizio, alla politica di ricominciare a fare il proprio dovere a favore della produzione industriale. Presentata nel corso del convegno del 6 febbraio u.s., con una numerosa e qualificata partecipazione e una vasta eco di stampa, la ricerca promossa da Federmanager Roma ha offerto alle riflessioni degli esperti e delle istituzioni l’analisi qualitativa e soprattutto quantitativa delle tendenze in atto nell’area metropolitana di Roma nei principali settori di pubblico interesse: demografia, sanità, edilizia scolastica, fabbisogno abitativo, economia e mobilità.

L’elemento emerso con maggior forza dalla cruda evidenza dei numeri e dai commenti delle personalità presenti è stato l’enorme deficit di programmazione in forza del quale tutti i settori sono risultati da decenni governati da ogni corrente partitica con una politica debole “alla giornata”, sempre all’inseguimento della congiuntura elettorale del momento.

Ai primi di marzo – soltanto trenta giorni dopo il convegno – il Paese intero è stato travolto dall’emergenza Covid e ogni residua velleità di programmazione è stata temporaneamente spazzata via dalla politica emergenziale. Oggi, con il rallentamento estivo dell’epidemia, vale forse la pena di fare un primo “punto nave” su cosa può avere significato questo flagello rispetto alla precedente situazione fotografata dalla ricerca promossa da Federmanager Roma.Per prima cosa dobbiamo chiederci se la fase emergenziale sia già archiviata nei flutti della storia ovvero se sia destinata a ritornare. La risposta è relativamente semplice. La “spagnola” nel 1918 ebbe, dopo il primo picco di marzo e aprile, un secondo picco molto forte a partire dalla prima decade di settembre. Facendo professione di buon senso possiamo quindi dire che, alla fine del mese di ottobre, potremo essere reclusi in un nuovo lockdown ovvero ritrovarci con la gioia di essere definitivamente fuori dal problema. Per questo mi permetto di dire che avere oggi annunciato una generalizzata riapertura delle scuole per settembre appare molto più come una presa di posizione politica, legata alla volontà di assecondare il generalizzato desiderio di normalità, che non un embrione di programmazione, considerato che – certamente – l’eventuale malaugurata ripresa dei contagi porterebbe a rinnegare questa “programmazione apparente” nel giro di ventiquattro ore.

Ma, se anche non saremo “fuori dal tunnel” in autunno, certamente lo saremo nell’estate del 2021. Dunque vogliamo provare a chiederci quale sarà la nuova base di partenza rispetto alla situazione del febbraio 2020? In cosa saranno cambiate le necessità per il tessuto industriale della nostra regione? E cosa potrà fare Federmanager Roma sul piano della proposta politica, della ricerca e della comunicazione per contribuire in modo positivo?

Fonte Wikipedia, autore: rotolandoversosud

Innanzitutto ci sono alcuni aspetti certi che vale la pena di enumerare come base di ragionamento. Il PIL del Paese sarà inferiore del 10% circa e il debito pubblico sarà passato dal 130% circa del PIL al 160% o più probabilmente al 170% del PIL. Se, al netto del patto di stabilità europeo all’epoca vigente, qualcuno a febbraio 2020 avesse detto che si poteva aumentare il deficit fino a questo punto tutti gli avrebbero dato unanimemente del matto. Mentre invece oggi è considerata ormai una cosa scontata e sembra che la principale preoccupazione di molti sia quella di non perdere la gara di velocità nell’assalto alla diligenza per spendere i soldi del nuovo deficit, derivanti dagli scostamenti di bilancio e, da ultimo, dai contributi europei (siano essi Mes o Recovery Fund). Questo è un brutto segnale sulla strada della perdurante incapacità di approfondire i problemi e programmare gli interventi. Altro dato di fatto è che la decisione politica di accedere in gran parte a fondi comunitari (anche senza entrare nel merito della polemica politica sulle condizionalità eventuali) significa che abbiamo comprato denaro a tassi buoni ma che gli interessi andranno a favore degli investitori del mercato, mentre se fossero stati gli stessi italiani a comprare il loro debito tramite dei buoni del tesoro, gli interessi (pochi o tanti che fossero) sarebbero in ogni caso andati a favore degli italiani stessi.

Ultimo elemento da considerare per comprendere la struttura del nostro debito è quello della differenza tra i contributi europei “in prestito” e quelli “a fondo perduto”. La differenza è in realtà in gran parte apparente. Infatti parlare di contributi a fondo perduto relativi a Bond emessi dall’Unione Europea significa dire che tali Bond saranno onorati in proporzione dai vari Paesi dell’Unione e, pertanto, la eventuale quota effettivamente “a fondo perduto” sarà solo il delta tra quanto effettivamente ricevuto dall’Italia e quanto a nostro carico quale contributo alla restituzione e remunerazione del capitale dei predetti Bond.

Ultimo tema è quello dei contraccolpi occupazionali che ci troveremo ad affrontare, con un Paese gravato da una montagna di debiti e debole per la riduzione del PIL, con la fine dei provvedimenti emergenziali di cautela, primo tra tutti lo sblocco dei licenziamenti.

Davanti a questo scenario la mia prima riflessione è che, probabilmente, quanto emerso a febbraio scorso nella ricerca sulle prospettive della nostra regione con l’indagine promossa da Federmanager Roma è ancora pienamente valido e, anzi, ogni valutazione negativa sugli effetti della mancanza di programmazione è ancora più fortemente vera e ogni preoccupazione – che all’epoca era grave – sulle carenze e sugli scoordinamenti, adesso diventa drammatica. In pratica credo che le esigenze rimangano le stesse ma decuplicate come minimo. In controtendenza la politica sembra diventare, se possibile, di giorno in giorno ancora più debole. Pare quasi che – sia a livello nazionale che a livello locale – non ci sia più un periodo “di governo” tra un’elezione e l’altra e che ci si trovi in un continuo stato di “campagna elettorale”. E questa campagna elettorale permanente appare, di giorno in giorno, sempre più basata su slogan che inseguono l’ultimo “umore”, a sua volta provocato dall’ennesima campagna di stampa. Come se la realtà fattuale fosse stata sostituita da una sorta di verità mediatica che si autogenera all’interno di una continua battaglia comunicativa. Con questi sistemi si possono forse vincere delle elezioni, ma non si possono certamente produrre beni e servizi. Affermo che se la situazione di lavoro delle imprese e dei servizi ai cittadini era molto difficile a febbraio adesso è quasi fuori controlloIo credo che i corpi intermedi come Federmanager abbiano, come tutti gli organismi di democrazia rappresentativa, una grande responsabilità al riguardo. Una responsabilità che io cerco di vedere sempre in positivo, come vettore per reindirizzare le decisioni della politica nazionale e locale verso il buon senso, la produzione industriale e la ripresa.

Credo che il lavoro iniziato con il Convegno di febbraio sulle prospettive di Roma Capitale verso il 2030 adesso sia ancora più importante di prima. Ritengo che dobbiamo prontamente aggiornarlo in maniera scientifica e, subito dopo, avviare immediatamente le conseguenti iniziative di seminari di approfondimento in collaborazione tra manager e ricercatori scientifici sui vari filoni relativi alla produzione e ai servizi ai cittadini che possano fornire un arsenale di idee e di buone pratiche da suggerire molto insistentemente alla politica, per indurla e, in qualche modo, quasi indirizzarla a fare il proprio dovere in termini di programmazione. Dovere purtroppo disatteso da decenni.

In un’azienda i piani di sviluppo sono sempre pluriennali e non esiste cambiamento di management o di azionista che possa portare ad una gestione frammentaria e scoordinata. Gli economisti accademici concordano naturalmente con questa visione. Possibile che non riusciamo ad indurre nei nostri politici un sufficiente senso di responsabilità per contenere le oscillazioni più superficialmente ondivaghe dell’opinione pubblica e mantenere la barra del timone su una rotta almeno minimamente coerente? Io penso che sia possibile.

Una grande alleanza tra le istituzioni accademiche e i corpi intermedi che riuniscono le imprese e i manager come nel nostro caso di Federmanager può riuscire in questa impresa. Per questo auspico che, già in autunno se tutto andrà bene o – al più tardi – nella prossima primavera, riprenda la strada che avevamo intrapreso a febbraio per fare in modo che, dopo un decennio di sostanziale recessione, noi manager riusciamo a rilanciare il Paese in un decennio di crescita in modo che nel 2030 possiamo guardarci indietro e dire con orgoglio che abbiamo fatto un buon lavoro. In fondo questo è quello che conta nel lavoro. I soldi e gli incarichi altisonanti passano, mentre l’orgoglio di avere fatto un buon lavoro rimane per sempre.

 

Le prospettive di Roma Capitale

Le prospettive di Roma Capitale

Le Prospettive di Roma Capitale alla luce delle tendenze in atto, è lo studio presentato da Federmanager Roma in collaborazione con il Dipartimento Coris (Comunicazione e Ricerca Sociale) dell’Università La Sapienza di Roma

(L’evento raccontato è precedente al DPCM del 4 marzo 2020 e le relative misure contro l’epidemia Covid-19)

Lo studio è stato presentato a Roma lo scorso 6 febbraio, presso la Facoltà di Sociologia e Scienze della Comunicazione dell’Università La Sapienza, con l’intervento di Giacomo Gargano, Presidente di Federmanager Roma; Stefano Cuzzilla, Presidente Federmanager e Antonello Biagini, Rettore Unitelma. La relazione dello studio è stata svolta da Armando Bianchi, consigliere Federmanager Roma e coordinatore del Gruppo di lavoro composto dalle dottoresse Laura Casaldi, del Dipartimento Comunicazione e Ricerca Sociale dell’Università La Sapienza di Roma, e Francesca Greco, esperta in metodi di ricerca per analisi socio-economiche presso l’Università La Sapienza di Roma.
Il convegno si è articolato in due momenti: Presentazione dei risultati e Tavola rotonda di commento coordinata da Andrea Bassi editorialista de Il Messaggero. La tavola rotonda ha visto la partecipazione di: Paolo Conti, editorialista del Corriere della Sera; Giancarlo Loquenzi, RAI Radio 1 conduttore di Zapping; Orazio Carpenzano, Ordinario di Progettazione Architettonica e Urbana dell’Università La Sapienza di Roma; Giuseppe Ricotta, Professore Associato di Sociologia Generale, Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche dell’Università La Sapienza di Roma; Romano Benini, Docente di Politiche ed Istituzioni del mercato del lavoro dell’Università La Sapienza di Roma. A chiudere i lavori Mario Morcellini, Consigliere alla Comunicazione e Portavoce del Rettore dell’Università La Sapienza di Roma.

Le difficoltà in cui versa Roma sono una evidenza con cui si confronta quotidianamente chi vive nella città. Ma le problematiche della Capitale non vanno ricercate solo nella inefficienza dei servizi di base, ma derivano da una arretratezza culturale e strutturale che si è andata consolidando negli anni.

Un deficit culturale nella governance che si caratterizza in una mancanza di programmazione.

Giacomo Gargano, Presidente Federmanager Roma, nel suo saluto iniziale ha sottolineato come, l’organizzazione che presiede “mette competenze manageriali a disposizione di tutti coloro che vogliono finalmente offrire nuove ipotesi concettuali sui temi che affliggono da anni la nostra Capitale e il territorio circostante”.

Roma nonostante il rango di Capitale manca di Visione e Progettualità, vive di contingente e scelte di breve periodo. I problemi vengono inseguiti e non anticipati con linee di azione continue e coerenti. Il confronto con la realtà di altre grandi città nel mondo (con oltre 1.5 milioni di abitanti) è scoraggiante: Roma risulta, quasi sempre, nelle ultime posizioni delle diverse graduatorie di performance. Se guardiamo alle capitali europee rileviamo che tutte si muovono secondo indirizzi urbanisti costruiti su scenari di sviluppo demografico, sociale ed infrastrutturale. È il caso di London Infrastructure Plan 2050, Grand Paris, Amsterdam 2040 che include un piano di sviluppo dell’aeroporto Schiphol, Symbio City di Stoccolma e Berlin 2030.

La Capitale soffre da anni di uno stallo progettuale che determina una crescente difficoltà gestionale con conseguente caduta nella qualità della vita e deterioramento dell’immagine.

I contenuti dello studio

Nel recente passato il mondo imprenditoriale ed alcune istituzioni hanno realizzato studi e progetti tesi a sensibilizzare le istituzioni di governo alle problematiche della Capitale. A partire dal 2008 il progetto Millennium (coordinato dal prof. Antonio Marzano) formulò uno scenario al 2020 che aveva come primo obbiettivo quello di sostenere l’immagine di Roma nel tentativo di assegnazione dei giochi olimpici. A seguire ricordiamo gli studi di Unidustria (un business plan realizzato con la collaborazione dello studio Ambrosetti) ed il significativo sforzo della Camera di Commercio di Roma con un lavoro coordinato dal prof. Domenico De Masi.

In questo contesto si inserisce l’iniziativa di Federmanager Roma con l’Università La Sapienza di Roma. L’aggiornamento attuale rappresenta un approfondimento ed un ampliamento del lavoro del 2011 sempre di Federmanager Roma.

Armando Bianchi, consigliere Federmanager Roma e coordinatore del gruppo di lavoro composto dalle dottoresse Laura Casaldi e Francesca Greco, ha illustrato al pubblico lo studio

Lo studio attuale presenta tre punti significativamente caratterizzanti:

1) L’accento sul ruolo determinante per il futuro della Capitale del suo stesso hinterland. L’area metropolitana va vista e programmata nella sua globalità.

2) La dequalificazione progressiva del tessuto economico.

3) La necessità urgente di una riorganizzazione giuridico normativa che ridefinisca attribuzioni competenze e responsabilità, dirimendo lo stato di confusione tra competenze del Campidoglio, dell’ex provincia, della regione ed in fine dello stesso Stato.

Bianchi, in apertura della sua relazione, ha voluto sottolineare la specificità della ricerca rispetto alle precedenti iniziative di indagine sulle condizioni di Roma: “c’è sempre stata una scarsa attenzione al tema demografico. Noi, al contrario, abbiamo accentuato l’attenzione sui problemi dello sviluppo della popolazione, intesa non soltanto come sviluppo quantitativo, ma alla sua distribuzione territoriale. Uno dei problemi che ha inchiodato lo sviluppo di Roma è il guardare la città solo come Capitale. In realtà Roma vive in un contesto più ampio rappresentato dal suo hinterland. In questa prospettiva anche la normativa giuridica ha complicato la vita della realtà territoriale. E’ stata riconosciuta l’‘area metropolitana’ di Roma, con tutta una serie di pseudo attribuzioni giuridiche mai chiarite fino in fondo, accentuando un certo tipo di conflittualità con la regione ed arrivando ad un impasse giuridico e amministrativo. Le competenze si frammentano senza riuscire a definire il responsabile finale delle decisioni”.

Lo studio ha voluto porre l’accento sul fatto che una serie di problemi operativi della capitale, ancorché legati ad una cattiva giurisdizione che non fa chiarezza, sono da attribuire alla presenza di un hinterland, forte numericamente come abitanti, che è privo di sue strutture autonome e che finisce per congestionare la realtà di Roma Capitale: “Roma si compone di 120 comuni, di questi 51 hanno meno di 3.000 abitanti, 7 centri hanno più di 50.000 abitanti. Tutto questo è stato determinato da uno sviluppo poco programmato, dalla creazione di Roma Capitale in poi c’è stato uno sviluppo demografico convulso e senza nessuna regola. Insediamenti urbani privi di servizi sostanziali. Questo determina una inevitabile necessità di confluire su Roma in modo irrazionale”.

Guardando all’aspetto quantitativo della popolazione, dallo studio emerge che, al 2030, è prevista una crescita di non più di 300.000 abitanti, un aumento ascrivibile soprattutto all’avvento della popolazione straniera che passerà da 556.000 a 643.000. Il peso dell’hinterland si attesterà su una percentuale del 33% rispetto all’area metropolitana. Bianchi ha voluto poi sottolineare un aspetto grave: “La componente che da un punto di vista demografico preoccupa molto è il rapporto tra nati vivi e morti purtroppo negativo. Negli ultimi anni questa curva si è accentuata in un modo spaventoso. Noi siamo passati da un valore tra 130-140 di 15 anni fa a 77 di oggi. Abbiamo più gente che muore di quanta ne nasca, con un elevato tasso di invecchiamento della popolazione, superiore alla media italiana”.

Le prospettive di Roma Capitale

Il Presidente di Ferdermanager Roma Giacomo Gargano ed il Presidente di Federmanager Stefano Cuzzilla

Questa evoluzione demografica ha ovviamente conseguenze in più ambiti. Partendo dalla sanità, permane una disparità tra Roma capoluogo (4,9 posti letto per 1000 abitanti) e l’hinterland (2 posti letto per 1000 abitanti). Nell’intera area la media è di 3,9 posti letto per 1000 abitanti. Al 2030, per un riequilibrio, la disponibilità dovrebbe attestarsi a 3.250 posti letto per Roma e 5.000 nell’hinterland.

Parlando di mobilità, si calcola un aumento dagli attuali 7,4 milioni di spostamenti al giorno a 9 milioni nel 2030. Con un aumento degli ingressi al giorno da 700.000 a 850.000. Oggi il 75% degli spostamenti avviene tramite mezzi privati. Preoccupazione ha espresso Bianchi: “Capite bene che se già oggi siamo congestionati, non è difficile prevedere la paralisi della città

Edilizia abitativa e scolastica sono entrambi fenomeni che risentono di scarse problematiche in prospettiva. Negli anni passati le costruzioni sono cresciute ad un tasso superiore all’incremento della popolazione e, soprattutto, delle famiglie. In declino l’indice di affollamento da 0,82 nel 1981 al 0,57 nel 2011. Il patrimonio abitativo, attualmente, è costituito da abitazioni di 4 vani. Al 2030 si stima un fabbisogno aggiuntivo di 1.7 milioni di vani (435.000 abitazioni) (36.000 abitazioni/anno). La popolazione in età scolare oggi è composta da 652.600 unità. Oggi gli alunni iscritti risultano attuali 554.500 (15% i non iscritti) che, si prevede, passeranno a 630.000 nel 2030. L’indice di affollamento attuale è di 21 allievi per aula. Con lo stesso standard si presenta la necessità, al 2030, di disporre di 3.200 aule aggiuntive. L’incremento maggiore si registrerà nelle classi per l’infanzia e nel primo ciclo (elementari).

Il Vicepresidente di Federmanager Roma Gherardo Zei

Ciò che invece realmente deve preoccupare è la struttura economica della Capitale. Ci sono circa 700 grandi aziende, una metà pubbliche e le altre private, che da sole sommano il 43% dell’occupazione. Il punto è che il 96% delle imprese conta meno di 9 addetti. Il loro numero cresce (+15%) e anche gli occupati (+10%), ma la produttività continua a calare: il valore aggiunto dal 2007 al 2016 è sceso da 87.700 Euro per addetto a 74.400. Questo significa che la struttura produttiva è caratterizzata da micro-imprese che operano nei servizi ausiliari al turismo, come bed and breakfast e ristoranti, dunque un’economia povera. Secondo i dati emersi, al 2030 sarebbe necessario produrre un valore aggiunto pari a 166 milioni e spingere la produttività verso quota 80.300 Euro.

 La tavola rotonda

I dati emersi dall’illustrazione dello studio hanno animato la successiva tavola rotonda. Il dibattito è stato aperto dall’editorialista del Corriere della Sera Paolo Conti, il quale ha amaramente sottolineato come “L’ultima stagione di Roma in cui c’è stata una capacità ideativa e progettuale degna di questo nome, dopo le olimpiadi del 1960, è stato l’Anno Santo del 2000”, esattamente venti anni fa. Proseguendo ha aggiunto: “Roma, come detto dal Presidente Gargano, ha delle potenzialità, ma non si può non sottolineare che la politica cittadina in questi anni si è caratterizzata per una sostanziale posizione asfittica nei confronti del futuro. Una pecca è che oggi, presentando questo studio, non ci sia nemmeno un interlocutore politico della giunta che possa dare contezza di aver recepito quanto emerso. La cosa urgente da fare è proprio quella di sensibilizzare la classe politica in tutte le sue declinazioni: Parlamento e politica locale, per rendersi conto della massima urgenza nella quale ci troviamo. Se non usciamo da questo impasse Roma è destinata alla deriva”.

Nell’immagine, da destra, il moderatore della giornata, il giornalista Andrea Bassi de Il Messaggero; Giancarlo Loquenzi, RAI Radio 1 conduttore di Zapping; Paolo Conti, editorialista del Corriere della Sera

Secondo Giancarlo Gaudenzi, conduttore di Zapping su Radio 1 Rai, per Roma “serve un’idea di futuro, di specializzazione, un’idea che ci permetta di competere. Bisogna capire che cosa vogliamo che sia questa città, quindi darle un orizzonte di progetto, di prospettiva: un grande museo a cielo aperto oppure una città che faccia da raccordo tra il mondo della cultura e della società della conoscenza. Le grandi città del mondo non possono essere tutto, c’è un grande processo di specializzazione e chi non lo segue perde qualsiasi connessione, esce fuori dalla rete delle grandi capitali. È importante che le nostre classi dirigenti capiscano su che cosa vogliono che Roma si specializzi. Serve un’idea di futuro, di specializzazione, un’idea che ci permetta di competere.”.

Passando al mondo accademico, ha preso la parola Orazio Carpenzano, Ordinario di Progettazione Architettonica e Urbana dell’Università La Sapienza di Roma, anch’egli con un richiamo forte alla politica italiana: completamente indifferente di fronte agli studi contemporanei in Europa che guardano al fenomeno urbano e sociale ed aprono a futuri processi di cambiamento. “La politica è una dimensione alta della struttura cognitiva e dello spirito di una nazione, che si incarna in una serie di capacità: la prima è quella di leggere la realtà, la seconda è quella di darne una valutazione interpretativa, la terza è quella di dare forma al giudizio in termini di prospettive e problemi. In questo momento la politica è assente da tutti e tre questi ruoli”. Ha aggiunto Carpenzano: “Può una città come Roma astenersi dall’elaborare una propria visone futura e porre in essere gli obiettivi che oggi sono al centro dell’agenda urbana internazionale? Io credo di no. Anche perché, e lo dico fuori da ogni retorica, Roma ha tutte le componenti: ambientali, strutturali e geografiche, penso al mare, al bosco, le aree verdi e il fiume, senza dimenticare il patrimonio culturale che è l’universale concreto di tutta la cultura occidentale. Roma è la città delle città, è la città in cui è scritto il dna di tutte le città”.

Nell’immagine, da destra: Orazio Carpenzano, Ordinario di Progettazione Architettonica e Urbana dell’Università La Sapienza di Roma; Romano Benini, Docente di Politiche ed Istituzioni del mercato del lavoro dell’Università La Sapienza di Roma; Giuseppe Ricotta, Professore Associato di Sociologia Generale, Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche dell’Università La Sapienza di Roma

Giuseppe Ricotta, Professore Associato di Sociologia Generale, Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche dell’Università La Sapienza di Roma, ha voluto portare all’attenzione del pubblico il concetto di “diritto alla città”: “Il problema di Roma riguarda in realtà molte grandi città, anche quelle che sono meglio gestite. Ha a che fare con il fallimento di una promessa che è inscritta nelle città occidentali, nella modernizzazione occidentale. Il sogno europeo della modernità che ci appartiene, come civiltà e anche come fede nel progresso, è quello di tenere insieme sviluppo, modernizzazione, velocizzazione della modernizzazione, ma anche inclusione. La mobilità allora diventa importante perché fa inclusione: se io riesco a muovermi facilmente dall’hinterland, dalle periferie fuori del raccordo anulare, questo crea connettività ed anche possibilità di inclusività. La stessa inclusività che si creerebbe qualora fosse possibile avere una città di persone se non uguali almeno simili. So bene che c’è una differenza tra vivere ai Parioli o a Vigne Nuove, però l’aspettativa di una città e il sogno della modernizzazione porta a dire: posso abitare a Vigne Nuove, avere una capacità di spesa minore, ma questo non deve impedirmi di avere accesso a dei servizi. Ancor più se vivo fuori Roma. Quando dico servizi mi riferisco ad accesso allo sport, alla salute, agli spazi verdi, alla cultura e a tanto altro. È una scommessa che riguarda tutte le grandi città che sono la sintesi della nostra società globale, che invece di far diminuire la centralità urbana l’ha fatta esplodere”.

A chiudere gli interventi della tavola rotonda è stato Romano Benini, Docente di Politiche ed Istituzioni del mercato del lavoro dell’Università La Sapienza di Roma. Partendo dal dato della ricerca che segna un aumento dell’occupazione e del numero delle imprese, con una drastica diminuzione della capacità di determinare valore aggiunto, secondo Benini ciò si deve ad una mancanza di “cultura manageriale, che significa lavorare per obiettivi ed organizzarsi per realizzarli. Il tema dell’efficienza, della valutazione e della verifica dei risultati è una delle componenti di qualsiasi tipo di managerialità, sia nel sistema pubblico che in quello privato. Roma vive delle sue condizioni di rendita in quanto capitale”. prosegue Benini: “il sistema delle rendite ha intorpidito Roma, oggi non è più in grado di garantire una vita dignitosa a 4 milioni e 600 mila abitanti. La capacità di creare valore aggiunto non è adeguata ai bisogni e alle volontà di raggiungere una condizione di benessere che queste persone hanno. Si arriva alla conclusione che è la capacità di governo che latita. Roma è una città piena di politici ma che non fa politica. Il punto è che si torni a governare i fenomeni, le dinamiche ed i processi economico e sociali, perché questo, in una città come Roma, può liberare energie”.

Tirando le conclusioni della ricca e stimolante giornata di studio, Mario Morcellini, Consigliere alla Comunicazione e Portavoce del Rettore dell’Università La Sapienza di Roma, ha ribadito la necessità di un progetto di cambiamento per la città, che non sia soltanto legato alle elezioni, ma che coinvolga anche da un punto di vista intellettuale ed emozionale: “la crisi di Roma è anche una crisi di motivazione delle classi dirigenti che non hanno saputo amarla fino in fondo”. Occorre però dare seguito alle proposte e La Sapienza si farà portatrice dell’esigenza di un tavolo di continuità: “i convegni muoiono se non gli date continuità, diventano una mattinata stimolante e nulla più. So di avere con me Federmanager. Il marchio di qualità è di guardare Roma con sapienza, facendo in modo che giornate come questa rappresentino uno stimolo a far sì che Roma diventi una Capitale migliore”.