responsabilità oggettiva

La responsabilità senza colpe dei manager

La “responsabilità oggettiva” di tipo penale dei manager è una mostruosità giuridica che nasce da un’errata interpretazione dell’articolo 42 del codice penale. Obbligo di Federmanager è non lasciare soli i colleghi ingiustamente accusati ed offrire loro conforto e protezione

La “responsabilità giuridica” è un mostro giuridico e morale che si aggira per le aule dei tribunali del mondo intero, mietendo vittime innocenti, talvolta più di quante non ne mietano gli eventi tragici che hanno dato luogo ai processi. Eppure i principi di base della civiltà giuridica europea fondano le loro antiche e solide radici nel diritto romano. “Nullum crimen, nulla poena sine culpa” (nessun reato e nessuna pena senza colpa) sancisce un famoso broccardo e non credo che ci sia una persona dotata di senso morale che possa essere in disaccordo con questo principio, perché il diritto penale deve sanzionare i comportamenti colpevoli e non essere uno strumento per individuare dei “capri espiatori” incolpevoli (nel senso specifico e tecnico/legale del termine visto che parliamo di responsabilità oggettiva e quindi per definizione senza colpa) da sacrificare sull’altare di una vera o presunta pace sociale, additando un colpevole purchessia al fine di garantire un ristoro in sede penale e civile/risarcitoria.

La funzione del diritto e del processo deve necessariamente essere quella di fare “giustizia” e non di commettere un’altra ingiustizia con la quale tentare di mascherare goffamente le carenze di tutto un sistema. Del resto l’art. 27 della costituzione dice molto chiaramente che la responsabilità penale è personale (escludendo la responsabilità oggettiva) e stabilisce il principio per il quale la pena “deve tendere alla rieducazione del condannato” e davvero non è chiaro a quale rieducazione potrebbe essere sottoposto un individuo rispetto al quale non è stata accertata nessuna colpa.

Nel nostro ordinamento le fattispecie di responsabilità oggettiva sono ancorate in modo poco solido alla parola “altrimenti” contenuta nell’articolo 42 del codice penale il quale, dopo avere parlato del dolo e della colpa, recita: “la legge determina i casi nei quali l’evento è posto altrimenti a carico dell’agente come conseguenza della sua azione ed omissione”. Una certa parte della dottrina e della giurisprudenza ha interpretato la parola “altrimenti” nel senso che possano esistere dei delitti senza colpa e quindi incolpevoli. Non ho timore ad affermare che, per il mio senso morale, questa è una vera mostruosità. Penso che questa interpretazione sia la “madre” di tutti i teoremi che, in certe particolari circostanze, possono portare ad accusare persone innocenti di fatti che non solo non hanno provocato ma dei quali non hanno mai nemmeno saputo niente.

Per cercare di dare una giustificazione a ciò che (a mio personale avviso) non è giustificabile, si è tentato di considerare la responsabilità oggettiva come un tertium genus (dopo dolo e colpa), ritenendo giusto che un fatto illecito venga imputato a qualcuno che non lo ha voluto commettere e che non ha avuto colpa nel suo inverarsi, solo per l’esistenza di un nesso di causalità unito ad un concetto molto generico di prevedibilità. La qual cosa, stressando il concetto con un chiaro argomento “per absurdum”, sarebbe come dire che se io gestisco una pista ciclabile e quindi la apro alla circolazione delle biciclette (nesso di causalità) e posso immaginare (prevedibilità) che le persone possono cadere dalle biciclette, a questo punto posso essere imputato per tutti gli incidenti che avvengono su quella pista in quanto se io l’avessi chiusa (nesso causale) gli incidenti non sarebbero successi.

A mio avviso questa è una vera aberrazione che, al giorno d’oggi, viene sempre più incentivata dalla proliferazione di normative che stabiliscono obblighi di vigilanza per le aziende e i loro manager in forma esponenzialmente sempre più astratta, configurando vere e proprie fattispecie di responsabilità oggettiva per le quali la responsabilità del manager viene ritenuta esistente sulla base di un generico obbligo di vigilanza, unito ad un nesso causale tanto vago da essere inaccettabile ed associato a un concetto di prevedibilità talmente generale da essere addirittura filosofico. Questo è il modo “politicamente corretto” e alquanto ipocrita di legiferare della vecchia Europa esangue. Per come la vedo io questo modo di fare le leggi sta ostacolando e, talvolta, impedendo l’attuazione del principio di legalità sancito dall’art. 27 della costituzione che, a mio avviso, impone senza ombra di dubbio di non sanzionare i comportamenti incolpevoli.

A questo punto delle due una, o il terzo comma dell’art. 42 del codice penale è incostituzionale, oppure la parola “altrimenti” deve essere interpretata diversamente, dovendosi ritenere che l’articolo faccia riferimento a delle fattispecie di colpa diverse da quelle del comma due e, pertanto, impegnando sia il legislatore che il giudice ad indirizzare il proprio lavoro nel definire, con senso di giustizia ed equità, quali possano essere queste fattispecie di colpa, in modo tale da evitare di generare quelle storture nell’esercizio del diritto di cui abbiamo parlato. Proprio quel genere di storture che hanno portato Cicerone a coniare il broccardo “summum ius summa iniuria”.

Se non si agirà a livello politico, legislativo e giudiziario per rimettere insieme i concetti di “pena” e di “colpa”, molti nostri colleghi potrebbero trovarsi nella condizione di Josef K., il personaggio del “Verdetto” di Franz Kafka che la mattina del suo compleanno viene improvvisamente tratto in arresto perché un processo è stato istruito contro di lui senza che lui sia in grado di comprendere quale sia l’accusa. Dapprima Josef K., sapendo di non avere alcuna colpa, esprime fiducia ma poi si trova schiacciato in un meccanismo processuale, inestricabilmente burocratico, bizantino e labirintico e, rapidamente, avverte il peso sempre più opprimente di non poter sfuggire ad una condanna di cui prova un’angosciosa vergogna senza nemmeno sapere quale sarebbe la sua colpa. Credo che sia un dovere di noi colleghi impegnati in Federmanager non lasciare mai soli i nostri colleghi risucchiati in circostanze del genere e agire in tutte le sedi per proteggerli e confortarli.

Chi non si arrende vince

Di fronte alle difficoltà che vivono oggi i dirigenti industriali occorre compattezza della categoria e vicinanza a Federmanager Roma e alle sue battaglie

Faccio a voi associati che partecipate all’Assemblea annuale di Federmanager Roma un invito a non dimenticare chi siamo, perché ci troviamo qui tutti insieme e cosa è importante fare per il nostro futuro. La categoria dei dirigenti industriali vive senza dubbio un momento di difficoltà.

Se volessimo utilizzare una parola forte potremmo dire che siamo dei “martiri”, nel senso che i dirigenti industriali tengono in piedi il “Sistema Paese” e portano sulle proprie spalle, grazie al contributo determinante che offrono nel generare il fatturato delle aziende, il peso dell’intera macchina della pubblica amministrazione. Ma nonostante il senso di responsabilità, la determinazione e l’impegno quotidiano, mai ricevono l’attenzione e la tutela che meriterebbero.Ogni ristrutturazione aziendale, in qualsiasi tipo di realtà imprenditoriale, vede i manager quali principali bersagli. Negli ultimi mesi, anche all’interno di importanti gruppi industriali, abbiamo assistito a collettive che hanno colpito decine e decine di colleghi.

Per non parlare dei pensionati, la categoria che certamente sta subendo l’attacco più violento. Si parla di taglio delle pensioni “d’oro” in un Paese dove assistenza e previdenza sono mescolate nei conti dell’Inps, all’interno di un groviglio inestricabile rispetto al quale viene spontaneo chiedere dove sia realmente l’“oro”. Viene da chiedersi se, probabilmente, chi prende 1000 euro al mese ma non ha mai versato nulla o quasi riceve una pensione “d’oro”. Lo stesso non può dirsi per chi, per un’intera vita, ha versato regolarmente i propri contributi a totale beneficio della collettività ed oggi si trova ad essere considerato come membro di una casta privilegiata solo perché riceve indietro i suoi soldi versati negli anni. Occorre evitare che queste misure, che colpiscono in modo differenziato le nostre varie componenti, possano determinare ingiustificati conflitti all’interno della nostra categoria. Anche perché la giungla pensionistica italiana è tale che non dovremo sorprenderci se i 100 mila euro che vengono tagliati oggi, diventeranno i 90 mila di domani e gli 80 mila di dopodomani.La parola “martiri” acquista un senso se si guarda poi a quell’assurda e folle tendenza metagiuridica – perché di giuridico ha molto poco – che negli ultimi anni sta determinando una vera e propria “responsabilità oggettiva” di tipo penale del dirigente. Meccanismi burocratici per i quali, in base ad un generico e sempre più indeterminato obbligo di vigilanza, talmente esteso da non comprenderne più i confini, alla fine c’è sempre un dirigente responsabile. Infatti qualsiasi cosa succeda nella realtà deterministica esiste una persona responsabile di fatto, perché ha effettuato o omesso qualcosa, ma nella realtà giuridica ce ne sarà un altro di colpevole senza dubbio: il dirigente che non avrebbe vigilato.

Oggi la grande attenzione è per la tutela della privacy, il prossimo anno sarà un’altra e poi un’altra ancora. Finché per ogni problema si sarà predisposto un capro espiatorio nella persona di un nostro collega. Per queste ragioni diventa fondamentale rammentarci perché siamo qui. Lo siamo per difenderci da tutto questo, non solo perché è nostro interesse ma perché è cosa giusta. Viviamo un sistema che spreme le persone migliori, che ha usato ed abbandonato negli anni la nostra categoria, speculando sul nostro lavoro per poi buttarci via come carta nel cestino. Amici cari non molliamo, continuiamo a sostenere Federmanager e restiamo uniti. Non lasciamo che tutto questo ci divida. Chi non si arrende alla fine vince.