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Lo spirito dei manager del dopoguerra

Per gran parte del sistema industriale e larghe fette del sistema produttivo, è difficile oggi fare previsioni di ripresa. Noi, quali eredi dei manager del dopoguerra, dobbiamo rifarci al loro spirito esemplare che ha reso possibile la ricostruzione del Paese

La tempesta del Covid-19 è piombata sulla nostra penisola del tutto inattesa, investendo il sistema industriale come una tempesta d’autunno che oscura una bella giornata di sole con basse nuvole nere spinte da venti burrascosi. Ancora alla metà di febbraio le nostre agende di lavoro erano piene di appuntamenti e di viaggi d’affari. La mente dei manager italiani era già protesa verso gli appuntamenti di fine inverno: le approvazioni dei bilanci, le assemblee e, per noi di Federmanager, il Consiglio Nazionale e le nomine per nostri preziosi enti previdenziali e assistenziali (il Fasi, il Previndai e tanti altri).

Poi, a partire dalla fine di febbraio, è accaduto l’impensabile. I primi appuntamenti importanti sono stati rinviati più che altro per ragioni cautelari ma, con l’inizio di marzo, la situazione è rapidamente precipitata. Credo che abbiamo vissuto tutti più o meno la stessa esperienza. Vedevo che, di giorno in giorno, la mia agenda si svuotava e le aziende cominciavano a sconsigliare vivamente le trasferte. Il venerdì mattina ho avuto un ultimo appuntamento a Firenze per me molto importante. Il treno era semivuoto e il personale di viaggio, vestito con mezzi di protezione, si teneva a debita distanza. Tornato a Roma nel pomeriggio ho saputo che la mia azienda stava per chiudere la sede e metterci tutti, giustamente, in smart working. Ho fatto un salto in sede a recuperare il computer e i documenti essenziali e sono andato via senza guardarmi indietro.

Le conseguenze di questa tempesta sul sistema produttivo sono state simili a quelle di una guerra, con l’azzeramento temporaneo di gran parte del sistema industriale e con larghe fette di sistema produttivo per le quali non esiste ancora la possibilità di fare una previsione di ripresa come, ad esempio, il mondo del turismo e dei locali da ballo.

La cosa peggiore è che oggi non è possibile immaginare quali saranno le reali conseguenze di ciò che è accaduto. E’ difficile prevedere l’andamento della pandemia ma ancora più difficile è immaginare dove andrà ad atterrare questa crisi economica. Quanti punti di PIL perderemo quest’anno? Forse dieci? Forse venti? Quali saranno le conseguenze sulle entrate fiscali? E quali i dolorosi provvedimenti che si dovranno prendere?

A causa delle responsabilità che gravano sulle loro spalle, i manager sono abituati a guardare lontano e i nostri occhi sono già fissi sull’autunno e sulla fine dell’anno, quando dovremo affrontare una recessione senza precedenti. La crisi del duemilanove, dalla quale peraltro non ci siamo ancora ripresi, è stata niente rispetto a quello che stiamo per affrontare. L’unico paragone possibile è quello del secondo dopoguerra. E quando, per la prima volta, ho formulato questo pensiero, mi è sembrato quasi un segno del destino. Perché molte volte, parlando nei nostri appuntamenti ufficiali delle Assemblee e dei Consigli di Federmanager Roma, mi è capitato di citare lo spirito dei manager italiani del dopoguerra, come quello spirito esemplare che ha reso possibile la ricostruzione del Paese. Noi oggi siamo gli eredi di quello spirito che abbiamo mantenuto vivo tenendo saldamente in pugno la barra del timone delle imprese nonostante l’ingratitudine da cui siamo stati sovente circondati.

Quando la crisi del debito si mostrerà in tutta la sua forza molti inizieranno ad osservare che in Italia il risparmio privato è superiore al debito pubblico e si ricomincerà a parlare di patrimoniale, di altri improvvidi provvedimenti a carico delle pensioni più alte ovvero, ancora peggio, di prelievi dai conti correnti. A questo punto, al netto degli aiuti europei, ci sarà una sola strada possibile: quella dell’acquisto di una parte del debito del Paese da parte degli Italiani stessi su base strettamente volontaria mediante l’emissione di buoni del tesoro di lunga durata, con un congruo periodo di divieto di alienazione e, soprattutto, defiscalizzati, anche se con un tasso di interesse molto basso. I manager italiani amano il loro paese e certamente non si tireranno indietro ed è ragionevole pensare che tutti insieme, con le altre categorie sociali e del lavoro, sapremo trovare la liquidità necessaria per tamponare la falla.

Superata l’emergenza sarà compito nostro come manager ripartire, ritrovando dentro di noi quello spirito dei manager del dopoguerra che fu dei nostri nonni e dei nostri padri. Noi e i nostri figli dovremo fare altrettanto e dovremo scoprire dentro di noi che ne siamo capaci.

Dovremo smettere di parlare a vuoto di eliminare la burocrazia. Questa volta dovremo eliminarla veramente la burocrazia. Dovremo convincere il Paese che costringere le industrie in una ragnatele di procedure inestricabili non elimina affatto i rischi ma elimina totalmente l’attività produttiva. In una recente trasmissione televisiva in cui si parlava del ritardo nell’acquisto delle mascherine ho sentito qualcuno dire che i ritardi delle gare erano il prezzo da pagare per avere garanzie sui prodotti e sul prezzo. La storia ci insegna che questa affermazione non è vera. L’unica vera garanzia è avere un manager che sia un uomo onesto e che, al contempo, conosca la qualità e il prezzo di quel tipo di prodotto. Solo in questo modo si potrà avere un acquisto rapido e con tutte le tutele. Sia pure nel benessere, o forse proprio a causa di esso, negli ultimi settanta anni il nostro Paese ha perduto progressivamente la cognizione di queste verità. Ma oggi ha l’occasione di rinascere per una seconda volta, affidandosi con fiducia ai manager per i quali lo spirito del dopoguerra non è mai finito.

Con “il tocco” dei maestri del passato

Cesare Fiori ha ricoperto per anni il ruolo di manager all’Agip. Oggi dipinge quadri particolarmente apprezzati. Riproduzioni personalizzate dei grandi artisti del passato. Con risultati davvero sorprendenti

Dalla raccolta delle figurine alla “riproduzione” del Caravaggio e di tanti altri maestri dell’arte. L’autore di questi apprezzati quadri è un ex manager in pensione, che per anni ha un ruolo di rilievo in Agip.

Cesare Fiori oggi dipinge quadri, personalizzandoli con una rara padronanza del colore e dei pennelli, prendendo spunto dai maestri più celebri, da coloro che lo hanno maggiormente appassionato e ispirato sin dall’infanzia.

Incontriamo Cesare Fiori, assieme al consigliere di Federmanager Roma Armando Bianchi, in due occasioni, entrambe “portatrici” di ricordi e di un piacevole scambio “intellettuale”. La prima volta, presso la sede di Federmanager Roma dove Cesare inizia a raccontare la sua storia, l’altra, invitati a casa, per guardare dal vivo e fotografare le opere che Cesare Fiori ci mostra con malcelata soddisfazione e una punta di orgoglio che è facile comprendere guardando le sue tele.

La casa di Cesare Fiori appare come una galleria d’arte, ricca e curata nei minimi dettagli. Sono pochi i centimetri di parete a non essere ricoperti dalle opere che realizza guardando ai maestri del passato. Primo fra tutti, Caravaggio. Ci mostra particolarmente fiero un’ampia biblioteca in cui non si contano libri e cataloghi d’arte dedicati a Michelangelo Merisi. Poi, passando da una stanza all’altra, troviamo esposte riproduzioni dei quadri di Modigliani, Renoir, Van Gogh, Antonello da Messina, Veermer, dei maestri fiamminghi. Queste rappresentazioni di opere famose, come ricorda Cesare, sono firmate e personalizzate da lui, anche per evidenti motivi di legge. Vengono tutte realizzate ad olio, su base colorata a tempera, su tela o su cartone.

Sono quadri che fanno apparire la casa come un’avvolgente rassegna delle migliori opere della storia della pittura e finiamo per sentirci come Philippe Daverio che racconta i grandi maestri del passato. “È stata sempre molto forte l’attrazione per i colori e le immagini colorate, nettamente al di sopra della relativa media che pure caratterizza un po’ tutti gli adolescenti – spiega Cesare Fiori mentre indica i quadri, peraltro incorniciati con gusto molto raffinato – Ho sempre amato raccogliere immagini di animali, fiori, piante da cui è nata questa mia passione per il colore. Per questo ho cominciato a dipingere. Per avere la possibilità di realizzare, di rifare quei colori che amavo“.

Cesare Fiori, originario di Ancona, proviene da quelle famiglie “operaie” di una volta. Padre portuale, mamma avvezza a far quadrare i conti in epoche in cui la guerra costruiva il vissuto delle persone senza troppi preamboli. Appena arriva qualche possibilità economica in più, Cesare Fiori comincia ad acquistare e a consultare più frequentemente i libri d’arte. “Sono stati i libri e la frequentazione delle mostre, in Italia e in Europa, a darmi la spinta giusta, a far emergere definitivamente l’interesse e l’amore per i capolavori della Storia della pittura, trasformando la passione di una volta per le figurine nel desiderio di dipingere – sottolinea – Il passo successivo: un gran desiderio e la determinazione di ‘riprodurre’ e contornarsi di capolavori pittorici acquisendo a fatica, da autodidatta, i criteri essenziali, più che una tecnica professionale vera e propria, adatti a conseguire risultati dignitosi”.

Prende forma la passione che lo anima, mentre illustra le diverse opere appese alle pareti. Passione che ha rappresentato e rappresenta una motivazione forte, soprattutto nel momento in cui arriva la pensione e bisogna reinventarsi un nuovo modo di incidere sulla realtà. D’altra parte, non giriamoci intorno, avere interessi, motivazioni forti attraverso cui dare senso alle ore e ai giorni, è la “spina dorsale” della vita e la vera ginnastica che consente a mente e corpo di essere sempre in autentica forma.

Mi piace riprodurre l’opera personalizzandola con un uso del colore a seconda del momento e
dell’ispirazione che arriva e a cui non so dire no – aggiunge Cesare Fiori – Le tonalità dei rossi fiamminghi, i cromatismi del Caravaggio li riadatto come suggerito dagli occhi dell’anima, li reinterpreto secondo la mia esperienza“.

Come è possibile vedere dalle foto, i risultati sono davvero straordinari. Talvolta, soprattutto nel caso delle opere di Modigliani, è difficile distinguere l’originale. Nonostante la personale reinterpretazione di Fiori doni all’opera una sua indiscutibile peculiarità. Oggi, di Cesare Fiori, non si contano i lavori finiti, ad olio su tela o cartone, in gran parte donati a familiari ed amici. Anche noi che siamo lì per apprezzare le opere ne riceviamo una in dono, coerentemente alla visione del mondo che anima questo ex manager, oggi divenuto artista. Perché, come ricorda, “la mia più grande gioia è dipingere guardando ai maestri del passato e portare la bellezza dell’arte a chi sa apprezzarla in tutti i suoi infiniti poteri di grazia e di benessere”.

Diario di un cacciatore di teste. Oltre social e algoritmi

Diario di un cacciatore di teste. Oltre social e algoritmi

Presentato il 18 aprile presso la sede di Federmanager Roma, il libro è un diario frutto della penna di chi il mestiere del Cacciatore di Teste, dell’Head Hunter, l’ha vissuto non solo come professione, ma come passione. Un insieme di ricordi, episodi autobiografici e riflessioni che travolge il lettore in un vortice coinvolgente come un romanzo. L’immedesimazione è tale, perché è una storia che riguarda ogni uomo di azienda, in cerca di risorse ma spesso anche in cerca di se stesso e dell’ambiente a lui più adatto. Fare l’Head Hunter è un mestiere che non si improvvisa, che costa rigore e sacrificio, che va vissuto avendo forti valori dentro, che porta a dire alcuni no, ma che sa regalare la più grande delle soddisfazioni: collocare le giuste competenze nel giusto contesto. Un mestiere che sfida il tempo dei social network e degli algoritmi, riaffermando con forza il primato dell’uomo e delle sue capacità.

Diario di un cacciatore di teste. Oltre social e algoritmi

L’AUTORE

Gabriele Ghini è agronomo con dottorato di ricerca in fitopatologia. Ha lavorato nei primi dieci anni di carriera in multinazionali chimiche e da trenta nell’Executive Search con un focus nella ricerca di top manager per il mondo industriale. Insegna Brand & Personal Reputation ad un Master internazionale in Corporate Communication in Cattolica a Milano.