Lazio

Catalent di Anagni: il vaccino come premio alla professionalità

Catalent di Anagni: il vaccino come premio alla professionalità

La Catalent di Anagni sarà l’azienda chiamata ad infialare il vaccino per la cura al coronavirus. Il general manager Barbara Sambuco ci ha raccontato con orgoglio come si è arrivati a questa enorme opportunità, le difficoltà nel passaggio da Bristol-Myers Squibb ed una storia imprenditoriale fatta di impegno, passione e grandi capacità manageriali

Federmanager Roma, con il presidente Giacomo Gargano, il responsabile della comunicazione Armando Bianchi ed il responsabile della delegazione di Frosinone Pietropaolo Dionisi, ha visitato lo stabilimento Catalent di Anagni ed ha incontrato il suo general manager Barbara Sambuco. L’azienda, che ha rilevato a gennaio 2020 lo storico stabilimento Bristol-Myers Squibb, in virtù di un accordo con AstraZeneca si occuperà nei prossimi mesi di infialare il vaccino per la cura del coronavirus, con una capacità che arriverà a 50 milioni di dosi al mese. Un lieto fine, culmine di una sofferta storia imprenditoriale, per uno stabilimento che ha rappresentato e rappresenterà un punto di riferimento ed un orgoglio per il Lazio e la provincia di Frosinone.

L’obiettivo fondamentale di Federmanager Roma è di promuovere le attività imprenditoriali e manageriali. La nostra strategia comunicativa intende diffondere e far conoscere le eccellenze della nostra regione. Catalent è senza dubbio un esempio di eccellenza imprenditoriale e manageriale e per questo ci interessava illustrare, nel migliore modo possibile, la vostra attività. Tutto ciò è coinciso in un particolare momento della vita del nostro Paese, seppure la vostra professionalità va oltre il Covid.

Parlando di vaccino è bene ricordare che, almeno in questa fase, non ci occupiamo della parte di sviluppo. Come gruppo Catalent siamo partiti da pochissimo tempo, a gennaio con il passaggio da Squibb Bristol-Myers.

Barbara Sambuco, general manager del sito
produttivo Catalent di Anagni

Il nostro stabilimento nasce nel 1966 come Squibb, acquisito poi da Bristol-Myers, con la fusione dei due gruppi alla fine degli anni ’90 e con un salto epocale all’inizio del 2000, diventando lo stabilimento di punta per il lancio dei nuovi prodotti per più di 70 mercati esteri. Da allora è cambiata la struttura, da 200 persone siamo arrivati alle 700 di oggi. Una storia di crescita e di successo.

Nel 2017 Bristol-Myers cambia completamente strategia relativamente al portfolio prodotti. Uno stabilimento come questo ha bisogno di volumi, se mancano non si sostiene. All’epoca eravamo ad un bivio: ridurre sostanzialmente l’organico o cercare un nuovo acquirente. Un’esperienza per nulla semplice. Chi vive la ricerca di un acquirente sul mercato lo fa con angoscia, sono stati anni di profonda sofferenza. Ho messo passione e cuore per fare arrivare all’intero stabilimento ogni informazione relativa alla vendita. Un percorso che ci ha portato, a novembre 2018, a poter comunicare a tutti la decisione. Parlo di una “battaglia” personale con la difficoltà di far capire, a chi non vive la realtà dello stabilimento, che era l’unico modo, coinvolgendo sindacati e lavoratori, per riuscire ad avere un passaggio più indolore possibile verso qualsiasi tipo di destino, uno dei quali poteva anche essere, se un acquirente non ci fosse stato, la chiusura. Non è stato facile parlare a persone in lacrime che qui avevano trascorso gran parte della loro vita lavorativa. Per questo territorio Bristol-Myers Squibb ha rappresentato un faro nella notte.

Giacomo Gargano, Presidente Federmanager Roma; Veronica Vita HR Business Partner e responsabile Relazioni Industriali dello stabilimento Catalent di Anagni

Come si arriva quindi a Catalent?

Noi avevamo cominciato a lavorare, già dall’anno precedente, ad un progetto che portava alla valorizzazione del brand dello stabilimento, ma come capitale umano, non come marchio esposto all’esterno. Abbiamo condotto questo lavoro con un filosofo coinvolgendo tutti: operatori di linea, analisti, personale degli uffici e dirigenti. Lo scopo era quello di valorizzare le potenzialità presenti all’interno dello stabilimento a livello di capitale umano. Ognuno si è sentito parte della vendita, testimone attivo in tutte le due-diligence passate, con le rappresentanze sindacali informate quotidianamente. Un percorso vissuto insieme che, quando ci ha visti arrivare alla fine e all’annuncio dell’acquisizione di Catalent, ci ha fatto tirare un sospiro di sollievo.Per anni si è sentito parlare di stabilimenti che fanno produzione conto terzi pensando ai sottoscala. La paura era quella: non comprendere cosa significasse andare a lavorare per chi faceva produzione conto terzi. L’esempio che ho condiviso è stato: fino a che sei a casa ed hai papà e mamma che ti sostengono con la paghetta, il piatto di minestra c’è, senza ambire a molto di più. Questa era la nostra vita in Bristol-Myers Squibb. Nel momento in cui passi ad una realtà come Catalent è come se te ne andassi di casa, hai il tuo gruzzolo e decidi di spenderlo come vuoi. Se sei bravo e lo gestisci bene alla fine del mese riesci a farti anche il viaggio, se lo gestisci male non viaggi e mangi meno a pranzo. Le persone hanno compreso il significato di lavorare in una realtà diversa, dove l’efficienza era qualcosa che davi all’azienda ma che ti sarebbe tornato in tasca.

 Quanto è importante per Catalent e per chi vi lavora essere parte nella produzione di un vaccino contro il Covid-19?

Con il lockdown si è aperta un’enorme opportunità che ci rende fieri: un progetto per la produzione del vaccino in grado di liberarci da questa drammatica condizione. Chi lavora con noi conosce bene il significato di ciò che facciamo. Una scatola che esce da qui può salvare una vita, pensiamo ai prodotti oncologici, e se non arriva una persona non avrà continuità di cura. Con il vaccino non c’è stato bisogno di spiegare, per tutti è chiaro quanto questo virus ha rivoluzionato le nostre vite. Come nelle favole a lieto fine credo che questo stabilimento se lo sia meritato. Sono stati anni sofferti e difficili.Senza voler entrare in argomenti che comprendo di grande riservatezza. Assistiamo ad un dibattito su quando questi vaccini saranno pronti. Essendo stati voi aggiudicatari siete a conoscenza di quando vi saranno forniti? Certamente dovrete in qualche modo programmare e rivoluzionare le vostre linee di produzione, anche guardando ai volumi di cui si parla. Avete una prospettiva temporale? Qualcuno parla di fine anno, altri di 2021 inoltrato. Voi avete un qualche orizzonte temporale?

Noi ce lo abbiamo, anche in riferimento a quanto detto da AstraZeneca in interviste pubbliche. Non svelo nessun segreto che loro non abbiano già dichiarato. Noi abbiamo avuto una grossa opportunità. Nel passaggio da Bristol-Myers a Catalent avevamo due linee nuove in isotecnia per produzioni sterili, dove non abbiamo trasferito i prodotti maturi di Bristol-Myers. Questo è stato un accordo che Catalent ha concluso con Bristol-Myers prima del passaggio. Devo dire che Bristol si è comportata in maniera eccelsa, nel senso che poteva tenere il punto e decidere di mettere i suoi prodotti maturi sulle linee nuove che aveva costruito, spendendo negli ultimi anni una cifra vicina ai 50 milioni di Euro. Due suites completamente nuove per la produzione di farmaci sterili allo stato dell’arte da un punto di vista tecnologico.

Con Catalent si è deciso un upgrade delle aree esistenti, in maniera tale che, anche da un punto di vista di compliance e di regulations, fossero allo stato dell’arte di quanto richiesto. Quando abbiamo firmato l’accordo con AstraZeneca avevamo la grossa fortuna di avere due linee stato dell’arte libere, che potevano garantire, complessivamente, una produzione di 5 milioni di flaconi su base mensile. Normalmente per questi vaccini ogni flacone ha dieci dosi, quindi stiamo parlando di 50 milioni di dosi mensili.Non abbiamo dovuto fare investimenti, perché le linee c’erano. Abbiamo solo assunto personale, circa 100 persone a partire da luglio, in due aree specifiche che abbiamo dovuto rafforzare: il personale di produzione e manutenzione e tutte le funzioni a supporto come qualità, ingegneria o chi si occupa del trasferimento dei nuovi prodotti. Sono linee che lavoreranno sette giorni a settimana a tre turni giornalieri, ventiquattro ore su ventiquattro.

Da quando partiremo? AstraZeneca sta facendo una corsa disperata con tutti, quindi non solo per il prodotto finito ma anche per la materia prima. Ha attivato diversi nodi nel mondo, a livello di logistica e di supply chain. Adesso si tratta di vedere qual è il primo di questi nodi in grado di produrre per noi. Uno dei nodi che hanno attivato è uno stabilimento che produce la materia prima all’interno di Catalent, negli Stati Uniti, e potrebbe essere quello che arriverà per primo.

Noi tra fine di ottobre ed inizi di novembre dovremmo ricevere la materia prima. La linea è già stata qualificata. In questi giorni stiamo procedendo con il test “media fill”, per simulare il processo asettico. Questo è l’ultimo step prima di partire. (n.d.r. il primo dicembre la dottoressa Sambuco ci aggiornava, informandoci dell’avvio della produzione del vaccino AstraZeneca). 

Ovviamente tutto è in mano all’EMA, che ha avviato la revisione degli studi clinici che AstraZeneca ha cominciato a sottoporle. Sono partiti con il “rolling review”, cioè un’analisi prima che gli studi si completino, che terminerà tra fine ottobre ed inizio novembre. Si viaggia in parallelo. Ugualmente con l’AIFA (Agenzia Italiana del farmaco) che ci è stata a fianco dall’inizio, mostrandosi ben cosciente dell’urgenza. L’EMA avrà l’AIFA come riferimento, quindi stanno rivedendo la documentazione mano a mano che viene prodotta, in modo tale da essere pronti quando partiremo con la produzione ed intervenire in corso d’opera qualora qualcosa non tornasse. È un lavoro di squadra a tutti i livelli per riuscire ad avere il prodotto per l’inizio del prossimo anno. Ovviamente deve essere analizzato, sono richiesti test biologici abbastanza lunghi e dunque non è possibile pensare a meno di un mese da quando si produce a quando si rilascia. Ma ragionevolmente, a meno di ritardi particolari o problemi da parte dell’EMA, con l’inizio del prossimo anno saremo in grado di distribuire il vaccino sul mercato.

A tal proposito, avete rapporti con il Ministero della Sanità riguardo a previste priorità?

Come ci ha raccontato il ministro Speranza nella sua visita allo stabilimento e come detto ai giornali: l’Italia, come altri governi, ha firmato accordi per un certo numero di dosi entro il 2020 e nel 2021. In base a questi accordi AstraZeneca distribuirà. Questi i termini dell’accordo che loro hanno preso direttamente con AstraZeneca, mentre noi siamo solo dei vettori, non abbiamo alcun tipo di funzione. Noi non sappiamo nemmeno, ad oggi, quale sarà la distribuzione che loro decideranno di fare e con quali priorità.

Sarà poi la politica a determinare queste priorità?

AstraZeneca attuerà lo smistamento nei diversi centri di distribuzione indipendentemente da noi, né so qual è la logica che applicheranno. Posso dire che, appena avremo la materia prima disponibile, dalla linea usciranno 5 milioni di vials al mese, che sono 50 milioni di dosi. Una quantità già sufficiente a vaccinare la popolazione italiana. Ci sarà poi da organizzare la distribuzione negli altri Paesi europei e credo che il nostro governo abbia già preso accordi con questi e con l’OMS. Ripeto comunque che sono aspetti rispetto ai quali restiamo fuori.

Credo che Catalent ponga grande attenzione al problema relativo al personale e che sia necessario il massimo dello scrupolo nella scelta delle professionalità? 

Abbiamo la fortuna che, nello stock built per uscire da Bristol-Myers, loro avevano voluto aumentare la produzione per coprire il periodo di transizione. Nell’ultimo semestre del 2019 abbiamo prodotto molto di più di quelli che erano i volumi tradizionali. Questo ha fatto sì che l’organico dello stabilimento, nella parte finale dell’anno, aumentasse in maniera importante, con risorse di personale che già da tempo erano con noi con contratti temporanei fino a 36 mesi. Avevamo dunque un numero importante di persone qualificate.

A luglio abbiamo ripreso i nostri registri ed abbiamo richiamato tutti quelli che avevano lavorato con noi e che, non solo erano formati, ma sapevamo essere i migliori. È stata una grande soddisfazione vederli rientrare praticamente tutti, anche se lavoravano, addirittura alcuni con contratti a tempo determinato, con altre aziende. È per me motivo di enorme soddisfazione sentire i ragazzi che mi parlano del clima familiare trovato qui dentro. Per ogni nuova assunzione, io, insieme al responsabile delle risorse umane, incontriamo chi arriva, dando un assaggio di quella che è la nostra cultura. Tutto ciò è un sintomo che quel seme piantato ha dato frutti. È uno stabilimento che ha sempre dimostrato che chi è dentro tiene a quanto fa. Certo, abbiamo anche dato seguito a tutta una serie di provvedimenti disciplinari in maniera costante e coerente. Il buonismo non paga, le regole devono essere definite, le persone devono conoscere il perimetro entro il quale si devono muovere. Quindi totale trasparenza e chiarezza, ma nel momento in cui la regola non viene rispettata si va incontro a conseguenze.Avrete senza dubbio un sistema di controlli molto rigido?

Su circa 670 persone complessive, un centinaio lavorano al controllo qualità. Ma non servono buoni controllori ed i controlli non saranno mai sufficienti. Chi lavora sulla linea sarà sempre più esperto di chi controlla. Avrai qualità solo quando il personale della produzione saprà cosa significa lavorare in qualità e sicurezza. Sono cambi culturali necessari. Senza dubbio c’è chi controlla, ma se c’è un problema è il primo della linea che deve fermarsi ed adoperarsi per risolverlo.

Il personale è perlopiù composto da chimici e biologi? Qual è lo skill culturale?

Negli ultimi anni è molto cambiato, con una presenza importante di laureati con laurea breve. Certamente in chimica, soprattutto in biologia e in particolare in ingegneria gestionale. In produzione abbiamo o periti chimici o persone con laurea breve non strettamente legata alla parte dei cicli produttivi, alcuni anche con una specializzazione in sicurezza ambientale. Nel laboratorio abbiamo laureati in chimica, biologia e microbiologia. Negli uffici abbiamo parecchi ingegneri, meccanici ed elettrici, ma ripeto diversi laureati in ingegneria gestionale. Questi ultimi trovano una collocazione interessante nella parte del project management.

Quali rapporti con le università?

Con la Sapienza e con l’università Federico II di Napoli. Nella fase pre-covid abbiamo organizzato incontri con gli atenei per presentare l’azienda e per cercare di far conoscere le opportunità di percorso. Siamo, ormai da qualche anno, presenti nei master organizzati da La Sapienza in tecnica farmaceutica. Devo dire che la Federico II di Napoli vive un momento felice da un punto di vista di innovazione e ricerca. Hanno un campus meraviglioso, ottimi progetti sulle biotecnologie, con un centro proprio vicino all’ospedale.

 

Roma e il Lazio verso il 2030 dopo il Covid-19

Roma e il Lazio verso il 2030 dopo il Covid-19

Roma e il Lazio: l’ultimo treno per una politica manageriale per la  città e la regione. Federmanager ha una grande responsabilità al riguardo, come vettore per reindirizzare le decisioni della politica nazionale e locale verso il buon senso

Dopo che la situazione economica e produttiva del Paese è degenerata a causa dell’epidemia di Covid-19 mi è sembrato quasi che la ricerca promossa da Federmanager Roma sulle prospettive di Roma Capitale per i prossimi dieci anni – effettuata in collaborazione con l’Università La Sapienza – abbia avuto qualcosa di profetico, quasi come fosse stata una sorta di ultimo avvertimento, fatto sull’orlo del precipizio, alla politica di ricominciare a fare il proprio dovere a favore della produzione industriale. Presentata nel corso del convegno del 6 febbraio u.s., con una numerosa e qualificata partecipazione e una vasta eco di stampa, la ricerca promossa da Federmanager Roma ha offerto alle riflessioni degli esperti e delle istituzioni l’analisi qualitativa e soprattutto quantitativa delle tendenze in atto nell’area metropolitana di Roma nei principali settori di pubblico interesse: demografia, sanità, edilizia scolastica, fabbisogno abitativo, economia e mobilità.

L’elemento emerso con maggior forza dalla cruda evidenza dei numeri e dai commenti delle personalità presenti è stato l’enorme deficit di programmazione in forza del quale tutti i settori sono risultati da decenni governati da ogni corrente partitica con una politica debole “alla giornata”, sempre all’inseguimento della congiuntura elettorale del momento.

Ai primi di marzo – soltanto trenta giorni dopo il convegno – il Paese intero è stato travolto dall’emergenza Covid e ogni residua velleità di programmazione è stata temporaneamente spazzata via dalla politica emergenziale. Oggi, con il rallentamento estivo dell’epidemia, vale forse la pena di fare un primo “punto nave” su cosa può avere significato questo flagello rispetto alla precedente situazione fotografata dalla ricerca promossa da Federmanager Roma.Per prima cosa dobbiamo chiederci se la fase emergenziale sia già archiviata nei flutti della storia ovvero se sia destinata a ritornare. La risposta è relativamente semplice. La “spagnola” nel 1918 ebbe, dopo il primo picco di marzo e aprile, un secondo picco molto forte a partire dalla prima decade di settembre. Facendo professione di buon senso possiamo quindi dire che, alla fine del mese di ottobre, potremo essere reclusi in un nuovo lockdown ovvero ritrovarci con la gioia di essere definitivamente fuori dal problema. Per questo mi permetto di dire che avere oggi annunciato una generalizzata riapertura delle scuole per settembre appare molto più come una presa di posizione politica, legata alla volontà di assecondare il generalizzato desiderio di normalità, che non un embrione di programmazione, considerato che – certamente – l’eventuale malaugurata ripresa dei contagi porterebbe a rinnegare questa “programmazione apparente” nel giro di ventiquattro ore.

Ma, se anche non saremo “fuori dal tunnel” in autunno, certamente lo saremo nell’estate del 2021. Dunque vogliamo provare a chiederci quale sarà la nuova base di partenza rispetto alla situazione del febbraio 2020? In cosa saranno cambiate le necessità per il tessuto industriale della nostra regione? E cosa potrà fare Federmanager Roma sul piano della proposta politica, della ricerca e della comunicazione per contribuire in modo positivo?

Fonte Wikipedia, autore: rotolandoversosud

Innanzitutto ci sono alcuni aspetti certi che vale la pena di enumerare come base di ragionamento. Il PIL del Paese sarà inferiore del 10% circa e il debito pubblico sarà passato dal 130% circa del PIL al 160% o più probabilmente al 170% del PIL. Se, al netto del patto di stabilità europeo all’epoca vigente, qualcuno a febbraio 2020 avesse detto che si poteva aumentare il deficit fino a questo punto tutti gli avrebbero dato unanimemente del matto. Mentre invece oggi è considerata ormai una cosa scontata e sembra che la principale preoccupazione di molti sia quella di non perdere la gara di velocità nell’assalto alla diligenza per spendere i soldi del nuovo deficit, derivanti dagli scostamenti di bilancio e, da ultimo, dai contributi europei (siano essi Mes o Recovery Fund). Questo è un brutto segnale sulla strada della perdurante incapacità di approfondire i problemi e programmare gli interventi. Altro dato di fatto è che la decisione politica di accedere in gran parte a fondi comunitari (anche senza entrare nel merito della polemica politica sulle condizionalità eventuali) significa che abbiamo comprato denaro a tassi buoni ma che gli interessi andranno a favore degli investitori del mercato, mentre se fossero stati gli stessi italiani a comprare il loro debito tramite dei buoni del tesoro, gli interessi (pochi o tanti che fossero) sarebbero in ogni caso andati a favore degli italiani stessi.

Ultimo elemento da considerare per comprendere la struttura del nostro debito è quello della differenza tra i contributi europei “in prestito” e quelli “a fondo perduto”. La differenza è in realtà in gran parte apparente. Infatti parlare di contributi a fondo perduto relativi a Bond emessi dall’Unione Europea significa dire che tali Bond saranno onorati in proporzione dai vari Paesi dell’Unione e, pertanto, la eventuale quota effettivamente “a fondo perduto” sarà solo il delta tra quanto effettivamente ricevuto dall’Italia e quanto a nostro carico quale contributo alla restituzione e remunerazione del capitale dei predetti Bond.

Ultimo tema è quello dei contraccolpi occupazionali che ci troveremo ad affrontare, con un Paese gravato da una montagna di debiti e debole per la riduzione del PIL, con la fine dei provvedimenti emergenziali di cautela, primo tra tutti lo sblocco dei licenziamenti.

Davanti a questo scenario la mia prima riflessione è che, probabilmente, quanto emerso a febbraio scorso nella ricerca sulle prospettive della nostra regione con l’indagine promossa da Federmanager Roma è ancora pienamente valido e, anzi, ogni valutazione negativa sugli effetti della mancanza di programmazione è ancora più fortemente vera e ogni preoccupazione – che all’epoca era grave – sulle carenze e sugli scoordinamenti, adesso diventa drammatica. In pratica credo che le esigenze rimangano le stesse ma decuplicate come minimo. In controtendenza la politica sembra diventare, se possibile, di giorno in giorno ancora più debole. Pare quasi che – sia a livello nazionale che a livello locale – non ci sia più un periodo “di governo” tra un’elezione e l’altra e che ci si trovi in un continuo stato di “campagna elettorale”. E questa campagna elettorale permanente appare, di giorno in giorno, sempre più basata su slogan che inseguono l’ultimo “umore”, a sua volta provocato dall’ennesima campagna di stampa. Come se la realtà fattuale fosse stata sostituita da una sorta di verità mediatica che si autogenera all’interno di una continua battaglia comunicativa. Con questi sistemi si possono forse vincere delle elezioni, ma non si possono certamente produrre beni e servizi. Affermo che se la situazione di lavoro delle imprese e dei servizi ai cittadini era molto difficile a febbraio adesso è quasi fuori controlloIo credo che i corpi intermedi come Federmanager abbiano, come tutti gli organismi di democrazia rappresentativa, una grande responsabilità al riguardo. Una responsabilità che io cerco di vedere sempre in positivo, come vettore per reindirizzare le decisioni della politica nazionale e locale verso il buon senso, la produzione industriale e la ripresa.

Credo che il lavoro iniziato con il Convegno di febbraio sulle prospettive di Roma Capitale verso il 2030 adesso sia ancora più importante di prima. Ritengo che dobbiamo prontamente aggiornarlo in maniera scientifica e, subito dopo, avviare immediatamente le conseguenti iniziative di seminari di approfondimento in collaborazione tra manager e ricercatori scientifici sui vari filoni relativi alla produzione e ai servizi ai cittadini che possano fornire un arsenale di idee e di buone pratiche da suggerire molto insistentemente alla politica, per indurla e, in qualche modo, quasi indirizzarla a fare il proprio dovere in termini di programmazione. Dovere purtroppo disatteso da decenni.

In un’azienda i piani di sviluppo sono sempre pluriennali e non esiste cambiamento di management o di azionista che possa portare ad una gestione frammentaria e scoordinata. Gli economisti accademici concordano naturalmente con questa visione. Possibile che non riusciamo ad indurre nei nostri politici un sufficiente senso di responsabilità per contenere le oscillazioni più superficialmente ondivaghe dell’opinione pubblica e mantenere la barra del timone su una rotta almeno minimamente coerente? Io penso che sia possibile.

Una grande alleanza tra le istituzioni accademiche e i corpi intermedi che riuniscono le imprese e i manager come nel nostro caso di Federmanager può riuscire in questa impresa. Per questo auspico che, già in autunno se tutto andrà bene o – al più tardi – nella prossima primavera, riprenda la strada che avevamo intrapreso a febbraio per fare in modo che, dopo un decennio di sostanziale recessione, noi manager riusciamo a rilanciare il Paese in un decennio di crescita in modo che nel 2030 possiamo guardarci indietro e dire con orgoglio che abbiamo fatto un buon lavoro. In fondo questo è quello che conta nel lavoro. I soldi e gli incarichi altisonanti passano, mentre l’orgoglio di avere fatto un buon lavoro rimane per sempre.

 

Patto per lo Sviluppo

Patto per lo Sviluppo

Il punto della situazione sulla ricostruzione dei Comuni colpiti dal Terremoto del Centro-Italia

Lo scorso 1° marzo, su iniziativa della Regione Lazio, si è tenuto a Rieti presso l’Ufficio Speciale per la Ricostruzione (USR), un incontro di confronto sullo stato delle attività in essere e le prospettive future del “Patto per la Ricostruzione e la crescita economica dei Comuni colpiti dal terremoto” del 24 agosto 2016. Al tavolo di monitoraggio coordinato dalla Regione erano presenti l’assessore lavoro e nuovi diritti, politiche per la ricostruzione Claudio di Berardino; l’assessore lavori pubblici e tutela del territorio, mobilità, Mauro Alessandri; il direttore dell’USR Ing. Wanda D’Ercole; il presidente di LazioInnova Paolo Orneli; i rappresentanti delle istituzioni tra i quali i sindaci di Amatrice, Accumoli, il vice sindaco di Rieti e numerose associazioni di categoria del territorio, tra le quali Federmanager Roma, Unindustria, Federlazio, Confcommercio.

Il rapporto presentato contiene dati molto interessanti che ci aiutano a comprendere meglio lo stato dell’arte della ricostruzione. L’importo complessivamente finanziato per opere pubbliche è pari a 271 milioni di euro, 270 interventi totali di cui 150, 141 opere pubbliche e 9 scuole, con Regione Lazio come soggetto attuatore. Sul totale di 150 interventi dell’USR finanziati per circa 163 milioni di euro, le procedure avviate sono state 47, di cui 23 dissesti, 2 opere di urbanizzazione, 13 opere pubbliche e 9 scuole.Patto per lo sviluppoAlcuni dati sulla ricostruzione privata. Per quanto riguarda i danni lievi il numero di istanze pervenute è di 510 e rappresenta il 21% del totale di istanze potenziali (2.379) calcolato sulla base dei danni lievi accertati. Per quanto riguarda i danni gravi il numero di istanze pervenute è di 124 e rappresenta il 2% del totale di istanze potenziali 6.245, calcolato sulla base dei danni gravi accertati.

I contributi concessi per delocalizzazioni attività produttive, danni lievi edifici privati, danni gravi attività produttive, traslochi e depositi, danni gravi abitazioni, sono circa 53 milioni di euro; i contributi effettivamente erogati sono circa 16 milioni di euro.Per quanto riguarda la rimozione delle macerie sono state rimosse circa 800.000 tonnellate, corrispondenti al 95% per Amatrice centro, 80% per le frazioni di Amatrice, 80% per Accumoli, 90% per le frazioni di Accumoli. Sono iniziati i lavori per la messa in sicurezza e lo smontaggio controllato degli edifici vincolati dal MIBAC; l’attività messa in campo dalle unità del Genio dell’Esercito Italiano si è conclusa il 1° marzo 2019.

I principali investimenti per l’accessibilità del territorio, eseguiti o in fase di esecuzione, hanno riguardato interventi di ASTRAL, per la competenza regionale, ANAS per quella nazionale. Per il sostegno agli investimenti produttivi sono state presentate 327 domande, investimenti proposti 54,2 milioni di euro, contributi richiesti 27,6 milioni di euro. Interventi per il lavoro – misure di sostegno al reddito ex art. 45 D.L. 189/2016 – lavoratori subordinati risorse stanziate 20,6 milioni di euro; lavoratori autonomi risorse stanziate 26,1 milioni di euro.