Anagni

Catalent di Anagni: il vaccino come premio alla professionalità

Catalent di Anagni: il vaccino come premio alla professionalità

La Catalent di Anagni sarà l’azienda chiamata ad infialare il vaccino per la cura al coronavirus. Il general manager Barbara Sambuco ci ha raccontato con orgoglio come si è arrivati a questa enorme opportunità, le difficoltà nel passaggio da Bristol-Myers Squibb ed una storia imprenditoriale fatta di impegno, passione e grandi capacità manageriali

Federmanager Roma, con il presidente Giacomo Gargano, il responsabile della comunicazione Armando Bianchi ed il responsabile della delegazione di Frosinone Pietropaolo Dionisi, ha visitato lo stabilimento Catalent di Anagni ed ha incontrato il suo general manager Barbara Sambuco. L’azienda, che ha rilevato a gennaio 2020 lo storico stabilimento Bristol-Myers Squibb, in virtù di un accordo con AstraZeneca si occuperà nei prossimi mesi di infialare il vaccino per la cura del coronavirus, con una capacità che arriverà a 50 milioni di dosi al mese. Un lieto fine, culmine di una sofferta storia imprenditoriale, per uno stabilimento che ha rappresentato e rappresenterà un punto di riferimento ed un orgoglio per il Lazio e la provincia di Frosinone.

L’obiettivo fondamentale di Federmanager Roma è di promuovere le attività imprenditoriali e manageriali. La nostra strategia comunicativa intende diffondere e far conoscere le eccellenze della nostra regione. Catalent è senza dubbio un esempio di eccellenza imprenditoriale e manageriale e per questo ci interessava illustrare, nel migliore modo possibile, la vostra attività. Tutto ciò è coinciso in un particolare momento della vita del nostro Paese, seppure la vostra professionalità va oltre il Covid.

Parlando di vaccino è bene ricordare che, almeno in questa fase, non ci occupiamo della parte di sviluppo. Come gruppo Catalent siamo partiti da pochissimo tempo, a gennaio con il passaggio da Squibb Bristol-Myers.

Barbara Sambuco, general manager del sito
produttivo Catalent di Anagni

Il nostro stabilimento nasce nel 1966 come Squibb, acquisito poi da Bristol-Myers, con la fusione dei due gruppi alla fine degli anni ’90 e con un salto epocale all’inizio del 2000, diventando lo stabilimento di punta per il lancio dei nuovi prodotti per più di 70 mercati esteri. Da allora è cambiata la struttura, da 200 persone siamo arrivati alle 700 di oggi. Una storia di crescita e di successo.

Nel 2017 Bristol-Myers cambia completamente strategia relativamente al portfolio prodotti. Uno stabilimento come questo ha bisogno di volumi, se mancano non si sostiene. All’epoca eravamo ad un bivio: ridurre sostanzialmente l’organico o cercare un nuovo acquirente. Un’esperienza per nulla semplice. Chi vive la ricerca di un acquirente sul mercato lo fa con angoscia, sono stati anni di profonda sofferenza. Ho messo passione e cuore per fare arrivare all’intero stabilimento ogni informazione relativa alla vendita. Un percorso che ci ha portato, a novembre 2018, a poter comunicare a tutti la decisione. Parlo di una “battaglia” personale con la difficoltà di far capire, a chi non vive la realtà dello stabilimento, che era l’unico modo, coinvolgendo sindacati e lavoratori, per riuscire ad avere un passaggio più indolore possibile verso qualsiasi tipo di destino, uno dei quali poteva anche essere, se un acquirente non ci fosse stato, la chiusura. Non è stato facile parlare a persone in lacrime che qui avevano trascorso gran parte della loro vita lavorativa. Per questo territorio Bristol-Myers Squibb ha rappresentato un faro nella notte.

Giacomo Gargano, Presidente Federmanager Roma; Veronica Vita HR Business Partner e responsabile Relazioni Industriali dello stabilimento Catalent di Anagni

Come si arriva quindi a Catalent?

Noi avevamo cominciato a lavorare, già dall’anno precedente, ad un progetto che portava alla valorizzazione del brand dello stabilimento, ma come capitale umano, non come marchio esposto all’esterno. Abbiamo condotto questo lavoro con un filosofo coinvolgendo tutti: operatori di linea, analisti, personale degli uffici e dirigenti. Lo scopo era quello di valorizzare le potenzialità presenti all’interno dello stabilimento a livello di capitale umano. Ognuno si è sentito parte della vendita, testimone attivo in tutte le due-diligence passate, con le rappresentanze sindacali informate quotidianamente. Un percorso vissuto insieme che, quando ci ha visti arrivare alla fine e all’annuncio dell’acquisizione di Catalent, ci ha fatto tirare un sospiro di sollievo.Per anni si è sentito parlare di stabilimenti che fanno produzione conto terzi pensando ai sottoscala. La paura era quella: non comprendere cosa significasse andare a lavorare per chi faceva produzione conto terzi. L’esempio che ho condiviso è stato: fino a che sei a casa ed hai papà e mamma che ti sostengono con la paghetta, il piatto di minestra c’è, senza ambire a molto di più. Questa era la nostra vita in Bristol-Myers Squibb. Nel momento in cui passi ad una realtà come Catalent è come se te ne andassi di casa, hai il tuo gruzzolo e decidi di spenderlo come vuoi. Se sei bravo e lo gestisci bene alla fine del mese riesci a farti anche il viaggio, se lo gestisci male non viaggi e mangi meno a pranzo. Le persone hanno compreso il significato di lavorare in una realtà diversa, dove l’efficienza era qualcosa che davi all’azienda ma che ti sarebbe tornato in tasca.

 Quanto è importante per Catalent e per chi vi lavora essere parte nella produzione di un vaccino contro il Covid-19?

Con il lockdown si è aperta un’enorme opportunità che ci rende fieri: un progetto per la produzione del vaccino in grado di liberarci da questa drammatica condizione. Chi lavora con noi conosce bene il significato di ciò che facciamo. Una scatola che esce da qui può salvare una vita, pensiamo ai prodotti oncologici, e se non arriva una persona non avrà continuità di cura. Con il vaccino non c’è stato bisogno di spiegare, per tutti è chiaro quanto questo virus ha rivoluzionato le nostre vite. Come nelle favole a lieto fine credo che questo stabilimento se lo sia meritato. Sono stati anni sofferti e difficili.Senza voler entrare in argomenti che comprendo di grande riservatezza. Assistiamo ad un dibattito su quando questi vaccini saranno pronti. Essendo stati voi aggiudicatari siete a conoscenza di quando vi saranno forniti? Certamente dovrete in qualche modo programmare e rivoluzionare le vostre linee di produzione, anche guardando ai volumi di cui si parla. Avete una prospettiva temporale? Qualcuno parla di fine anno, altri di 2021 inoltrato. Voi avete un qualche orizzonte temporale?

Noi ce lo abbiamo, anche in riferimento a quanto detto da AstraZeneca in interviste pubbliche. Non svelo nessun segreto che loro non abbiano già dichiarato. Noi abbiamo avuto una grossa opportunità. Nel passaggio da Bristol-Myers a Catalent avevamo due linee nuove in isotecnia per produzioni sterili, dove non abbiamo trasferito i prodotti maturi di Bristol-Myers. Questo è stato un accordo che Catalent ha concluso con Bristol-Myers prima del passaggio. Devo dire che Bristol si è comportata in maniera eccelsa, nel senso che poteva tenere il punto e decidere di mettere i suoi prodotti maturi sulle linee nuove che aveva costruito, spendendo negli ultimi anni una cifra vicina ai 50 milioni di Euro. Due suites completamente nuove per la produzione di farmaci sterili allo stato dell’arte da un punto di vista tecnologico.

Con Catalent si è deciso un upgrade delle aree esistenti, in maniera tale che, anche da un punto di vista di compliance e di regulations, fossero allo stato dell’arte di quanto richiesto. Quando abbiamo firmato l’accordo con AstraZeneca avevamo la grossa fortuna di avere due linee stato dell’arte libere, che potevano garantire, complessivamente, una produzione di 5 milioni di flaconi su base mensile. Normalmente per questi vaccini ogni flacone ha dieci dosi, quindi stiamo parlando di 50 milioni di dosi mensili.Non abbiamo dovuto fare investimenti, perché le linee c’erano. Abbiamo solo assunto personale, circa 100 persone a partire da luglio, in due aree specifiche che abbiamo dovuto rafforzare: il personale di produzione e manutenzione e tutte le funzioni a supporto come qualità, ingegneria o chi si occupa del trasferimento dei nuovi prodotti. Sono linee che lavoreranno sette giorni a settimana a tre turni giornalieri, ventiquattro ore su ventiquattro.

Da quando partiremo? AstraZeneca sta facendo una corsa disperata con tutti, quindi non solo per il prodotto finito ma anche per la materia prima. Ha attivato diversi nodi nel mondo, a livello di logistica e di supply chain. Adesso si tratta di vedere qual è il primo di questi nodi in grado di produrre per noi. Uno dei nodi che hanno attivato è uno stabilimento che produce la materia prima all’interno di Catalent, negli Stati Uniti, e potrebbe essere quello che arriverà per primo.

Noi tra fine di ottobre ed inizi di novembre dovremmo ricevere la materia prima. La linea è già stata qualificata. In questi giorni stiamo procedendo con il test “media fill”, per simulare il processo asettico. Questo è l’ultimo step prima di partire. (n.d.r. il primo dicembre la dottoressa Sambuco ci aggiornava, informandoci dell’avvio della produzione del vaccino AstraZeneca). 

Ovviamente tutto è in mano all’EMA, che ha avviato la revisione degli studi clinici che AstraZeneca ha cominciato a sottoporle. Sono partiti con il “rolling review”, cioè un’analisi prima che gli studi si completino, che terminerà tra fine ottobre ed inizio novembre. Si viaggia in parallelo. Ugualmente con l’AIFA (Agenzia Italiana del farmaco) che ci è stata a fianco dall’inizio, mostrandosi ben cosciente dell’urgenza. L’EMA avrà l’AIFA come riferimento, quindi stanno rivedendo la documentazione mano a mano che viene prodotta, in modo tale da essere pronti quando partiremo con la produzione ed intervenire in corso d’opera qualora qualcosa non tornasse. È un lavoro di squadra a tutti i livelli per riuscire ad avere il prodotto per l’inizio del prossimo anno. Ovviamente deve essere analizzato, sono richiesti test biologici abbastanza lunghi e dunque non è possibile pensare a meno di un mese da quando si produce a quando si rilascia. Ma ragionevolmente, a meno di ritardi particolari o problemi da parte dell’EMA, con l’inizio del prossimo anno saremo in grado di distribuire il vaccino sul mercato.

A tal proposito, avete rapporti con il Ministero della Sanità riguardo a previste priorità?

Come ci ha raccontato il ministro Speranza nella sua visita allo stabilimento e come detto ai giornali: l’Italia, come altri governi, ha firmato accordi per un certo numero di dosi entro il 2020 e nel 2021. In base a questi accordi AstraZeneca distribuirà. Questi i termini dell’accordo che loro hanno preso direttamente con AstraZeneca, mentre noi siamo solo dei vettori, non abbiamo alcun tipo di funzione. Noi non sappiamo nemmeno, ad oggi, quale sarà la distribuzione che loro decideranno di fare e con quali priorità.

Sarà poi la politica a determinare queste priorità?

AstraZeneca attuerà lo smistamento nei diversi centri di distribuzione indipendentemente da noi, né so qual è la logica che applicheranno. Posso dire che, appena avremo la materia prima disponibile, dalla linea usciranno 5 milioni di vials al mese, che sono 50 milioni di dosi. Una quantità già sufficiente a vaccinare la popolazione italiana. Ci sarà poi da organizzare la distribuzione negli altri Paesi europei e credo che il nostro governo abbia già preso accordi con questi e con l’OMS. Ripeto comunque che sono aspetti rispetto ai quali restiamo fuori.

Credo che Catalent ponga grande attenzione al problema relativo al personale e che sia necessario il massimo dello scrupolo nella scelta delle professionalità? 

Abbiamo la fortuna che, nello stock built per uscire da Bristol-Myers, loro avevano voluto aumentare la produzione per coprire il periodo di transizione. Nell’ultimo semestre del 2019 abbiamo prodotto molto di più di quelli che erano i volumi tradizionali. Questo ha fatto sì che l’organico dello stabilimento, nella parte finale dell’anno, aumentasse in maniera importante, con risorse di personale che già da tempo erano con noi con contratti temporanei fino a 36 mesi. Avevamo dunque un numero importante di persone qualificate.

A luglio abbiamo ripreso i nostri registri ed abbiamo richiamato tutti quelli che avevano lavorato con noi e che, non solo erano formati, ma sapevamo essere i migliori. È stata una grande soddisfazione vederli rientrare praticamente tutti, anche se lavoravano, addirittura alcuni con contratti a tempo determinato, con altre aziende. È per me motivo di enorme soddisfazione sentire i ragazzi che mi parlano del clima familiare trovato qui dentro. Per ogni nuova assunzione, io, insieme al responsabile delle risorse umane, incontriamo chi arriva, dando un assaggio di quella che è la nostra cultura. Tutto ciò è un sintomo che quel seme piantato ha dato frutti. È uno stabilimento che ha sempre dimostrato che chi è dentro tiene a quanto fa. Certo, abbiamo anche dato seguito a tutta una serie di provvedimenti disciplinari in maniera costante e coerente. Il buonismo non paga, le regole devono essere definite, le persone devono conoscere il perimetro entro il quale si devono muovere. Quindi totale trasparenza e chiarezza, ma nel momento in cui la regola non viene rispettata si va incontro a conseguenze.Avrete senza dubbio un sistema di controlli molto rigido?

Su circa 670 persone complessive, un centinaio lavorano al controllo qualità. Ma non servono buoni controllori ed i controlli non saranno mai sufficienti. Chi lavora sulla linea sarà sempre più esperto di chi controlla. Avrai qualità solo quando il personale della produzione saprà cosa significa lavorare in qualità e sicurezza. Sono cambi culturali necessari. Senza dubbio c’è chi controlla, ma se c’è un problema è il primo della linea che deve fermarsi ed adoperarsi per risolverlo.

Il personale è perlopiù composto da chimici e biologi? Qual è lo skill culturale?

Negli ultimi anni è molto cambiato, con una presenza importante di laureati con laurea breve. Certamente in chimica, soprattutto in biologia e in particolare in ingegneria gestionale. In produzione abbiamo o periti chimici o persone con laurea breve non strettamente legata alla parte dei cicli produttivi, alcuni anche con una specializzazione in sicurezza ambientale. Nel laboratorio abbiamo laureati in chimica, biologia e microbiologia. Negli uffici abbiamo parecchi ingegneri, meccanici ed elettrici, ma ripeto diversi laureati in ingegneria gestionale. Questi ultimi trovano una collocazione interessante nella parte del project management.

Quali rapporti con le università?

Con la Sapienza e con l’università Federico II di Napoli. Nella fase pre-covid abbiamo organizzato incontri con gli atenei per presentare l’azienda e per cercare di far conoscere le opportunità di percorso. Siamo, ormai da qualche anno, presenti nei master organizzati da La Sapienza in tecnica farmaceutica. Devo dire che la Federico II di Napoli vive un momento felice da un punto di vista di innovazione e ricerca. Hanno un campus meraviglioso, ottimi progetti sulle biotecnologie, con un centro proprio vicino all’ospedale.