Dall’entusiasmo iniziale alla diffidenza: il rapporto dell’opinione pubblica con il mondo big tech è nel corso degli anni profondamente cambiato. Tra privatizzazione del Web, potere dei dati, geopolitica e impatti ambientali, emerge evidente tutta l’ambivalenza della rivoluzione digitale.
Il clima è cambiato. Non parliamo del clima in senso meteorologico – che pure è innegabilmente cambiato – ma del “sentiment” dell’opinione pubblica verso i campioni del big tech, le loro invenzioni e le loro imprese, un tempo non lontano narrate in chiave quasi epica e oggi osservate con sospetto quando non con ostentata ostilità.
Eppure, al principio il barometro tendeva al bello, a cominciare dai luoghi dove cominciava la rivoluzione: la California che per una intera generazione di boomers (non a caso i più assidui frequentatori di Facebook) era sinonimo di libertà e anticonformismo; fu forse questo il primo misunderstanding.
La rivoluzione si presentava democratica; si trattava di rendere il web disponibile a chiunque, consentire liberamente l’accesso a informazioni e conoscenze prima riservate a pochi privilegiati e nella quantità bastante al momento, saltando le mediazioni di specialisti e professoroni, di condividere piattaforme di comunicazione su scala mondiale.
In un suo libro – “The Game” – Alessandro Baricco, a proposito del Web, riporta la convinzione, condivisa all’epoca dai più, che la smaterializzazione della realtà avrebbe “limitato il contatto con la realtà fisica, per rendere più fluido, più pulito e più gradevole il rapporto col mondo, con le cose, con le persone” (A. Baricco, The Game, ed. Einaudi 2018).
In questa prima fase le promesse sembrarono mantenute e le nuove tecnologie, e i loro alfieri, sembrarono essere davvero le avanguardie di un mondo migliore e le loro invenzioni strumenti utili anche per cambiamenti politici (ovviamente verso il “bene”), si pensi al ruolo attribuito ai social nelle cosiddette “primavere arabe” che aprirono speranze di democrazia in luogo dei regimi autoritari del nord Africa e Medio Oriente.
Ai più attenti il caso della Cambridge Analytica cominciò a far sorgere qualche interrogativo: milioni di informazioni raccolte senza permesso fra gli utenti di Facebook e utilizzate per il targeting politico e per influenzare le elezioni inglesi. Il barometro virò al cattivo tempo.
Da allora è stato un susseguirsi di scoperte spiacevoli: la scoperta del valore economico dei dati acquisiti massicciamente e gratuitamente dalle big tech e usati a scopi pubblicitari o di orientamento politico e sorveglianza, i danni collaterali soprattutto per le generazioni più giovani dell’abuso dei social, il potere esercitato dagli algoritmi nel filtrare le notizie in relazione agli orientamenti dei singoli utenti, le ricadute non sempre positive sul mercato del lavoro e altre ancora.
Ma tutto questo in fondo è ancora nella normalità dell’introduzione di una nuova tecnologia: sempre ci sono vincitori e vinti, sempre bisogna attendersi, insieme ai benefici, dei costi immancabili.
Il vero tradimento delle speranze originarie è stata l’appropriazione e la spartizione del Web da parte delle grandi imprese big tech; quella rete (il Web) che doveva essere libera a disposizione della umanità è diventata un insieme di recinti all’ingresso dei quali i detentori delle chiavi di accesso ai gates impongono balzelli per chi voglia accedere e si appropriano dei dati forniti dalle attività (il lavoro) degli utenti.
L’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis ha paragonato la privatizzazione di fatto del Web avvenuta in questi anni, alla “chiusura dei campi comuni” (enclosures) in Inghilterra nel XVIII secolo, che dette avvio alla accumulazione dei capitali in seguito utilizzati nella prima rivoluzione industriale. (Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo, ed. La nave di Teseo 2023).
Anche oggi gli enormi profitti generati dal controllo del Web vengono utilizzati dalle big tech per guidare (in chiave profittevole e oligopolistica) la nuova rivoluzione della IA, naturale prosecuzione ed evoluzione della rivoluzione digitale degli ultimi decenni.
Un altro aspetto del tradimento consumato è l’abbandono della logica mondialista che aveva segnato l’inizio dell’era di internet. Uno degli aspetti più apprezzati delle imprese tech era la loro sostanziale transnazionalità e il fatto di essere, di fatto, gli strumenti principali della globalizzazione non solo delle merci ma anche delle idee.
Oggi invece assistiamo alla regionalizzazione del tech che tende a caratterizzarsi soprattutto per la sua appartenenza a un sistema geopolitico (principalmente America e Cina, restando l’Europa di fatto assente), diventando esso stesso fattore di competizione anche in chiave bellica, operando anche sul versante cognitivo della popolazione al fine di condizionarne l’orientamento e il consenso politico.
Ma questo cambiamento nell’opinione pubblica è da mettersi in relazione anche con un altro aspetto del tech digitale, emerso prepotentemente negli ultimi tempi: la sua “fisicità”, cioè i suoi aspetti hard inizialmente nascosti sotto il cappello della sua apparente “immaterialità”.
A dispetto della sua presunta leggerezza, il tech digitale presenta aspetti hard considerevoli: mastodontici data center e server, consumi energetici significativi, necessità di terre rare, mega fabbriche di devices che spesso sfruttano manodopera in Paesi lontani.
Da questo derivano impatti ambientali, sociali e geopolitici non molto diversi da quelli tradizionalmente derivanti dalla industria manifatturiera.
Abbiamo ormai perso l’iniziale innocenza rispetto al tech digitale che non significa rigettarlo in toto ma piuttosto coglierne l’intrinseca ambivalenza non diversa da quella delle tecnologie che l’hanno preceduto.




