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Le prospettive di Roma Capitale

Le prospettive di Roma Capitale

Le Prospettive di Roma Capitale alla luce delle tendenze in atto, è lo studio presentato da Federmanager Roma in collaborazione con il Dipartimento Coris (Comunicazione e Ricerca Sociale) dell’Università La Sapienza di Roma

(L’evento raccontato è precedente al DPCM del 4 marzo 2020 e le relative misure contro l’epidemia Covid-19)

Lo studio è stato presentato a Roma lo scorso 6 febbraio, presso la Facoltà di Sociologia e Scienze della Comunicazione dell’Università La Sapienza, con l’intervento di Giacomo Gargano, Presidente di Federmanager Roma; Stefano Cuzzilla, Presidente Federmanager e Antonello Biagini, Rettore Unitelma. La relazione dello studio è stata svolta da Armando Bianchi, consigliere Federmanager Roma e coordinatore del Gruppo di lavoro composto dalle dottoresse Laura Casaldi, del Dipartimento Comunicazione e Ricerca Sociale dell’Università La Sapienza di Roma, e Francesca Greco, esperta in metodi di ricerca per analisi socio-economiche presso l’Università La Sapienza di Roma.
Il convegno si è articolato in due momenti: Presentazione dei risultati e Tavola rotonda di commento coordinata da Andrea Bassi editorialista de Il Messaggero. La tavola rotonda ha visto la partecipazione di: Paolo Conti, editorialista del Corriere della Sera; Giancarlo Loquenzi, RAI Radio 1 conduttore di Zapping; Orazio Carpenzano, Ordinario di Progettazione Architettonica e Urbana dell’Università La Sapienza di Roma; Giuseppe Ricotta, Professore Associato di Sociologia Generale, Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche dell’Università La Sapienza di Roma; Romano Benini, Docente di Politiche ed Istituzioni del mercato del lavoro dell’Università La Sapienza di Roma. A chiudere i lavori Mario Morcellini, Consigliere alla Comunicazione e Portavoce del Rettore dell’Università La Sapienza di Roma.

Le difficoltà in cui versa Roma sono una evidenza con cui si confronta quotidianamente chi vive nella città. Ma le problematiche della Capitale non vanno ricercate solo nella inefficienza dei servizi di base, ma derivano da una arretratezza culturale e strutturale che si è andata consolidando negli anni.

Un deficit culturale nella governance che si caratterizza in una mancanza di programmazione.

Giacomo Gargano, Presidente Federmanager Roma, nel suo saluto iniziale ha sottolineato come, l’organizzazione che presiede “mette competenze manageriali a disposizione di tutti coloro che vogliono finalmente offrire nuove ipotesi concettuali sui temi che affliggono da anni la nostra Capitale e il territorio circostante”.

Roma nonostante il rango di Capitale manca di Visione e Progettualità, vive di contingente e scelte di breve periodo. I problemi vengono inseguiti e non anticipati con linee di azione continue e coerenti. Il confronto con la realtà di altre grandi città nel mondo (con oltre 1.5 milioni di abitanti) è scoraggiante: Roma risulta, quasi sempre, nelle ultime posizioni delle diverse graduatorie di performance. Se guardiamo alle capitali europee rileviamo che tutte si muovono secondo indirizzi urbanisti costruiti su scenari di sviluppo demografico, sociale ed infrastrutturale. È il caso di London Infrastructure Plan 2050, Grand Paris, Amsterdam 2040 che include un piano di sviluppo dell’aeroporto Schiphol, Symbio City di Stoccolma e Berlin 2030.

La Capitale soffre da anni di uno stallo progettuale che determina una crescente difficoltà gestionale con conseguente caduta nella qualità della vita e deterioramento dell’immagine.

I contenuti dello studio

Nel recente passato il mondo imprenditoriale ed alcune istituzioni hanno realizzato studi e progetti tesi a sensibilizzare le istituzioni di governo alle problematiche della Capitale. A partire dal 2008 il progetto Millennium (coordinato dal prof. Antonio Marzano) formulò uno scenario al 2020 che aveva come primo obbiettivo quello di sostenere l’immagine di Roma nel tentativo di assegnazione dei giochi olimpici. A seguire ricordiamo gli studi di Unidustria (un business plan realizzato con la collaborazione dello studio Ambrosetti) ed il significativo sforzo della Camera di Commercio di Roma con un lavoro coordinato dal prof. Domenico De Masi.

In questo contesto si inserisce l’iniziativa di Federmanager Roma con l’Università La Sapienza di Roma. L’aggiornamento attuale rappresenta un approfondimento ed un ampliamento del lavoro del 2011 sempre di Federmanager Roma.

Armando Bianchi, consigliere Federmanager Roma e coordinatore del gruppo di lavoro composto dalle dottoresse Laura Casaldi e Francesca Greco, ha illustrato al pubblico lo studio

Lo studio attuale presenta tre punti significativamente caratterizzanti:

1) L’accento sul ruolo determinante per il futuro della Capitale del suo stesso hinterland. L’area metropolitana va vista e programmata nella sua globalità.

2) La dequalificazione progressiva del tessuto economico.

3) La necessità urgente di una riorganizzazione giuridico normativa che ridefinisca attribuzioni competenze e responsabilità, dirimendo lo stato di confusione tra competenze del Campidoglio, dell’ex provincia, della regione ed in fine dello stesso Stato.

Bianchi, in apertura della sua relazione, ha voluto sottolineare la specificità della ricerca rispetto alle precedenti iniziative di indagine sulle condizioni di Roma: “c’è sempre stata una scarsa attenzione al tema demografico. Noi, al contrario, abbiamo accentuato l’attenzione sui problemi dello sviluppo della popolazione, intesa non soltanto come sviluppo quantitativo, ma alla sua distribuzione territoriale. Uno dei problemi che ha inchiodato lo sviluppo di Roma è il guardare la città solo come Capitale. In realtà Roma vive in un contesto più ampio rappresentato dal suo hinterland. In questa prospettiva anche la normativa giuridica ha complicato la vita della realtà territoriale. E’ stata riconosciuta l’‘area metropolitana’ di Roma, con tutta una serie di pseudo attribuzioni giuridiche mai chiarite fino in fondo, accentuando un certo tipo di conflittualità con la regione ed arrivando ad un impasse giuridico e amministrativo. Le competenze si frammentano senza riuscire a definire il responsabile finale delle decisioni”.

Lo studio ha voluto porre l’accento sul fatto che una serie di problemi operativi della capitale, ancorché legati ad una cattiva giurisdizione che non fa chiarezza, sono da attribuire alla presenza di un hinterland, forte numericamente come abitanti, che è privo di sue strutture autonome e che finisce per congestionare la realtà di Roma Capitale: “Roma si compone di 120 comuni, di questi 51 hanno meno di 3.000 abitanti, 7 centri hanno più di 50.000 abitanti. Tutto questo è stato determinato da uno sviluppo poco programmato, dalla creazione di Roma Capitale in poi c’è stato uno sviluppo demografico convulso e senza nessuna regola. Insediamenti urbani privi di servizi sostanziali. Questo determina una inevitabile necessità di confluire su Roma in modo irrazionale”.

Guardando all’aspetto quantitativo della popolazione, dallo studio emerge che, al 2030, è prevista una crescita di non più di 300.000 abitanti, un aumento ascrivibile soprattutto all’avvento della popolazione straniera che passerà da 556.000 a 643.000. Il peso dell’hinterland si attesterà su una percentuale del 33% rispetto all’area metropolitana. Bianchi ha voluto poi sottolineare un aspetto grave: “La componente che da un punto di vista demografico preoccupa molto è il rapporto tra nati vivi e morti purtroppo negativo. Negli ultimi anni questa curva si è accentuata in un modo spaventoso. Noi siamo passati da un valore tra 130-140 di 15 anni fa a 77 di oggi. Abbiamo più gente che muore di quanta ne nasca, con un elevato tasso di invecchiamento della popolazione, superiore alla media italiana”.

Le prospettive di Roma Capitale

Il Presidente di Ferdermanager Roma Giacomo Gargano ed il Presidente di Federmanager Stefano Cuzzilla

Questa evoluzione demografica ha ovviamente conseguenze in più ambiti. Partendo dalla sanità, permane una disparità tra Roma capoluogo (4,9 posti letto per 1000 abitanti) e l’hinterland (2 posti letto per 1000 abitanti). Nell’intera area la media è di 3,9 posti letto per 1000 abitanti. Al 2030, per un riequilibrio, la disponibilità dovrebbe attestarsi a 3.250 posti letto per Roma e 5.000 nell’hinterland.

Parlando di mobilità, si calcola un aumento dagli attuali 7,4 milioni di spostamenti al giorno a 9 milioni nel 2030. Con un aumento degli ingressi al giorno da 700.000 a 850.000. Oggi il 75% degli spostamenti avviene tramite mezzi privati. Preoccupazione ha espresso Bianchi: “Capite bene che se già oggi siamo congestionati, non è difficile prevedere la paralisi della città

Edilizia abitativa e scolastica sono entrambi fenomeni che risentono di scarse problematiche in prospettiva. Negli anni passati le costruzioni sono cresciute ad un tasso superiore all’incremento della popolazione e, soprattutto, delle famiglie. In declino l’indice di affollamento da 0,82 nel 1981 al 0,57 nel 2011. Il patrimonio abitativo, attualmente, è costituito da abitazioni di 4 vani. Al 2030 si stima un fabbisogno aggiuntivo di 1.7 milioni di vani (435.000 abitazioni) (36.000 abitazioni/anno). La popolazione in età scolare oggi è composta da 652.600 unità. Oggi gli alunni iscritti risultano attuali 554.500 (15% i non iscritti) che, si prevede, passeranno a 630.000 nel 2030. L’indice di affollamento attuale è di 21 allievi per aula. Con lo stesso standard si presenta la necessità, al 2030, di disporre di 3.200 aule aggiuntive. L’incremento maggiore si registrerà nelle classi per l’infanzia e nel primo ciclo (elementari).

Il Vicepresidente di Federmanager Roma Gherardo Zei

Ciò che invece realmente deve preoccupare è la struttura economica della Capitale. Ci sono circa 700 grandi aziende, una metà pubbliche e le altre private, che da sole sommano il 43% dell’occupazione. Il punto è che il 96% delle imprese conta meno di 9 addetti. Il loro numero cresce (+15%) e anche gli occupati (+10%), ma la produttività continua a calare: il valore aggiunto dal 2007 al 2016 è sceso da 87.700 Euro per addetto a 74.400. Questo significa che la struttura produttiva è caratterizzata da micro-imprese che operano nei servizi ausiliari al turismo, come bed and breakfast e ristoranti, dunque un’economia povera. Secondo i dati emersi, al 2030 sarebbe necessario produrre un valore aggiunto pari a 166 milioni e spingere la produttività verso quota 80.300 Euro.

 La tavola rotonda

I dati emersi dall’illustrazione dello studio hanno animato la successiva tavola rotonda. Il dibattito è stato aperto dall’editorialista del Corriere della Sera Paolo Conti, il quale ha amaramente sottolineato come “L’ultima stagione di Roma in cui c’è stata una capacità ideativa e progettuale degna di questo nome, dopo le olimpiadi del 1960, è stato l’Anno Santo del 2000”, esattamente venti anni fa. Proseguendo ha aggiunto: “Roma, come detto dal Presidente Gargano, ha delle potenzialità, ma non si può non sottolineare che la politica cittadina in questi anni si è caratterizzata per una sostanziale posizione asfittica nei confronti del futuro. Una pecca è che oggi, presentando questo studio, non ci sia nemmeno un interlocutore politico della giunta che possa dare contezza di aver recepito quanto emerso. La cosa urgente da fare è proprio quella di sensibilizzare la classe politica in tutte le sue declinazioni: Parlamento e politica locale, per rendersi conto della massima urgenza nella quale ci troviamo. Se non usciamo da questo impasse Roma è destinata alla deriva”.

Nell’immagine, da destra, il moderatore della giornata, il giornalista Andrea Bassi de Il Messaggero; Giancarlo Loquenzi, RAI Radio 1 conduttore di Zapping; Paolo Conti, editorialista del Corriere della Sera

Secondo Giancarlo Gaudenzi, conduttore di Zapping su Radio 1 Rai, per Roma “serve un’idea di futuro, di specializzazione, un’idea che ci permetta di competere. Bisogna capire che cosa vogliamo che sia questa città, quindi darle un orizzonte di progetto, di prospettiva: un grande museo a cielo aperto oppure una città che faccia da raccordo tra il mondo della cultura e della società della conoscenza. Le grandi città del mondo non possono essere tutto, c’è un grande processo di specializzazione e chi non lo segue perde qualsiasi connessione, esce fuori dalla rete delle grandi capitali. È importante che le nostre classi dirigenti capiscano su che cosa vogliono che Roma si specializzi. Serve un’idea di futuro, di specializzazione, un’idea che ci permetta di competere.”.

Passando al mondo accademico, ha preso la parola Orazio Carpenzano, Ordinario di Progettazione Architettonica e Urbana dell’Università La Sapienza di Roma, anch’egli con un richiamo forte alla politica italiana: completamente indifferente di fronte agli studi contemporanei in Europa che guardano al fenomeno urbano e sociale ed aprono a futuri processi di cambiamento. “La politica è una dimensione alta della struttura cognitiva e dello spirito di una nazione, che si incarna in una serie di capacità: la prima è quella di leggere la realtà, la seconda è quella di darne una valutazione interpretativa, la terza è quella di dare forma al giudizio in termini di prospettive e problemi. In questo momento la politica è assente da tutti e tre questi ruoli”. Ha aggiunto Carpenzano: “Può una città come Roma astenersi dall’elaborare una propria visone futura e porre in essere gli obiettivi che oggi sono al centro dell’agenda urbana internazionale? Io credo di no. Anche perché, e lo dico fuori da ogni retorica, Roma ha tutte le componenti: ambientali, strutturali e geografiche, penso al mare, al bosco, le aree verdi e il fiume, senza dimenticare il patrimonio culturale che è l’universale concreto di tutta la cultura occidentale. Roma è la città delle città, è la città in cui è scritto il dna di tutte le città”.

Nell’immagine, da destra: Orazio Carpenzano, Ordinario di Progettazione Architettonica e Urbana dell’Università La Sapienza di Roma; Romano Benini, Docente di Politiche ed Istituzioni del mercato del lavoro dell’Università La Sapienza di Roma; Giuseppe Ricotta, Professore Associato di Sociologia Generale, Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche dell’Università La Sapienza di Roma

Giuseppe Ricotta, Professore Associato di Sociologia Generale, Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche dell’Università La Sapienza di Roma, ha voluto portare all’attenzione del pubblico il concetto di “diritto alla città”: “Il problema di Roma riguarda in realtà molte grandi città, anche quelle che sono meglio gestite. Ha a che fare con il fallimento di una promessa che è inscritta nelle città occidentali, nella modernizzazione occidentale. Il sogno europeo della modernità che ci appartiene, come civiltà e anche come fede nel progresso, è quello di tenere insieme sviluppo, modernizzazione, velocizzazione della modernizzazione, ma anche inclusione. La mobilità allora diventa importante perché fa inclusione: se io riesco a muovermi facilmente dall’hinterland, dalle periferie fuori del raccordo anulare, questo crea connettività ed anche possibilità di inclusività. La stessa inclusività che si creerebbe qualora fosse possibile avere una città di persone se non uguali almeno simili. So bene che c’è una differenza tra vivere ai Parioli o a Vigne Nuove, però l’aspettativa di una città e il sogno della modernizzazione porta a dire: posso abitare a Vigne Nuove, avere una capacità di spesa minore, ma questo non deve impedirmi di avere accesso a dei servizi. Ancor più se vivo fuori Roma. Quando dico servizi mi riferisco ad accesso allo sport, alla salute, agli spazi verdi, alla cultura e a tanto altro. È una scommessa che riguarda tutte le grandi città che sono la sintesi della nostra società globale, che invece di far diminuire la centralità urbana l’ha fatta esplodere”.

A chiudere gli interventi della tavola rotonda è stato Romano Benini, Docente di Politiche ed Istituzioni del mercato del lavoro dell’Università La Sapienza di Roma. Partendo dal dato della ricerca che segna un aumento dell’occupazione e del numero delle imprese, con una drastica diminuzione della capacità di determinare valore aggiunto, secondo Benini ciò si deve ad una mancanza di “cultura manageriale, che significa lavorare per obiettivi ed organizzarsi per realizzarli. Il tema dell’efficienza, della valutazione e della verifica dei risultati è una delle componenti di qualsiasi tipo di managerialità, sia nel sistema pubblico che in quello privato. Roma vive delle sue condizioni di rendita in quanto capitale”. prosegue Benini: “il sistema delle rendite ha intorpidito Roma, oggi non è più in grado di garantire una vita dignitosa a 4 milioni e 600 mila abitanti. La capacità di creare valore aggiunto non è adeguata ai bisogni e alle volontà di raggiungere una condizione di benessere che queste persone hanno. Si arriva alla conclusione che è la capacità di governo che latita. Roma è una città piena di politici ma che non fa politica. Il punto è che si torni a governare i fenomeni, le dinamiche ed i processi economico e sociali, perché questo, in una città come Roma, può liberare energie”.

Tirando le conclusioni della ricca e stimolante giornata di studio, Mario Morcellini, Consigliere alla Comunicazione e Portavoce del Rettore dell’Università La Sapienza di Roma, ha ribadito la necessità di un progetto di cambiamento per la città, che non sia soltanto legato alle elezioni, ma che coinvolga anche da un punto di vista intellettuale ed emozionale: “la crisi di Roma è anche una crisi di motivazione delle classi dirigenti che non hanno saputo amarla fino in fondo”. Occorre però dare seguito alle proposte e La Sapienza si farà portatrice dell’esigenza di un tavolo di continuità: “i convegni muoiono se non gli date continuità, diventano una mattinata stimolante e nulla più. So di avere con me Federmanager. Il marchio di qualità è di guardare Roma con sapienza, facendo in modo che giornate come questa rappresentino uno stimolo a far sì che Roma diventi una Capitale migliore”.

Le scelte consapevoli premiano sempre

Le scelte consapevoli premiano sempre

Le Summer School rappresentano un valido aiuto agli studenti e alle loro famiglie per la scelta della facoltà universitaria. L’università Luiss di Roma, prima a portare questo metodo in Italia, da dieci anni propone Summer School, distinte per fasce di età e tematiche, rivolte a studenti delle Superiori e da quest’anno anche delle scuole medie

Le scelte consapevoli premiano sempre. La scelta universitaria è un momento critico per qualunque studente e per la sua famiglia. Un tema che diventa ineludibile durante l’ultimo anno di  istruzione Superiore ma che in realtà bisognerebbe iniziare ad affrontare almeno da due o tre anni prima.

La scelta si compone di due parti: cosa fare e dove farlo. La logica ci dice che il cosa va scelto prima del dove anche se alcuni (non gli studenti ma i genitori) ritengono di doverla invertire (mio figlio andrà alla XXX). In realtà prima si decide quale corso di laurea si vuole frequentare e poi si sceglie l’università più adatta per quello specifico corso di laurea. Ogni difetto in questo processo aumenta il rischio che lo studente si trovi a scegliere, per semplice inesperienza e insufficiente informazione, un corso di studi che gli risulterà sgradito, e a quel punto, anche se fosse nella migliore università del mondo, sorgerebbero problemi: studi rallentati, voti bassi, sino alla decisione di cambiare corso di laurea perdendo così un anno.

Concentriamoci quindi sul cosa.
Scegliere con criterio il corso di laurea più in linea con le proprie attitudini non è mai facile, soprattutto ora che le alternative sono tantissime. Rispetto al passato esiste anche una certa sovrabbondanza informativa tipica del web che rende i ragazzi più confusi che informati. Il compito di consigliare e guidare nelle scelte spetta in parte ai loro professori che sono quelli che meglio ne conoscono le attitudini a scuola e, a volte, anche le reali ambizioni. Esiste una grande variabilità nella coscienziosità ed attitudine con cui i docenti svolgono questo ruolo aggiuntivo a quello dell’insegnamento, per cui servono anche delle integrazioni che non devono essere solo di ulteriore natura informativa (open day, saloni dell’orientamento) ma esperienziale.

Un aiuto importante in questo senso può essere offerto dalle summer school di orientamento proposte da diverse università. Si tratta di percorsi estivi, di solito della durata di una o due settimane, rivolti a studenti delle scuole Superiori, in cui si affrontano direttamente le lezioni universitarie, un po’ semplificate, nelle tematiche di possibile interesse e si può vivere un’esperienza insieme a un centinaio di coetanei provenienti da tutta Italia, in modo da poter sperimentare concretamente sia le materie che il mondo universitario e decidere il futuro con consapevolezza.

L’università Luiss di Roma è stata la prima a portare questo metodo in Italia su larga scala e da dieci anni propone una serie di Summer School, diverse per fasce di età e tematiche, rivolte a studenti delle Superiori e da quest’anno anche delle scuole medie. In questi dieci anni le Summer School LUISS sono state frequentate da oltre diecimila studenti, e le statistiche dimostrano inequivocabilmente che chi ha frequentato le summer school ha poi avuto una maggiore facilità nella corretta scelta del corso di studi.

Università, imprese e manager: un impegno comune per la formazione

Abbiamo incontrato il rettore dell’Università La Sapienza di Roma Eugenio Gaudio per parlare di formazione degli studenti verso il mondo del lavoro e di nuovi indirizzi di studio, con l’obiettivo di accrescere la competitività internazionale delle nostre imprese ed affrontare le nuove sfide in ambito regionale e nazionale

Federmanager è la federazione dei dirigenti delle aziende industriali e – da sempre – ha particolarmente a cuore la crescita delle aziende e la nascita di nuove, nella piena consapevolezza che la tutela del lavoro manageriale trova la sua migliore espressione nel prosperare della vita industriale. Ma per procedere in tale direzione è indispensabile comprendere che la crescita industriale non è possibile senza la cultura, la formazione e la ricerca scientifica. Per questo l’Università, il mondo industriale e il mondo manageriale sono tre colonne unite da un vincolo indissolubile. Un patto non scritto che, di fatto, ha consentito al nostro paese di risollevarsi nel secondo dopoguerra e di restare sulla rotta giusta nonostante tutte le tempeste. Noi di Federmanager Roma abbiamo la fortuna di avere nella Capitale la nostra Università La Sapienza, una delle più grandi e antiche università del mondo. Per quelli tra di noi che hanno qualche capello bianco, e che hanno studiato in un’epoca in cui l’offerta formativa era meno variegata di oggi, la Sapienza rimarrà sempre nel nostro cuore semplicemente come l’Università. Per capire come rinnovare e perpetuare questo patto virtuoso tra le aziende, i dirigenti industriali e la nostra Università oggi abbiamo fatto qualche domanda al Magnifico Rettore Eugenio Gaudio.

Cosa pensa della necessità di indirizzare la formazione universitaria verso il mondo del lavoro e delle imprese?

Su questo tema farei alcune distinzioni. Penso che nella globalizzazione sia sempre più indispensabile generare la massima interazione per gestire i cambiamenti, ma per raggiungere questo obiettivo servono persone flessibili e capaci di formazione continua. Il mondo del lavoro si trasforma in maniera rapida e ci richiede un nuovo approccio alla formazione che sia innovativo e antico al tempo stesso. Si tratta di far crescere e formare gli individui, gettando le basi dello sviluppo della personalità di ciascuno in maniera tale da metterlo in grado di produrre i valori indispensabili nel futuro che sono la flessibilità e la capacità di formazione continua. Per questo la maggior parte dei corsi di laurea deve avere un’impostazione e una metodologia fondate proprio su quella caratteristica di interdisciplinarità che fa a tutt’oggi della formazione universitaria italiana un’eccellenza riconosciuta all’estero, laddove i nostri laureati si confrontano con quelli degli altri atenei del mondo. Poi certamente, in casi mirati e molto ben soppesati, si possono introdurre dei corsi di laurea professionalizzanti, ma sempre senza perdere di vista la formazione della personalità generale dell’uomo, che è il valore più prezioso anche per il suo futuro professionale.

Negli anni passati sono nati molti nuovi indirizzi di studio ma non tutti sono stati orientati verso il mondo del lavoro e, in particolare, verso il mondo della produzione industriale. Quali le cose buone e quali gli errori in questo settore?

Tra le cose buone bisogna ricordare la progettazione e l’istituzione, per studenti italiani e stranieri, di nuovi corsi di laurea internazionali, molti dei quali insegnati in lingua inglese ed è giusto menzionare anche i programmi come Erasmus che fanno svolgere parte degli studi all’estero, generando esperienze di vita, oltre che didattiche e scientifiche, per gli studenti di oggi e i cittadini di domani. È stato ottimo anche l’aumento dell’interdisciplinarità dei corsi, come ad esempio nei settori dell’economia e del management, laddove, oltre ai tradizionali insegnamenti di competenze economiche, finanziarie e legali, oggi sono stati inseriti moduli di sociologia, di filosofia, di comunicazione e d’informatica. Infatti il manager moderno è sempre più un “coordinatore di persone” e deve sapere interagire e motivare con la flessibilità che richiedono i rapporti umani. Le cose “meno buone” sono state quelle della replicazione di alcuni corsi tradizionali o della trasformazione di antichi corsi in piccoli corsi triennali. Ad esempio è capitato che un corso di studi unico di quattro o cinque anni sia stato trasformato in una laurea triennale come se fosse un piccolo “bignami” del precedente iter di studi. Queste “riduzioni” se non adeguatamente progettate diventano solo una brutta copia delle lauree tradizionali. È importante, invece, che i corsi di primo ciclo siano profondamente pensati per dare basi solide e metodologiche agli studenti e i corsi magistrali siano progettati per dare un indirizzo specifico. Per arrivare poi alle attività di formazione di terzo livello, come dottorato, specializzazione e master, che dovranno coniugare questa preparazione, solida e sfaccettata, con un aggiornamento continuo e con competenze di applicazione professionale pratica. Ed è con questo sistema che si può gestire il continuo rinnovo che il mondo contemporaneo esige da noi. Infatti con la specializzazione in medicina si diventa super specialisti in un determinato settore ma è con i master che si fa quella formazione continua di aggiornamento e confronto con la pratica quotidiana che è indispensabile per essere i medici del domani.Università, imprese e manager: un impegno comune per la formazione

Quali a suo avviso sono stati i cambiamenti di successo nel riassetto degli indirizzi di studio già operati nella giusta direzione dal suo Ateneo?

Abbiamo avviato molte iniziative di successo con indirizzi di cyber security, intelligenza artificiale e robotica. Hanno uno straordinario successo i nostri corsi di ingegneria dell’informazione e ingegneria gestionale. Particolare soddisfazione ci stanno dando i corsi di scienze della moda. Questi ultimi non sono certo insegnamenti che servono a fare il sarto, ma indirizzi che mettono in condizioni di approfondire la storia, la cultura e l’arte che stanno alla base del grande fenomeno italiano della leadership nella moda, che nasce anche e soprattutto dal portato storico culturale che ognuno di noi italiani si porta dietro anche in modo inconsapevole: la scienza dei tessuti, il gusto dei disegni, la cultura sotto gli aspetti geografico, etnico e religioso. Questi sono tutti valori che entrano in gioco nella composizione di un capo d’abbigliamento. Le linee di gusto artistico vengono dagli studi delle proporzioni di Leonardo, proseguono fino ai grandi quadri del rinascimento e arrivano ai colori che hanno caratterizzato la storia dell’arte contemporanea. Quando si affrontano tutte queste tematiche con spirito scientifico ci si accorge che, per fare di un foulard un capolavoro artistico, serve tanta cultura.

Come pensa che si collochi l’Italia rispetto agli altri paesi del mondo su questo tema del rapporto tra università e lavoro e, eventualmente, da quali paesi avremmo qualcosa da imparare e perché?

Io penso che l’Italia si trovi collocata molto bene e non lo dico per la posizione che ricopro ma per quello che vedo quando vado all’estero e constato la grande capacità degli italiani di interagire nelle professioni a tutti i livelli. La cultura, le basi metodologiche, storiche e scientifiche della formazione italiana, ci portano dappertutto ad adattarci all’ambiente e ad avere rapporti buoni e storie di indiscutibile successo. Quello che dobbiamo migliorare è la relazione tra università e imprese e, per farlo, dobbiamo fare uno sforzo da tutte e due le parti. Le imprese non devono pensare che l’università sia la struttura che gli prepara i dipendenti per il singolo lavoro che c’è da svolgere in quel momento, l’università è fatta per formare le persone per un’intera carriera di ruoli professionali futuri in un mondo che cambia e non certo soltanto per “coprire” una necessità momentanea, perché quest’ultima sarebbe una scelta davvero miope. Quando parliamo di università parliamo di formazione e non di nozionismo. Ma certamente da parte dell’università bisogna riuscire a comunicare maggiormente con il mondo dell’impresa per favorire la formazione continua e per incrementare gli stage e le collaborazioni di ricerca che renderebbero fortissimo il rapporto tra azienda e università. Abbiamo recentemente favorito la nascita di molte start up di giovani proprio per andare in questa direzione. Su tutte queste cose dobbiamo collaborare e, se posso concludere con un esempio di cosa sia un manager moderno, voglio ricordare un grande manager, Sergio Marchionne, laureato in lettere e filosofia, e quindi non un super tecnico, ma un uomo che con la sua cultura ha saputo capire a livello globale quali fossero le esigenze e ha traghettato una grande azienda in modo vantaggioso laddove sembrava impossibile.Università, imprese e manager: un impegno comune per la formazione

Federmanager Roma ha intrapreso una collaborazione con La Sapienza per lavorare insieme ad un approfondimento sugli indirizzi di sviluppo della nostra regione al 2030, con l’intento di dare vita ad un convegno sul tema e ad una serie di articoli su “Professione Dirigente”. Cosa pensa di questa iniziativa? E cosa pensa che potremmo fare di più per collaborare a questo tema su base regionale?

Sono convinto che sia una iniziativa di qualità che mette insieme l’università e una realtà importante nella capitale come Federmanager Roma. Su questo campo della collaborazione e della formazione continua dobbiamo fare moltissimo anche a livello nazionale insieme a Federmanager, perché le competenze necessarie al mondo manageriale cambiano in continuazione e si devono affrontare sempre nuovi scenari. Per il mondo del management sono sempre di più le competenze che devono essere condivise da chi governa un’impresa con gli studiosi di economia, di storia e di geografia (materia spesso sottovalutata) e la collaborazione è diventata una necessità irrinunciabile. La geografia ad esempio è diventata importantissima e purtroppo vedo che i giovani la stanno perdendo, ma senza una conoscenza geografica di tipo scientifico non si capisce il mondo globalizzato. Nella stessa direzione abbiamo inaugurato da poco il più grande centro linguistico delle università italiane. Un luogo di studio dove si possono approfondire tutti gli idiomi dal sanscrito al cinese. E più che mai le lingue sono fondamentali per il manager di oggi.

Alcune idee potrebbero essere quelle di invitare Manager ad esporre casi industriali di successo agli studenti. Ovvero invitare esponenti di Federmanager a raccontare agli universitari le luci e le ombre della vita dei Manager nel mondo del lavoro. Oppure invitare studenti e professori della Sapienza presso il nostro Auditorium di Federmanager per raccontarci come si stanno formando i giovani per farli entrare nel nostro mondo di lavoro e attivare un proficuo dibattito al riguardo. Cosa ne pensa?

Assolutamente sono convinto che il blended Learning sia una modalità importantissima. Quindi è ottimo sia portare all’interno della formazione universitaria l’esperienza sul campo, per dare una visione della teoria coniugata con la mutevolezza della pratica e sia portare il mondo accademico a conoscere meglio la vita delle imprese. Seminari, lezioni con scambi reciproci saranno la modalità migliore. Un mezzo potente in questa direzione per i manager più impegnati è oggi il mezzo telematico. Nel nostro ateneo abbiamo l’università telematica Unitelma Sapienza che, senza sostituire gli incontri diretti che sono sempre importanti, mette tuttavia a disposizione la possibilità di avere dei moduli online che si possono sfruttare anche nei ritagli di tempo, per esempio nei fine settimana, su cui aggiornarsi sulle novità introdotte da nuove normative, come ad esempio sulla privacy o riguardo alla sicurezza sul lavoro. Si tratta di un sistema misto, presenza personale più lavoro online, il quale, con tutte le verifiche del caso, offre ai manager molte opportunità di aggiornamento.

I manager del Lazio come tutti gli altri manager del Paese sono sottoposti ad una grande pressione per sostenere sfide della globalizzazione che ci impone di competere con esportazioni di grandissima qualità visto che raramente, nonostante siamo campioni di automazione, possiamo competere con i prezzi a causa dell’altissima pressione fiscale del paese e del basso livello dei servizi. Cosa pensa che potremmo fare tutti insieme, imprese manager e università, per spingere la politica ad aiutarci a liberare la nostra forza di ricerca e di produzione da questi vincoli che la soffocano?

Penso che i due pilastri su cui si può appoggiare il Paese per un rilancio industriale sono la cultura scientifica e il mondo manageriale. Il primo obiettivo comune deve essere quello di un aumento del numero di laureati. Oggi l’Italia è uno dei fanalini di coda in questo campo, con un numero di laureati nei giovani di età tra i trentadue e i trentaquattro anni inferiore al 25% della popolazione, mentre i paesi con cui ci confrontiamo sono molto più avanti, la Francia e la Germania sono vicini al 40% e la Gran Bretagna supera addirittura il 40%. Noi italiani dobbiamo raggiungere assolutamente l’obiettivo europeo del 40%, perché oggi ci troviamo nella scomoda situazione di avere una prima fascia professionale di assoluta qualità mondiale, come abbiamo detto prima, e poi una fascia sottostante che è decisamente meno qualitativa e la cui media di istruzione ci situa al di sotto degli altri paesi nostri concorrenti. Questa crescita culturale media ci aiuterebbe a mantenere i giovani salvaguardati dalle sirene dell’assistenzialismo e dalle illusorie lusinghe della criminalità, che ancora oggi purtroppo infesta il Paese. Un’alleanza tra i manager e l’università, con la formazione e la ricerca come pilastri, è proprio la spinta culturale che serve per uscire da queste secche e rilanciare la nostra Italia per le sue doti di cultura, innovazione e qualità che sono motivi per cui siamo apprezzati nel mondo.