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infermieri

AAA cercansi medici e infermieri

AAA cercansi medici e infermieri

Per allinearsi al livello di altri Paesi europei di riferimento, in Italia mancano all’appello 30.000 medici e 250.000 infermieri. A fare il conto è il 18° Rapporto Sanità del Crea (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità) dell’Università di Roma Tor Vergata. Quello della carenza di personale è un problema globale: si stima che nel mondo manchino 15 milioni di medici. Ma in Italia risalire alle cause del problema è piuttosto lineare.

Per anni il blocco del turnover ha impedito le assunzioni in sanità. Chi andava in pensione, quindi, non veniva sostituito, riducendo progressivamente il numero di medici e professionisti sanitari. Poi, una volta sbloccato il turnover, è stato introdotto un tetto alla spesa per il personale sanitario, che non poteva superare quanto speso nel 2004 meno l’1,4%. Negli anni la percentuale è stata lievemente rivista, ma ad oggi le risorse aziendali per assumere personale e gratificarlo sono limitate, ancorate a livelli oramai anacronistici.

Ma in molti casi, pur avendo budget disponibile, risulta complicato trovare professionisti da assumere. Per diverso tempo infatti il numero di medici e infermieri da formare è stato programmato in maniera sbagliata rispetto ai fabbisogni del Servizio sanitario nazionale. Per quanto riguarda i medici, ad esempio, i posti nelle scuole di specializzazione e nei corsi di medicina generale, che è necessario frequentare per lavorare in ospedale o sul territorio, erano insufficienti sia rispetto al numero di laureati sia rispetto al fabbisogno di personale.

Con la conseguenza che da una parte molti giovani medici sono rimasti bloccati per anni nel cosiddetto “imbuto formativo”, non potendo completare la formazione dopo aver conseguito la laurea né accedere al SSN, e dall’altra i medici che andavano in pensione non venivano sostituiti.

Dal 2020 il numero di borse di specializzazione è stato notevolmente incrementato, risolvendo dunque il problema dell’imbuto formativo e offrendo, per ciascun laureato in Medicina, la possibilità di specializzarsi, sebbene alcune branche, come ad esempio Medicina d’Emergenza-Urgenza, vengano scelte da pochissimi giovani medici. Ma i corsi di specializzazione durano 4 o 5 anni, dunque occorrerà attendere il 2025 per poter avere a disposizione una platea di specialisti più ampia di quella attuale.

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Nel frattempo, la carenza di personale è ogni giorno più grave. Agli errori di programmazione si è aggiunta infatti anche la fuga di personale dalla sanità pubblica: turni massacranti, retribuzioni non competitive e scarse prospettive di carriera spingono sempre più professionisti a cercare lavoro all’estero o nel settore privato.

Per poter colmare le carenze allora le Aziende e le Regioni stanno cercando le soluzioni più disparate:

si richiamano i medici in pensione; si cercano medici all’estero (ha fatto scalpore, la scorsa estate, l’intenzione della Calabria di assumere 500 medici cubani); si spostano nei reparti più in difficoltà, come i Pronto soccorso, medici con specializzazioni diverse, mettendo fortemente a rischio la sicurezza delle cure, riducendo notevolmente la qualità dell’assistenza fornita ai pazienti e svuotando i reparti cui appartengono i medici spostati, con la conseguenza di allungare ulteriormente le già infinite liste d’attesa; infine, si ricorre sempre più spesso a cooperative e medici a gettone.

Quest’ultimo è un fenomeno relativamente recente: gli ospedali, non potendo superare il tetto di spesa per il personale, attingono risorse dalla voce di bilancio “beni e servizi” per esternalizzare la copertura dei turni in ospedale, affidandoli a soggetti privati. I medici che aderiscono alle cooperative, quindi, lavorano a chiamata (spesso anche in reparti diversi dalla propria specializzazione), guadagnano anche il triplo dei dipendenti e decidono autonomamente quante ore lavorare. Non stupisce, allora, che molti professionisti siano spinti a dimettersi per lavorare come gettonisti.

Dinanzi ad una carenza di personale tanto grave, giunge da più parti la richiesta di eliminare il numero chiuso nelle facoltà di medicina. Ma questa non può essere una soluzione al problema: ogni anno in media si iscrivono al test di Medicina 65.000 ragazzi.

Se tutti potessero iscriversi, sarebbe non solo impossibile garantire una formazione di qualità, specialmente nei corsi che prevedono esercitazioni pratiche; ma senza un simultaneo incremento delle borse di specializzazione e del fabbisogno di personale nel Servizio Sanitario Nazionale si ricreerebbe un imbuto formativo prima e lavorativo poi che è contrario agli interessi sia degli aspiranti medici che del Paese. Le modalità di accesso a Medicina allora possono essere senz’altro migliorate, ma il mantenimento di un numero programmato di iscritti è essenziale per la sostenibilità del sistema.

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