economia circolare

L’importanza di Energy manager per le PMI

Nel mese di Gennaio 2020, 4.Manager ha avviato il progetto “Smart Energy per PMI”. Un laboratorio di politiche attive del lavoro che mira al reinserimento di figure manageriali con adeguate competenze, potenziando le capacità decisionali delle PMI nel campo della efficienza energetica, innovazione tecnologica e rivisitazione dei processi

Sono trascorsi quattro anni da quando, alcuni consiglieri di Federmanager Roma, in particolare dirigenti Eni ed Enel, si sono dedicati ad avviare iniziative tese a migliorare la cultura e sensibilità dei manager e delle aziende ai temi della sostenibilità ambientale ed efficienza energetica con corsi di formazione, work shop e convegni.

Il progetto “Smart Energy per PMI” ha avuto il sostegno e la condivisione di Unindustria ed il completo finanziamento da parte di 4.Manager, Associazione costituita da Confindustria e Federmanager, creata specificamente per accompagnare imprese e manager nell’evoluzione 4.0, attraverso la progettazione e realizzazione di iniziative ad alto valore aggiunto che possano rispondere ai fabbisogni emergenti per la crescita complessiva dei manager industriali e delle imprese del settore.

Le PMI sono uno dei pilastri fondamentali del panorama imprenditoriale italiano. Infatti le PMI italiane impiegano l’82% dei lavoratori in Italia, una quota che supera la media europea, e rappresentano il 92% delle imprese attive del territorio.

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Secondo recenti stime della Banca Dati del Sole 24 Ore si contano più di 5,3 milioni di PMI che generano un’occupazione di circa 16 milioni di persone e un fatturato complessivo di 2 mila miliardi di euro.

La Regione Lazio con 475 mila imprese è la seconda dopo la Lombardia per la più alta densità di PMI.

L’impatto economico delle PMI non può peraltro essere valutato considerando semplicemente il loro coinvolgimento diretto, ma va letto in chiave di filiera; infatti le PMI italiane fanno ormai parte di catene del valore complesse e globali, contribuendo alla formazione dei loro vantaggi competitivi attraverso soluzioni flessibili e diversificate.Una recente indagine svolta da Infocamere su richiesta di Federmanager Roma ha evidenziato come nei settori più energivori quali il metalmeccanico, ceramico e cartario, meno di una PMI su quattro possiede al proprio interno una figura manageriale. Questa mancanza, dovuta soprattutto al carattere famigliare di queste aziende, si ripercuote con evidenti segni all’interno delle strategie di medio e lungo periodo dell’impresa. La mancanza di una guida manageriale, che abbia una know-how trasversale e possibilmente maturato anche in altre realtà settoriali ed internazionali, rallenta un percorso di crescita di queste aziende, che viceversa potrebbero ancor più affermarsi sul panorama italiano ed internazionale.

La sostenibilità di una impresa e la sua competitività sul mercato dipendono dalla innovazione e dalle strategie di gestione aziendale nonché dall’organizzazione dei processi industriali con la logistica connessa e dagli sviluppi commerciali e dei servizi.

Inoltre in Italia vi è una forte necessità di ridurre i costi di produzione energetici che sono più alti rispetto gli altri paesi europei e tale condizione è ancora più onerosa per le PMI.

Le incentivazioni per l’Industria 4.0 e l’applicazione di un percorso di risparmio energetico rappresentano l’opportunità per valutare ed avviare iniziative tese a migliorare le performance energetiche, ambientali, della tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, dell’utilizzo di risorse e di una economia circolare. Tale processo di innovazione di modello organizzativo, se correttamente realizzato potrà consentire nel medio lungo periodo di migliorare i risultati economici ed il valore della azienda.

Foto di Armin Rimoldi da Pexels

L’importanza, pertanto, di potenziare le figure manageriali con specifici skill professionali che svolgano un’adeguata copertura delle sopraggiunte necessità di evoluzione del settore industriale, ha determinato in Federmanager Roma la scelta di avviare, negli ultimi tre anni, dei corsi di formazione “Energy Manager” ai quali hanno partecipato circa 70 manager che possano rispondere alle possibili richieste delle PMI.

Il progetto pilota “Smart Energy per PMI” si realizza attraverso l’inserimento di cinque manager con adeguata expertise tecnica presso quattro PMI pilota, selezionate da Unindustria in base alle loro potenzialità di referenti degli specifici settori industriali di appartenenza; in particolare:

  • Una azienda ceramica nella provincia di Viterbo;
  • Una azienda cartaria nella provincia di Frosinone;
  • Una azienda di telecomunicazioni nella provincia di Roma;
  • Una azienda di servizi energetici nella provincia di Roma.

 

I manager in questione svilupperanno il completo piano di rewamping dell’intero processo aziendale (produttivo, logistico, servizi e commerciale) per le singole aziende e saranno assistiti da un Gruppo di Lavoro composto da Federmanager Roma, Unindustria, Infocamere, Ecoman, Dipartimento di Meccanica ed Energetica della Federico II di Napoli. La gestione operativa ed amministrativa del progetto è seguita dalla Società Ecoman – Ecological Management, spin-off universitario, la quale attualmente sta provvedendo alla individuazione e selezione dei Temporary Manager inoccupati o esodati iscritti a Federmanager da poter inserire per tutto il periodo di durata del progetto presso le imprese pilota della Regione Lazio.

In sintesi gli obiettivi che “Smart Energy per PMI” si prefigge di realizzare sono:

  • la creazione di opportunità di inserimento per i Manager presso le aziende;
  • l’ampliamento della cultura manageriale nelle PMI, anche attraverso lo strumento del Temporary Manager, per la realizzazione di progetti legati alla innovazione supportati dai finanziamenti pubblici disponibili (es. Voucher per l’innovazione);
  • la comprensione e valutazione delle tecnologie per la circolarità e Material Flows Analysis attraverso una innovazione dei processi produttivi;
  • la digitalizzazione delle PMI, anche attraverso i finanziamenti destinati all’Industria 4.0;
  • la possibilità di esportare i benefici realizzati dal Progetto presso altre aziende similari del territorio e di altre regioni;
  • un risparmio dei costi energetici che possono stimarsi in un intervallo dal 5 al 20%, ipotizzando la integrazione e diversificazione dell’approvvigionamento ed utilizzo di sottoprodotti e di residui industriali (economia circolare) in funzione delle diverse tipologie di aziende e vetustà degli impianti;
  • la realizzazione di linee guida che potranno essere un valido strumento per le PMI nella analisi della efficienza energetica del processo produttivo, della logistica e sviluppo commerciale e dei servizi indicando i vari possibili interventi di miglioramento per i diversi distretti industriali in un’ottica di Green economy, economia circolare, sviluppo sostenibile.
  • La durata del Progetto è fissata in sette mesi.
  • Federmanager ha nominato responsabile del Progetto l’Ing. Salvatore Senese.

Alla conclusione del progetto Federmanager, unitamente ad Unindustria ed Infocamere, organizzerà un Convegno di presentazione dei risultati ed obiettivi raggiunti con il coinvolgimento delle aziende dei settori interessati e le associazioni di categoria.

 

Cercando l’ultima goccia

Cercando l’ultima goccia: “Dovevo mettere in movimento una macchina complessa fatta di uomini, mezzi e organizzazione con l’obiettivo di eliminare qualsiasi dispersione dell’olio usato nell’ambiente”

“Gli enti e le aziende consumano oli minerali, hanno l’obbligo di raccogliere, conservare e destinare alla rigenerazione gli oli minerali usati”. Sembra una norma scritta oggi, ma risale in realtà al 1940. Proprio allora, in piena autarchia e ad appena un mese dall’entrata in guerra, il nostro Paese compiva il primo passo – certamente non legato a un interesse per l’ambiente – di un percorso che lo ha portato a risultati di eccellenza nel recupero di un rifiuto pericoloso come l’olio minerale usato.

Un rifiuto che conosciamo come proveniente dal lubrificante per i motori, ma che è in realtà presente in una molteplicità di prodotti, dai circuiti idraulici a quelli di raffreddamento di macchinari e dispositivi elettrici ed elettronici. Un rifiuto certamente pericoloso se consideriamo che un solo chilogrammo di olio minerale usato può inquinare una superficie di mille metri quadrati.

Intrecciando autobiografia e analisi dello scenario economico-industriale, “Cercando l’ultima goccia” di Paolo Tomasi, edito da Edizioni Ambiente, ricostruisce, attraverso la testimonianza del suo Presidente, le vicende del consorzio CONOU e restituisce una storia imprenditoriale di difficoltà e successi, in un mercato – quello della valorizzazione degli oli minerali – sempre più orientato verso la sostenibilità.

Il tutto, nell’ambito di un modello di economia circolare che consente oggi di produrre risorse attraverso un processo industriale di raccolta e rigenerazione di un rifiuto pericoloso. Con benefici evidenti per l’economia del Paese e la qualità dell’ambiente: “Abbiamo dovuto cercare di spiegare molto agli altri, di portare le persone sulla nostra strada” sottolinea Tomasi, del resto, “perché utilizzare materia prima, che peraltro è finita, quando abbiamo a disposizione delle risorse da riciclare?”.

Proprio CONOU, secondo il rapporto di sostenibilità 20 8 dell’ente, redatto secondo lo standard internazionale GRI, ha annunciato di aver raggiunto il primato europeo “circolarità 100%“, per cui le 187.000 tonnellate di olio raccolte e avviate a rigenerazione (+2,7% rispetto al 2017) hanno dato il via a una produzione di 123.000 tonnellate di basi rigenerate e 42.000 tonnellate di altri prodotti. Cioè in sostanza il 1 00% del raccoglibile, un risultato “che non ha pari in Europa” e vale per CONOU il primato di esserci riusciti per primi nel continente.

L’AUTORE
Paolo Tomasi, laureato in ingegneria civile presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, ha maturato un’esperienza trentennale nel Gruppo ENI, in AgipPetroli quale Direttore della Logistica, della Business Unit Lubricant & Special Product e delle attività estere con la presidenza di varie Consociate (Agip Deutschland, Agip España, American Agip etc.), in Ambiente come Direttore Generale. Consigliere del Consorzio degli Oli Usati dal 1994, lo guida come Presidente dal 2003.

Un rapporto sull'economia circolare

Un rapporto sull’economia circolare

Un contributo di Federmanager per indicare alle aziende produttrici di beni e servizi la via per rilanciare il sistema produttivo italiano, cogliendo le opportunità della “transizione verde”

L’impegno di Federmanager nel settore energia prosegue con la collaborazione scientifica di AIEE (Associazione Italiana Economisti dell’Energia). Dopo i primi due studi presentati nel 2017 e a gennaio 2019, di cui vi abbiamo parlato nell’ultimo numero di questa rivista, un terzo è in via di ultimazione e sarà presentato a inizio del prossimo anno. L’appuntamento con i temi dell’energia è ormai un momento di incontro periodico con i nostri iscritti, i politici, gli industriali e il mondo scientifico. I nostri rapporti sono ormai una pubblicazione importante e attesa dai player del settore.

Il nuovo studio si occupa di economia circolare, tema quanto mai attuale, da cui anche la nostra economia può trarre dei benefici. Questa edizione risponde alla domanda che è nel titolo del Rapporto: “Può l’economia circolare contribuire al rilancio del sistema Italia?” Con l’approfondimento intrapreso nel settore dell’energia, intendiamo indicare alle aziende produttrici di beni e servizi la via per rilanciare il sistema produttivo italiano cogliendo le opportunità che la “transizione verde”, e quindi anche l’economia circolare, offre per raggiungere gli importanti obiettivi ambientali del 2030 e del 2050.

Infatti, la trasformazione dei sistemi economici in sistemi “sostenibili” in senso ambientale impone una profonda riflessione su quali siano i modelli di business da scegliere e lo studio che presenteremo a inizio 2020 indica le soluzioni migliori sotto il profilo economico e ambientale per il conseguimento degli obiettivi energetico-climatici che l’Italia si è posta.

L’impegno di Eni per una New Green Economy

Abbiamo incontrato l’ingegnere Giuseppe Ricci, Chief Officer della direzione Refining & Marketing di Eni per riflettere con lui su temi strategici quali il cambiamento climatico, competitività industriale ed economia circolare

Come si coniuga la competitività industriale con l’attenzione posta ai cambiamenti climatici?

Siamo in una fase di grande trasformazione dove i cambiamenti climatici e la transizione energetica acquistano un carattere di urgenza, anche a causa del sovrappopolamento del pianeta e della necessità di fornire accesso all’energia a tutti.

L'impegno di Eni per una New Green Economy

Giuseppe Ricci, ingegnere Chief Officer della direzione Refining & Marketing di Eni

La sfida è accentuata dalla crescita economica mondiale che sta rallentando e questo non fa che acuire le tensioni. Tutto ciò può costituire un grosso problema per le imprese, ma anche una grande opportunità per le aziende che saranno in grado di intuire e anticipare i cambiamenti e di cavalcarli con coraggio e visione strategica. Un esempio è la posizione assunta da Eni, che nell’ultimo piano strategico ha posto la decarbonizzazione del proprio business al centro delle scelte del medio e lungo periodo. Per raggiungere l’obiettivo di zero net emissions. Eni ha individuato cinque leve: l’efficienza energetica, la forestazione, le fonti rinnovabili, la ricerca nel settore della cattura intombamento e trasformazione della CO2 ed infine l’economia circolare.

Perché L’Economia circolare si configura come leva strategica di sviluppo del business?

La futura competizione, soprattutto in Europa, si giocherà sulla capacità di avere un ruolo determinante nella “new green economy” e l’economia circolare può essere una risposta efficace ad un cambiamento di paradigma che superi la logica produci, usa e getta. La ricerca della competitività nel passaggio da una economia lineare ad una circolare è un’opportunità da non perdere in un Paese come l’Italia povero di materie prime e con l’esigenza di rendere più efficiente la gestione dei rifiuti. Sicuramente è una leva per una competitività eco compatibile e lungimirante, ovvero che si proietti verso un mondo che preveda un modo diverso di utilizzare le risorse naturali, gli scarti ed ai rifiuti. Traggo qualche esempio da alcuni progetti promossi da Eni per dimostrare la fattibilità dell’economia circolare per una crescita di lungo termine. Stiamo valorizzando i nostri siti industriali attivi e brownfield come piattaforme di circolarità, attraverso la realizzazione di impianti di trasformazione di rifiuti in bio fuel, la produzione di bio lubricanti, l’avvio tra i primi dello sharing mobility; tutto ciò era ieri, oggi siamo impegnati a produrre, attraverso le nostre bioraffinerie, cariche bio in alternativa a quelle fossili e in sostituzione dell’olio di palma. Stiamo valutando l’installazione di impianti di gassificazione in grado di trasformare le plastiche miste non riciclabili e il combustibile solido urbano in idrogeno e metanolo, risolvendo il problema dello smaltimento di questi rifiuti ma soprattutto valorizzandone il contenuto chimico.

L’impegno di Eni per una New Green EconomySostengono gli esperti che l’economia circolare si basi sulla collaborazione fra comparti industriali diversi fra loro, è una desiderata o una realtà?

È una realtà e non potrebbe essere altrimenti: per attivare processi circolari è importante favorire processi sinergici riconoscendo alle competenze e alle partnership il principio basilare della circolarità, favorendo alleanze che permettano e accompagnino la conversione circolare delle filiere e dell’industria in generale. Esempio sono le partnership di Eni con Enea e CNR, ma anche con le municipalizzate ed enti come Veritas, AMA, CONOE e Utilitalia e con molte delle Regioni italiane. In merito alla simbiosi industriale Eni ha avviato progetti che hanno visto come protagoniste le diverse unità di business: un esempio virtuoso è il rinnovamento del polo industriale di Gela in cui insistono una bioraffineria, di recente inaugurazione, un impianto pilota per la produzione di bio olio ottenuto dalla frazione organica dei rifiuti urbani, un centro di competenza sulla sicurezza e numerose altre iniziative sul fronte energetico. Sull’esterno stiamo collaborando con partner per la trasformazione di rifiuti in carburanti. A tal riguardo stiamo alimentando le nostre bioraffinerie anche con gli oli esausti derivanti dalla ristorazione o di provenienza domestica; vista la carenza a livello nazionale della raccolta di olio di scarto proveniente dalle famiglie italiane abbiamo promosso la raccolta di questi oli attraverso accordi sottoscritti CONOE RenOils e diverse aziende municipalizzate, prevedendo anche il coinvolgimento dei nostri dipendenti.

Come desidera concludere questa intervista?

Il nostro Paese è nella condizione ideale per essere fra i primi ad attivare una economia circolare capace di produrre valore di lungo periodo, riducendo in modo sensibile la pressione sull’ecosistema; tutto ciò è possibile grazie alle immense competenze che consentono all’Italia di giocare un ruolo di leadership nel settore del riciclo, coinvolgendo i diversi attori e i territori, per creare sinergie lungo tutta la filiera.

CONOU, il valore di fare sistema

L’attività del CONOU, il Consorzio Nazionale per la Gestione, Raccolta e Trattamento degli Oli Minerali Usati, è uno degli esempi più virtuosi di economia circolare in Europa. L’efficacia della sua azione trae forza dall’integrazione sinergica di tutte le componenti della filiera, a partire dal segmento di raccolta

Il successo è sempre il frutto di un lavoro di squadra. Lo stesso si può dire per una grande organizzazione ambientale come il CONOU. Il Consorzio Nazionale per la Gestione, Raccolta e Trattamento degli Oli Minerali Usati. Una storia importante, partita ufficialmente nel 1984, ma legata ad un secondo dopoguerra, quando la pratica del riciclo scaturiva più dalla carenza di olio lubrificante necessario per far ripartire il Paese che dalle teorie ambientaliste. La storia del CONOU ha evidenziato, con il trascorrere degli anni e dei risultati ottenuti, la volontà di conciliare le ragioni della tutela ambientale e quelle della convenienza economica grazie alla capacità di leggere le trasformazioni culturali, sociali ed economiche del Paese e di operare scelte strategiche conseguenti.

CONOU, il valore di fare sistemaOggi il CONOU è quella che si definisce “un’eccellenza”, uno tra gli esempi più virtuosi di economia circolare che l’intera Europa può vantare. L’efficacia dell’azione del CONOU trae forza dall’integrazione sinergica di tutte le componenti della filiera, a partire dal segmento della raccolta. Nel corso del tempo l’intervento del Consorzio ha reso infatti possibile la trasformazione di piccole aziende poco strutturate in imprese con un assetto industriale in grado di operare su tutto il territorio nazionale, senza sprechi nel campo della logistica. Aziende che hanno avuto la capacità di qualificare il proprio intervento, riorganizzandosi e adeguando la propria struttura gestionale e infrastrutturale all’esigenza di un’attività di raccolta sempre più accurata e specializzata. Una progressione resa possibile anche grazie alla gestione manageriale del Consorzio.

Una filiera all’insegna dell’efficienza

Oggi i Concessionari sono in grado di affrontare il nuovo obiettivo posto con forza dal CONOU: migliorare la qualità dell’olio usato.

Una sfida che implica un’azione costante di sensibilizzazione dei produttori di lubrificanti usati affinché adottino tutte le misure necessarie a differenziare i rifiuti industriali, nel rispetto della normativa vigente e per non correre il rischio di contaminarli rendendone difficile, e in alcuni casi impossibile, la rigenerazione. Un rigore che è andato via via estendendosi a tutti gli stakeholder e che si rispecchia nel road show che il Consorzio ha pensato e realizzato insieme a Confindustria per promuovere presso le imprese il tema della qualità degli oli stoccati e raccolti. CircOILeconomy, questo il nome dell’iniziativa, ha già coinvolto alcuni dei più importanti distretti imprenditoriali del nostro Paese, da quello bresciano alla vasta area industriale afferente il polo di raffinazione di Porto Marghera, a Venezia, e che prevede di proseguire il proprio itinerario presso altre importanti aree industriali. Quello della diffusione di una corretta informazione sulla gestione degli oli minerali usati rappresenta un mandato fondante per il CONOU, tanto che il Consorzio sta pensando di integrare l’accordo raggiunto con Confindustria con altre intese simili da sottoscrivere con tutte le grandi organizzazioni di rappresentanza a cui fanno capo, ad esempio, aziende multiservizi con estese flotte di mezzi.

Un esempio a livello europeo

La vita degli oli industriali usati si prolunga, anzi si moltiplica, grazie ovviamente all’intervento dell’industria della Rigenerazione, e quella italiana ha la leadership in Europa.

Anche in questo caso si tratta di una supremazia acquisita grazie ad una lungimirante strategia che ha previsto un profondo processo di razionalizzazione della rete impiantistica nazionale, che si è concentrata sullo sviluppo di tre principali siti di raffinazione. Come per la raccolta, anche in questo caso il percorso compiuto è stato accompagnato dall’azione di sostegno del Consorzio, che ha intravisto da subito la necessità di tenere nel debito conto parametri economici e andamento dei mercati che presentavano numerose complessità. Per parte sua l’industria della Rigenerazione ha messo in campo investimenti e innovazione tecnologica che l’hanno posta in condizione di lavorare anche tipologie di lubrificanti usati che fino a non molti anni fa venivano destinate alla valorizzazione energetica attraverso la combustione o la termodistruzione. Oggi, grazie all’organizzazione del Consorzio, ben il 99% degli oli raccolti viene condotto a rigenerazione per la produzione di olio base, bitume e gasolio. Dal 1984 a oggi il CONOU ha raccolto 6 milioni di tonnellate di olio usato, avviandone a rigenerazione 5,3 milioni e consentendo così la produzione di 3 milioni di tonnellate di olio rigenerato, un’attività che ha consentito un risparmio complessivo, negli anni, di 3 miliardi di euro sulla bilancia energetica nazionale. Solo nel 2018 sono state raccolte circa 187 mila tonnellate di lubrificante usato, ancora una volta in crescita rispetto all’anno precedente. Un dato che, secondo il Groupement Européen de l’Industrie de la régénération (GEIR) rappresenta il massimo quantitativo raccoglibile in questo ambito e che colloca l’Italia ai massimi livelli europei e internazionali.