decarbonizzazione

Idrogeno per tutti

Idrogeno per tutti

Entro il 2025 l’auto a fuel cell costerà quanto quella tradizionale, offrendo la stessa autonomia e durata nel tempo. È quanto promette l’industria

Articolo di Fabio Orecchinitratto dalla rivista l’Automobile, Anno 4, Numero 34, Novembre 2019

L’obiettivo annunciato è la parità di costo rispetto alle auto tradizionali già dalla prossima generazione. In sintesi entro il 2025 un’auto a idrogeno con celle a combustibile avrà il prezzo di un’auto convenzionale, offrirà la medesima percorrenza con un pieno, gli stessi tempi di rifornimento in pochi minuti e garantirà una durata dell’intero sistema superiore ai 200mila chilometri.

L’idrogeno si riaffaccia così da protagonista sulla scena mondiale, dopo essere stato a lungo dimenticato. A livello internazionale è l’Hydrogen Council, un gruppo di lavoro permanente costituito da multinazionali che vedono nelle tecnologie legate alla filiera del nuovo combustibile grandi potenzialità di mercato e di crescita, ad indicare chiaramente che non si tratta di una riscoperta temporanea. Il gruppo conta sessanta aziende associate, che vantano complessivamente un fatturato di 2,6 mila miliardi di euro e 4,2 milioni di dipendenti. Numeri importanti.

Si tratta di veri e propri colossi dell’economia mondiale pronti a cogliere l’occasione del cambiamento energetico in atto, che vede nelle fonti rinnovabili e nelle zero emissioni i suoi due punti fermi. Per loro, la diffusione dell’idrogeno come vettore energetico e delle soluzioni innovative alle quali può aprire la strada rappresenta una grande occasione.

Il superamento dell’era dei combustibili fossili e delle relative emissioni di CO2 si tradurrà nell’uscita di scena di molti prodotti, ai quali si devono necessariamente trovare delle alternative industriali.

In questo nuovo mondo di opportunità, l’auto è presente e molto attiva, non soltanto grazie ai gruppi giapponesi e coreani Honda, Hyundai, Toyota e all’americana General Motors ma anche con le tedesche Audi, Bmw e Daimler, accompagnate dal partner tecnologico Bosch. E non è tutto, perché le enormi aziende cinesi dell’energia China Energy e Sinopec, insieme al gruppo automobilistico cinese Great Wall, sono da poco entrate nell’associazione. Un elenco su cui concentrare la nostra attenzione per capire lo sviluppo dell’idrogeno nei prossimi anni.

D’altronde, ci sono motivazioni tecnologiche ed economiche molto solide a rendere estremamente probabile un ruolo di primo piano nel futuro dell’auto e dell’energia per l’elemento più diffuso dell’universo. Le celle a combustibile (fuel cell), capaci di produrre elettricità e calore, grazie alla reazione tra l’idrogeno e l’ossigeno contenuto nell’aria, sono la tecnologia chiave dell’intero sistema.

Il loro costo, storicamente alto a causa della complessità di produzione e del platino necessario al loro interno, si prospetta oggi economicamente competitivo per il prossimo decennio.

Toyota ha confermato in più occasioni che la sua auto a idrogeno di nuova generazione avrà un costo di produzione pari a quello delle auto ibride. Aspetto che è la dimostrazione dei passi in avanti relativi anche al serbatoio, l’altro componente fondamentale del sistema. La pressione di 700 bar e le fuel cell in arrivo nei prossimi anni permetteranno di garantire autonomie con un pieno di oltre 800 chilometri, le stesse degli attuali veicoli a benzina o diesel. Da un punto di vista della durata, l’intero pacchetto tecnologico sta dimostrando grande affidabilità nei modelli già presenti su strada nelle diverse aree del mondo. L’obiettivo annunciato, anche in questo caso, è la parità rispetto alle auto tradizionali già dalla prossima generazione.

Meravigliare il mondo

Chi ha creduto di più e più tenacemente negli ultimi anni alla possibilità di sviluppare anche la mobilità a idrogeno accanto a quella elettrica a batterie, è sicuramente l’industria giapponese. In Giappone esiste una vera e propria strategia attorno alla nuova soluzione energetica. Le ammiraglie Honda Clarity e Toyota Mirai ne sono l’emblema automobilistico, mentre l’autobus Toyota Sora a celle a combustibile estende l’applicazione al trasporto pubblico.

Le prossime Olimpiadi di Tokyo 2020 sono il palcoscenico scelto dal paese del Sol Levante per mostrare al mondo come le tecnologie dell’idrogeno possano soddisfare praticamente tutte le necessità energetiche presenti e future. Se i precedenti Giochi Olimpici del 1964 hanno avuto nel treno ad alta velocità Shinkansen il loro simbolo, per l’edizione del 2020 il Giappone ha scelto l’idrogeno per meravigliare il mondo con la sua capacità di innovazione.

L’industria tedesca, che aveva scommesso sull’idrogeno venti anni fa indicandolo come soluzione imminente per l’auto a zero emissioni, lavora oggi in maniera molto meno visibile rispetto ai concorrenti asiatici. Ma non ha mai interrotto le sue attività di ricerca e sviluppo. Accanto al grande piano di diffusione dell’auto elettrica, in Germania esiste un piano di espansione della rete di stazioni di servizio a idrogeno. Daimler e il gruppo Volkswagen hanno un importante bagaglio tecnologico relativo ai sistemi di trazione con celle a combustibile. Bmw invece ha stretto un accordo con Toyota per le fuel cell, che le consentirà di arrivare sul mercato entro il 2025, come comunicato in settembre al Salone di Francoforte.

Arrivano Corea del sud e Cina

A credere fortemente nell’idrogeno è anche la Corea. La strategia di Hyundai non è legata soltanto all’automobile ma arriva fino al trasporto pesante: attraverso il camion a idrogeno, il marchio punta a entrare nel futuro mercato della mobilità merci a zero emissioni in Europa. E la produzione di celle a combustibile è pensata anche per applicazioni energetiche per uso residenziale.

La novità però più interessante nell’analisi globale dello scenario idrogeno arriva dalla Cina, che ha portato i suoi giganti industriali nell’Hydrogen Council. Il più grande mercato mondiale delle auto a batterie, che con la sua politica a favore dell’auto elettrica ha di fatto spinto tutti i costruttori a investire su questa tecnologia, ha maturato la convinzione che per realizzare un futuro a zero emissioni non sia sufficiente la sola elettricità. Servono anche altri vettori energetici per passare a una scala più elevata di diffusione, il primo dei quali, neppure a dirlo, è proprio l’idrogeno.

Fabio Orecchini, Professore Ordinario di Macchine e Sistemi per l’Energia e l’Ambiente, Università degli Studi G. Marconi di Roma.

L’impegno di Eni per una New Green Economy

Abbiamo incontrato l’ingegnere Giuseppe Ricci, Chief Officer della direzione Refining & Marketing di Eni per riflettere con lui su temi strategici quali il cambiamento climatico, competitività industriale ed economia circolare

Come si coniuga la competitività industriale con l’attenzione posta ai cambiamenti climatici?

Siamo in una fase di grande trasformazione dove i cambiamenti climatici e la transizione energetica acquistano un carattere di urgenza, anche a causa del sovrappopolamento del pianeta e della necessità di fornire accesso all’energia a tutti.

L'impegno di Eni per una New Green Economy

Giuseppe Ricci, ingegnere Chief Officer della direzione Refining & Marketing di Eni

La sfida è accentuata dalla crescita economica mondiale che sta rallentando e questo non fa che acuire le tensioni. Tutto ciò può costituire un grosso problema per le imprese, ma anche una grande opportunità per le aziende che saranno in grado di intuire e anticipare i cambiamenti e di cavalcarli con coraggio e visione strategica. Un esempio è la posizione assunta da Eni, che nell’ultimo piano strategico ha posto la decarbonizzazione del proprio business al centro delle scelte del medio e lungo periodo. Per raggiungere l’obiettivo di zero net emissions. Eni ha individuato cinque leve: l’efficienza energetica, la forestazione, le fonti rinnovabili, la ricerca nel settore della cattura intombamento e trasformazione della CO2 ed infine l’economia circolare.

Perché L’Economia circolare si configura come leva strategica di sviluppo del business?

La futura competizione, soprattutto in Europa, si giocherà sulla capacità di avere un ruolo determinante nella “new green economy” e l’economia circolare può essere una risposta efficace ad un cambiamento di paradigma che superi la logica produci, usa e getta. La ricerca della competitività nel passaggio da una economia lineare ad una circolare è un’opportunità da non perdere in un Paese come l’Italia povero di materie prime e con l’esigenza di rendere più efficiente la gestione dei rifiuti. Sicuramente è una leva per una competitività eco compatibile e lungimirante, ovvero che si proietti verso un mondo che preveda un modo diverso di utilizzare le risorse naturali, gli scarti ed ai rifiuti. Traggo qualche esempio da alcuni progetti promossi da Eni per dimostrare la fattibilità dell’economia circolare per una crescita di lungo termine. Stiamo valorizzando i nostri siti industriali attivi e brownfield come piattaforme di circolarità, attraverso la realizzazione di impianti di trasformazione di rifiuti in bio fuel, la produzione di bio lubricanti, l’avvio tra i primi dello sharing mobility; tutto ciò era ieri, oggi siamo impegnati a produrre, attraverso le nostre bioraffinerie, cariche bio in alternativa a quelle fossili e in sostituzione dell’olio di palma. Stiamo valutando l’installazione di impianti di gassificazione in grado di trasformare le plastiche miste non riciclabili e il combustibile solido urbano in idrogeno e metanolo, risolvendo il problema dello smaltimento di questi rifiuti ma soprattutto valorizzandone il contenuto chimico.

L’impegno di Eni per una New Green EconomySostengono gli esperti che l’economia circolare si basi sulla collaborazione fra comparti industriali diversi fra loro, è una desiderata o una realtà?

È una realtà e non potrebbe essere altrimenti: per attivare processi circolari è importante favorire processi sinergici riconoscendo alle competenze e alle partnership il principio basilare della circolarità, favorendo alleanze che permettano e accompagnino la conversione circolare delle filiere e dell’industria in generale. Esempio sono le partnership di Eni con Enea e CNR, ma anche con le municipalizzate ed enti come Veritas, AMA, CONOE e Utilitalia e con molte delle Regioni italiane. In merito alla simbiosi industriale Eni ha avviato progetti che hanno visto come protagoniste le diverse unità di business: un esempio virtuoso è il rinnovamento del polo industriale di Gela in cui insistono una bioraffineria, di recente inaugurazione, un impianto pilota per la produzione di bio olio ottenuto dalla frazione organica dei rifiuti urbani, un centro di competenza sulla sicurezza e numerose altre iniziative sul fronte energetico. Sull’esterno stiamo collaborando con partner per la trasformazione di rifiuti in carburanti. A tal riguardo stiamo alimentando le nostre bioraffinerie anche con gli oli esausti derivanti dalla ristorazione o di provenienza domestica; vista la carenza a livello nazionale della raccolta di olio di scarto proveniente dalle famiglie italiane abbiamo promosso la raccolta di questi oli attraverso accordi sottoscritti CONOE RenOils e diverse aziende municipalizzate, prevedendo anche il coinvolgimento dei nostri dipendenti.

Come desidera concludere questa intervista?

Il nostro Paese è nella condizione ideale per essere fra i primi ad attivare una economia circolare capace di produrre valore di lungo periodo, riducendo in modo sensibile la pressione sull’ecosistema; tutto ciò è possibile grazie alle immense competenze che consentono all’Italia di giocare un ruolo di leadership nel settore del riciclo, coinvolgendo i diversi attori e i territori, per creare sinergie lungo tutta la filiera.

Una strategia energetica per l'Italia

Una strategia energetica per l’Italia

Una strategia energetica per l’Italia, lo studio realizzato da Federmanager e presentato in occasione del convegno che si è svolto lo scorso 30 gennaio presso l’Auditorium Fintecna

Quale strategia energetica per l’Italia e come affrontare le future sfide nel settore per la realizzazione di un sistema sostenibile e competitivo? Sono stati questi i temi principali del dibattito durante i lavori per la presentazione del rapporto FedermanagerAIEE dal titolo “Una strategia energetica per l’Italia – 2° Rapporto, Le vie per la decarbonizzazione e lo sviluppo economico e industriale” che si è svolto a Roma lo scorso 30 gennaio presso l’Auditorium di FINTECNA di via Vittorio Veneto. Tra i partecipanti al convegno, Stefano Cuzzilla Presidente Federmanager, Giacomo Gargano Presidente Federmanager Roma, Sandro Neri, Coordinatore Commissione Energia di Federmanager, Carlo Di Primio, Presidente dell’Associazione Italiana Economisti dell’Energia, Davide Crippa, Sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico e Tullio Berlenghi, Capo della Segreteria tecnica del Ministro dell’Ambiente.

Al governo “si chiede di tenere conto del fatto che una strategia condivisa sull’energia e l’industria è il primo passo per ottenere il massimo risultato in termini di benessere economico dalla decarbonizzazione”. Alle imprese “si chiede di recuperare i ritardi competitivi accumulati sulle tecnologie verdi più promettenti. L’innovazione è la via. La collaborazione europea il modo per percorrerla più rapidamente”. Ecco quanto auspicato in sintesi da Federmanager per la realizzazione di un sistema realmente sostenibile e competitivo. In apertura dei lavori, infatti, il Presidente Federmanager Cuzzilla ha sottolineato: “Occorre portare avanti nuove strategie anche puntando sulla “formazione per essere competitivi. Federmanager ha nei suoi soci il “capitale umano” e la sua costante formazione e aggiornamento, insieme al “capitale industriale” delle imprese, rappresenta un importante elemento di crescita delle imprese e di occupazione per i manager. Se un’azienda vuole esserlo dobbiamo abbassare il costo dell’energia e faremo di tutto per farlo. Con il Mise stiamo lavorando su questo”. Il Presidente Federmanager Roma Gargano ha inoltre ricordato l’impegno costante della Federazione Romana nel settore della formazione nel campo energetico con lo svolgimento di specifici corsi che saranno ampliati nel 2019 e “come il nostro paese è stato spesso all’avanguardia nell’innovazione, come nel caso del conto termico dove siamo stati il secondo in Europa e terzo nel mondo ad averlo realizzato o anche i primi al mondo sui contatori elettronici da cui sono partite poi le smart grid, ma non siamo stati in grado di sfruttare a pieno queste innovazioni”.Una strategia energetica per l'Italia

L’analisi di Federmanager e la strada verso la decarbonizzazione

Il Coordinatore della Commissione Energia di Federmanager Sandro Neri ha fatto presente che questo 2° Rapporto sull’energia si inserisce in un percorso che Federmanager ha intrapreso, con la collaborazione scientifica di AIEE, di analisi e discussione delle strategie energetiche italiane con gli organi istituzionali e politici del paese. Il primo passo di questo percorso si è tenuto con la presentazione dei primo rapporto sull’energia sempre a Roma nel marzo 2017 e proseguirà con un terzo rapporto, ora allo studio, sulla economia circolare.

Nel suo intervento Di Primio ha ricordato che “la Sen prevede azioni per 175 miliardi di investimenti di cui oltre l’80% in rinnovabili ed efficienza energetica mentre il più sfidante PnieC – il nuovo Piano Energetico presentato dall’attuale governo alla Commissione Europea – prevede investimenti incrementali di 184 miliardi. Una visione industriale al 2030 deve prevedere una convergenza verso tecnologie mature e nuove soluzioni per raggiungere il processo di decarbonizzazione“. Questa opportunità va sfruttata per l’Italia, questo il messaggio.

Nei sistemi economici, la via per la decarbonizzazione è una questione di rilevanza determinante che richiede una soluzione  globale in cui l’Europa può assumere un ruolo di leadership. Leggiamo quanto riportato dallo studio: “I sistemi energetici dei paesi avanzati saranno coinvolti in un processo di transizione, destinato a durare nei prossimi anni. Per il decennio 2021-2030 e, in prospettiva, fino al 2050, una nuova massiccia dose di investimenti dovrà essere alla base delle strategie di sviluppo con l’adeguamento delle infrastrutture sia per un uso sempre più efficiente dell’energia soprattutto nei settori non ETS, che fino ad ora sono stati meno coinvolti da tale impegno. Il settore della trasformazione, come la generazione elettrica, continuerà ad avvicinarsi verso il modello diffuso, quello della distribuzione, e si orienterà verso la digitalizzazione e verso nuovi vettori come il GNL ed i sistemi di accumulo e la raffinazione, sempre più orientata sulle produzioni bio. L’efficienza energetica, legata alla tutela del territorio dai rischi sismico ed idrogeologico, consentirà di aprire ad un nuovo rapporto tra consumatore ed energia, nelle case come nelle aziende“. La strada verso la decarbonizzazione è, dunque, una sfida da cogliere al volo con un occhio particolarmente attento al settore termico dove si gioca la partita più importante. “Una forte spinta alla decarbonizzazione del settore energetico al 2030 può influire sulla variazione annuale del prodotto nazionale per alcuni decimi di punto in senso positivo o negativo. Per trarne beneficio in termini di valore aggiunto e occupazione è necessario il coinvolgimento delle filiere produttive nazionali“. E ancora: “Il PIL italiano ha chiuso il 2017 a +1,5%, grazie alla favorevole congiuntura internazionale.La riorganizzazione del settore energia secondo le linee indicate nel PNIEC può offrire un’occasione per consolidare le prospettive di ulteriore sviluppo. Il Paese rimane agli ultimi posti nell’UE-28 per crescita economica, ma si riaccende la speranza per l’atteso rimbalzo post-crisi. Il settore energia vale il 2% dell’economia nazionale, ma, nell’attuale fase di ripresa, la transizione energetica verso un sistema a basse emissioni di carbonio rappresenta un’occasione da non perdere“.Una strategia energetica per l'ItaliaOccorre però fare attenzione, come sottolinea lo studio: “Il tipo di decarbonizzazione proposta dal governo rischia, se non si agisce sulla creazione di nuove filiere nazionali, come, ad esempio, quella del biogas e biometano, di favorire le importazioni. In alternativa, altre tecnologie potrebbero contribuire in misura maggiore alla riduzione delle emissioni, con impatto sicuramente più positivo sul valore aggiunto e sull’occupazione in Italia. Minimizzare i costi o creare ricchezza per il paese. La nuova politica energetica nazionale indica che la decarbonizzazione dovrebbe perseguire il criterio di minimizzazione dei costi, che, prescindendo dalle bandiere e dalla specializzazione produttiva, rischia di penalizzare l’economia nazionale. Una strategia condivisa sull’energia e l’industria, che fissi regole certe ed obiettivi di lungo termine, può aiutare le imprese italiane a consolidare e sviluppare la loro capacità di penetrazione sul mercato“.

Obiettivi e priorità

Secondo l’analisi di Federmanager il tessuto produttivo italiano è dunque pronto ad affrontare le sfide ma devono essere potenziate le nuove filiere produttive e questo garantirebbe occasioni di sviluppo e di business. Il nuovo piano energetico italiano va incontro alle esigenze del mondo produttivo. Per la decarbonizzazione si scommette su fonti come fotovoltaico ed eolico, in linea con il contesto internazionale e con le previsioni di forte riduzione dei costi delle due tecnologie. Ampio risalto viene dato all’efficientamento in edilizia e nei trasporti. L’apporto delle pompe di calore per la climatizzazione a ciclo annuale diventa importante, mentre le bioenergie vengono limitate da criteri ambientali più stringenti.

In sintesi dunque questi gli obiettivi principali secondo quanto emerso dal convegno e dallo studio: ridurre i costi amministrativi per le imprese, incentivando lo sviluppo di nuove filiere nazionali green, promuovere l’efficienza energetica riqualificando le imprese (specialmente a livello edilizio), investire in innovazione e nuove tecnologie con un quadro più semplificato e con procedure amministrative più chiare e trasparenti. Puntare sulla formazione costante e specialistica dei manager e all’innovazione nel settore. Dare corpo ad una strategia concreta sullo sviluppo industriale che rafforzi le tecnologie e la ricerca per competere con altri paesi e creare un circolo virtuoso pubblico-privato in grado di attivare un quadro di investimenti rilevante.