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Una lettura storica dei cambiamenti climatici

Una lettura storica dei cambiamenti climatici

Come l’uomo a imparato a vincere catastrofi e cataclismi. Spunti tratti dal volume Demoni, venti e draghi del professor Amedeo Feniello

Nel XIV secolo, al finire del nostro Medioevo, l’intero pianeta venne scosso da una serie di schock violentissimi: epidemie, catastrofi ambientali e cambiamenti climatici.

Improvvisamente fu come se demoni, venti e draghi si scatenassero insieme per punire l’orgoglio dell’uomo.

Dalla Cina fino all’Europa si diffuse la peste nera, un’epidemia che sembrava annunciare l’Apocalisse, accompagnata com’era da furiose inondazioni e giganteschi sciami di cavallette.

Da un capo all’altro dell’Eurasia si avvertirono le conseguenze di improvviso mutamento delle temperature e l’inizio di quella che viene chiamata ‘piccola glaciazione’.

Eppure l’uomo seppe reagire al trauma di questi eventi drammatici. Piano piano emersero dei veri e propri ‘paesaggi adattivi’, nuove forme di organizzazione sociale, politica ed economica che lanciarono il mondo verso una fase nuova. Una lezione, affascinante, che ci viene dal passato e che ha molto da insegnarci oggi.

L’evoluzione climatica

Il nostro Pianeta, tutt’altro che regolare nelle sue oscillazioni climatiche, pure nel breve periodo.

Prendiamo ad esempio gli anni che intercorrono tra la fine dell’impero romano e l’inizio della rivoluzione industriale nel Settecento.

Se si pensa al clima, sono circa quindici secoli di continui mutamenti.

Con tante, mutevoli, variabili. Dove, però, a differenza di oggi, l’azione dell’uomo fu del tutto irrilevante. Le cause dei cambiamenti? Tante e articolate. La meccanica orbitale è una di esse: bastano piccole, lievi variazioni nell’inclinazione e nella rotazione della Terra attorno al suo asse per modificare la quantità e la distribuzione dell’energia che arriva dal Sole.

Forzature orbitali, come vengono definite, che hanno creato interludi glaciali  che sono durati millenni. Il Sole stesso, poi, è molto meno costante di quanto si immagini. Ogni tanto si ammala – il ciclo delle macchie solari è solo uno dei suoi tanti capricci – e la sua azione può rallentare, con dei picchi minimi di irradiazione; o, viceversa, aumentare i suoi effetti.

Ma anche il nostro Pianeta agisce direttamente su sé stesso: pensiamo ai giganteschi fenomeni di teleconnessione atmosferica in cui l’azione degli Oceani si coniugano con quelli dell’atmosfera, come El Nato e il suo corrispettivo femminile, la Naia.

Oppure al jet stream, la corrente a getto di cui si sta parlando proprio in questi giorni, quella stretta fascia di venti che viaggia tra i 7 e i 10 chilometri di altezza dal suolo che ha il ruolo di pilotare le perturbazioni e di generare campi di alta e bassa pressione che possono subire rapidi mutamenti rispetto al loro flusso costante.

Poi c’è l’attività vulcanica, con fenomeni che impattano violentemente, innescando impreviste manifestazioni tanto di riscaldamento delle acque oceaniche quanto di rilascio negli strati più alti dell’atmosfera di una pellicola sottilissima di solfati di aerosol capace di schermare i raggi solari, impedendo loro di entrare nell’atmosfera. Questi alcuni dei fattori, che pian piano vengono decodificati da una scienza odierna e in pieno sviluppo: la climatologia.

In quei quei quasi millecinquecento anni, forse i più fortunati da un punto di vista climatico furono proprio i romani

L’impero raggiunse infatti la sua massima espansione nel periodo tardo-olocenico chiamato appunto Optimum climatico romano: un’epoca contraddistinta da una fase di clima caldo, umido e stabile. Situazione favorevole che si trasformò in una “silenziosa forza cooperativa”, come scrive Clive Harper, che contribuì al rafforzamento agricolo e produttivo dell’impero.

Dalla metà del II secolo, però, le cose cominciano a cambiare, con una serie di shock ambientali. Tra il 150 e il 450 d.C. l’instabilità del clima mise alle strette le riserve energetiche dell’impero. Mentre, dalla fine del V secolo, comincia la Piccola Glaciazione della Tarda Antichità, con un periodo di forte attività vulcanica che si esprime in tutta la sua virulenza negli anni Trenta e Quaranta del VI secolo, che innesca il periodo più freddo di tutto il Tardo Olocene.

È l’epoca delle “dark ages”, della regressione sociale e politica, almeno per la zona occidentale del Pianeta, che si protrae, più o meno, fino al X secolo, il momento di partenza della cosiddetta anomalia climatica medievale che dura fino alla fine del Duecento. Un’oscillazione di tre secoli, dovuta a due eventi di maggiore impatto: una diminuzione delle attività vulcaniche tra il 960 e il 1000 e un’azione più energica del Sole (great solar maximum), in grado di mettere in movimento le grandi pompe oceaniche regolatrici le temperature dell’acqua e le circolazioni atmosferiche.

Con un riscaldamento globale di 1 o 2 gradi in media, con punte, nel profondo Nord, di 4 gradi. Un periodo di inusuale clima relativamente caldo che coinvolse in modo particolare gran parte dell’emisfero settentrionale, dall’America settentrionale alla Cina. Il fenomeno ebbe effetti straordinari, sebbene disomogenei da una zona all’altra. Nell’estremo Nord, i ghiacci si sciolgono. Regioni fino ad allora impenetrabili, come l’interno della Russia, l’Islanda, la Groenlandia, il Nord del Canada diventano accessibili. In molte zone, uomini e coltivazioni si spostano verso settentrione e verso l’alto. Nuovi tipi di grano si installano in Scandinavia e Norvegia.

L’uva in Inghilterra diverse centinaia di chilometri più a nord rispetto ai limiti attuali

Piante subtropicali, come il fico o l’olivo, si installano in regioni come la Germania o l’Italia settentrionale. Il cammino dei ghiacciai arretra. Dall’oceano Indiano fino al mar della Cina, il ciclo dei monsoni assume una maggiore regolarità dopo un lungo periodo di squilibri. Condizioni che influenzano l’ambiente, le colture, la quotidianità.

In generale il clima mantenne un suo assetto più o meno stabile fino ad una data-simbolo:

il giorno di Santa Lucia del 1287, quando una terribile inondazione si abbatté su un vasto litorale che andava dalle coste inglesi a quelle dell’attuale Olanda e Germania.

Le onde tumultuose del Mare del Nord invasero terre, abbatterono dune, seppellirono villaggi, distrussero dighe. Si parlò di 30 mila morti e, all’indomani della catastrofe, il profilo delle coste fu così stravolto da dar vita al gran golfo dello Zuiderzee nei Paesi Bassi. Una tempesta perfetta causata dall’incontro tra una massa di alta pressione che sorvolava sulla Scandinavia e due depressioni, la prima che risaliva verso il Mare del Nord, la seconda verso la Scozia, con una forza del vento poderosa, immaginiamo di più di dieci nodi, e un crollo della pressione dell’aria di centinaia di millibar.

Comincia così una nuova fase depressiva, preludio della Piccola Era Glaciale

I vulcani tornano a ruggire, con un’eruzione tra le più violente, quella del 1257 del vulcano Samalas, nell’isola di Lombok in Indonesia. Ma altre ve ne furono nel 1269, ’76, ’86. Il Sole, intanto, si ammala un po’. È il cosiddetto Wolf solar minimum, cioè l’energia emessa dalla pila solare rallenta: uno dei tre minima che marcano il periodo che va dal Trecento al Seicento. Le temperature globali precipitano. Gli squilibri aumentano a dismisura, con l’alternarsi di lunghi periodi violenti di pioggia a fasi di perdurante siccità. Con eventi estremi che feriscono per l’inaspettata violenza, in ogni parte d’Europa, dall’Italia, alla Germania, all’Inghilterra.

Non diverse le condizioni all’altro capo del Mondo:

le inondazioni che si alternano a siccità segnano il destino di Angleor Vat in Cambogia, del regno di Shrivijaya a Sumatra e delle capitali buddiste dello Sri Lanka Anuradhapura e Pailn Polonnaruva. In India si registrano tremende siccità, come quella lunghissima di Durga Devi che colpì il Deccan e durò dal 1396 al 1408. In Cina il maltempo flagella in continuazione il Paese al punto che, tra il 1300 e il 1399, si contano sessanta tifoni, alcuni con onde alte anche più di trenta metri mentre e in un caso, l’acqua penetrò fino a 280 chilometri dalla costa.

Nel Cinquecento si espande la Piccola Era Glaciale

A molti osservatori, il Sole appare spesso pallido oppure più rosso del solito, come velato da una coltre di polvere, verosimilmente a causa dell’incremento delle eruzioni vulcaniche. Fatto sta che le temperature precipitano e si attestano su una media di due gradi in meno rispetto ai livelli registrati nel XX secolo. La prima ondata di inverni glaciali, estati piovose o funestate da terribili grandinate avviene nella seconda metà del secolo. I danni all’agricoltura sono tali che i livelli di produttività del 1570 vengono recuperati quasi due secoli dopo, nel 1750, quando le curve delle temperature ricominceranno a risalire. La natura cambia verso. Gli oceani si raffreddano.

Ai rigori dell’inverno subentrano stagioni senza estate. L’Europa, come scrive Marlowe nel Tamerlano, sembra diventato il luogo “dove il sole si nasconde/tra gelide meteore e freddi ghiacciai”. Ma è dappertutto così: le cronache di ogni parte del Mondo rimandano a siccità, ad aberrazioni climatiche, a piovosità estreme, a gelate improvvise che si moltiplicano. Si poteva attraversare a cavallo, sul ghiaccio, il Danubio a Vienna, il Meno a Francoforte, il Reno a Strasburgo.

Tra il 1683 e il 1684 sul Tamigi si installano fiere e baracconi. Il Baltico gelò così tanto che, nel 1658, l’armata svedese, con la sua artiglieria, marciò sul ghiaccio per 20 miglia dallo Jutland per lanciare un attacco a sorpresa su Copenaghen. La laguna veneta ghiaccia. Il mare davanti ad Istanbul pure. In Egitto nel 1670 nevica mentre in Cina la furia delle piogge è tale che, nel 1640, il livello raggiunto fu di mezzo metro superiore a quello della disastrosa inondazione del 1588.

La Piccola Era Glaciale si chiude, secondo i climatologi, nel 1816, l’ultimo “anno senza estate”

A scatenarlo, l’esplosione del vulcano indonesiano Tambora, capace di proiettare in aria una montagna alta 1500 metri, con un’esplosione che fu sentita fino a Giava, a 1250 chilometri di distanza, che generò uno tsunami tremendo con onde alte quattro metri che colpì gran parte dell’Indonesia. Nei mesi seguenti, milioni di metri cubi di cenere sospesi nell’atmosfera rifletterono la luce del Sole, provocando quella che Philipp Blom definisce “una sorta di inverno nucleare durato un anno intero”. Con questo episodio terminano, ancora una volta simbolicamente i circa millecinquecento anni di questa breve storia climatica. Ed inizia la nuova fase dell’Antropocene, con l’incombente, e per molti versi senza controllo, azione dell’uomo sull’ambiente.

Ridefinire le priorità

Ridefinire le priorità

Ridefinire le priorità: le politiche ambientali nell’autotrazione non devono, in piena crisi post epidemia, determinare ulteriori difficoltà al comparto industriale. Importante rivalutare strategie, ad esempio osservando che, nel periodo di massimo blocco del traffico, i livelli di inquinamento non si sono ridotti in proporzione

Prima di essere travolti dal dramma coronavirus, eravamo tutti bene attenti all’adozione di norme per un crescente rispetto dell’ambiente, una riduzione della CO2 e delle polveri sottili, anche in armonia con le direttive e le convenzioni internazionali. Tra le tante proposte di intervento l’obiettivo della decarbonizzazione nel sistema dell’autotrazione entro il 2030 era un mantra.

Tutti gli sforzi si sono concentrati verso la trasformazione della motorizzazione da termica ad elettrica, con qualche apertura verso l’utilizzo di fonti alternative come metano e GPL e con un orizzonte più lontano ed avveniristico verso lo sviluppo della alimentazione ad idrogeno. Questi gli orientamenti per il futuro.Ridefinire le prioritàNel presente la transizione green avrebbe avuto un costo (non so quanto calcolato). Un costo ed un rischio soprattutto per il sistema industriale dell’autotrazione in Italia, in ritardo rispetto all’aggressività delle case automobilistiche asiatiche.

Un onere ed un rischio giustificato dall’obiettivo di ridurre l’emissione di CO2, soprattutto delle polveri sottili ed altri inquinanti nocivi, oltre al contenimento della fattura energetica legata all’import di petrolio e gas naturale. Nella sommatoria dei plus e dei minus si ponevano quindi a confronto questi fattori.

L’irruzione del Covid-19 ha sparigliato molti parametri e determinato la necessità di rivalutare molte strategie e ridefinire le priorità. In primo luogo si è scoperto che, proprio nei giorni di massimo blocco della circolazione dovuto al lockdown, nelle principali città italiane le centraline di rilevazione non hanno registrato una riduzione proporzionale né di CO2 né di particolato né di polveri sottili.

I mezzi di informazione non hanno dato il dovuto risalto alla notizia, ma i dati sono a disposizione. Si è parlato del ritorno alla limpidezza dell’acqua dei laghi e dei fiumi ma non della persistenza delle polveri sottili.

Forse il sistema delle centraline non è del tutto affidabile e sarebbe utile pensare un suo superamento.

L’altro fenomeno determinato dal Covid-19 è stato il crollo delle quotazioni del petrolio e conseguentemente del gas naturale, così la fattura energetica non ha più quella incidenza che si registrava prima della crisi, spostando peraltro i problemi sulla tenuta occupazionale di un comparto tanto importante come quello dell’energia. La stessa coerenza del Piano Energetico Nazionale va rivista. Vanno riconsiderate tutte le valutazioni, vanno aggiornate le priorità.Ridefinire le prioritàPrima della crisi gli interventi in campo ambientale avevano una priorità assoluta su ogni altra considerazione, i costi e gli investimenti di riconversione trovavano un tempo di rientro lungo, giustificato dalla convinzione della improrogabilità di misure destinate alla salvaguardia dell’ambiente.

Ma la realtà determinata dalla crisi sanitaria (produzione industriale a marzo meno 38%, PIL 2020 meno 9.5%, rapporto D/PIL 155/160%) impone una profonda riflessione circa le scelte e gli orientamenti assunti nel periodo precedente alla crisi.

Va trovata, ove possibile, una mediazione tra obiettivi e condizioni reali del momento.

Nel caso dell’autotrazione, ad esempio, appare opportuno non spingere per provvedimenti che possano accentuare le difficoltà per il comparto industriale che produce in Italia. La riduzione delle emissioni potrà essere perseguito incentivando la rottamazione del vecchio parco dei mezzi da euro 0 ad euro 3. Si tratta di oltre 4.6 milioni di veicoli la cui sostituzione con veicoli di nuova generazione contribuirebbe sia alla riduzione degli inquinanti sia alla rivitalizzazione di un settore come quello dell’industria automobilistica.

Il tema della trasformazione tecnologica dei propulsori non va abbandonato ma va unicamente contemperato alle nuove priorità imposte dalla più grave e profonda crisi che abbia colpito l’intera comunità mondiale. Nel frattempo dovremo incentivare la ricerca per colmare il ritardo tecnologico e produttivo in cui ci troviamo, ad esempio nella produzione di batterie e sistemi di accumulo di energia elettrica. Anche in questo campo siamo in ritardo rispetto alle tecnologie e alla capacità produttiva dei Paesi dell’est asiatico e non solo. Anche in questo caso dovremmo riflettere sulle politiche adottate che ci hanno portato a cedere società come Marelli per calcoli meramente mercantili con la cessione non solo di marchio ed immagine ma soprattutto di know how.